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Quanto ci fa bene il fallimento

Esistenziale, matrimoniale, economico. E se fosse solo un gradino per arrivare al successo? Le cadute si possono sfruttare. Grazie alla letteratura  e a una nuova consapevolezza. Evitando però la retorica logora della Silicon Valley. E ispirandosi agli scrittori
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È sempre una questione di piani A e piani B, nell'arte della manutenzione del fallimento. 

Basta leggere il meraviglioso catalogo di fallimenti matrimoniali, esistenziali, professionali, finanziari, che è il nuovo libro di Jeffrey Eugenides, Fresh Complaints (per ora pubblicato in America, arriverà in Italia per Mondadori): una serie di racconti scritti dall'autore americano nel corso degli anni (mentre uscivano il suo romanzo da Pulitzer Middlesex, seguito da Il giardino delle vergini suicide, diventato cult cinematografico di Sofia Coppola, fino al classico sulle relazioni complicate La trama del matrimonio). Già il titolo di questo libro, Fresh Complaints, che tradotto starebbe per "Il lamento della matricola" (17enne di origine indiana, intrappolata in un matrimonio combinato, intrappola il professore stalkerandolo; lui ricambia), è una perfetta parabola per questo 2017.

Nel racconto intitolato Baster, provetta, c'&eg…
È sempre una questione di piani A e piani B, nell'arte della manutenzione del fallimento. 

Basta leggere il meraviglioso catalogo di fallimenti matrimoniali, esistenziali, professionali, finanziari, che è il nuovo libro di Jeffrey Eugenides, Fresh Complaints (per ora pubblicato in America, arriverà in Italia per Mondadori): una serie di racconti scritti dall'autore americano nel corso degli anni (mentre uscivano il suo romanzo da Pulitzer Middlesex, seguito da Il giardino delle vergini suicide, diventato cult cinematografico di Sofia Coppola, fino al classico sulle relazioni complicate La trama del matrimonio). Già il titolo di questo libro, Fresh Complaints, che tradotto starebbe per "Il lamento della matricola" (17enne di origine indiana, intrappolata in un matrimonio combinato, intrappola il professore stalkerandolo; lui ricambia), è una perfetta parabola per questo 2017.

Nel racconto intitolato Baster, provetta, c'è Diane che volendo rimanere incinta si appresta a mettere in pratica il piano B ("mescola il seme di tre uomini, agita vigorosamente, inserisci", dicono le istruzioni arrivate per e-mail), dal momento che il piano A (amore e matrimonio) non è andato a buon fine. Il tutto raccontato da un ex fidanzato scartato per disparità estetica, che lei incontra settimanalmente a pranzo perché ama parlarci insieme (lo sventurato si vendicherà, lei avrà un figlio e avrà i suoi occhi da insetto e il naso a patata). C'è il giovane poeta a Chicago che si chiede "Come mai tutti questi tizi fanno un sacco di soldi e io no?" (ha raccontato di aver pensato lo stesso Eugenides, da giovane scrittore in quella stessa città): e cederà al piano B, la truffa.

C'è Mitchell (quello del triangolo di La trama del matrimonio) che va in India a trovare il modo perché la mente controlli il corpo e finisce in dissenteria e levitando verso la fine (come Don Draper nel finale di Mad Men). C'è la giovane coppia creativa che non voleva vivere come i genitori, ha il poster di Beck sul buco nel soffitto e rimanda il sogno di vivere di musica medievale mantenendosi con il commercio online di topi di stoffa ripieni di semi che profumano in microonde. 
"Non mi piace essere definito un tecnico del fallimento", dice Eugenides. "Il fallimento è, semplicemente, un fondamento della letteratura". E i suoi personaggi cadono umanamente, esistenzialmente, e il finale è ambiguo, non c'è redenzione né condanna. 

"La letteratura, se è vera letteratura, si è sempre occupata del fallimento. Moby Dick è un grandissimo romanzo imperniato sull'arte del non farcela. Storia di un inseguimento che dura una vita e di cui alla fine non rimane nulla, col mare che ricopre passioni e impeto dei protagonisti. Però rimane qualcuno per raccontare una storia. Un testimone che possa farci sviluppare una consapevolezza. E quindi renderci più vicini all'espressione della nostra identità", conferma Andrea Fazioli, già autore del romanzo L'arte del fallimento (Guanda): lui sì un appassionato del genere, anche nel suo blog. "Ma non in maniera moralista o prescrittiva, stile manuale. La funzione della letteratura non è insegnarci ad avere successo quando ritenteremo una seconda, e una terza volta". L'errore che puoi fare coi tuoi fallimenti è "ignorarli o nasconderli, ma pure considerarli semplicemente un gradino per arrivare al successo". 
Eppure certi scrittori ci cadono.

Per la serie delle strenne di Natale, ovvero libri per chi non ha troppo tempo per scegliere, è stato appena pubblicato Buona vita a tutti (Salani), dove la bestsellerista stramilionaria J.K. Rowling spiega a una generazione di harrypotteriani futuri precari I benefici del fallimento e l'importanza dell'immaginazione. Citiamo: "In fin dei conti ognuno deve decidere da sé cosa considera un fallimento, benché il mondo sia piuttosto ansioso di fornirti un insieme di criteri, se glielo permetti. Il mio mi costrinse a eliminare tutto ciò che era superfluo. Smisi di illudermi di essere qualcosa che non ero" (poi sappiamo come le è andata a finire). Sono parole usate nel suo Commencement Speech, i celebri discorsi ai laureandi Usa, dove la parola fallimento impazza. Il più corretto a usarlo è stato George Saunders, recentissimo Booker Prize per Lincon nel bardo (Feltrinelli) quando ha detto agli studenti della Syracuse University che "l'unico vero fallimento è non essere stati sempre gentili abbastanza".

Se non sono i discorsi, ci sono le biografie dei neocapitalisti alla Elon Musk, tutti ex falliti, certo che sì, cioè no. Da quando ci sono le nuove tecnologie e la logica delle startup, per cui è fisiologico che per una che resiste al test almeno trenta implodano, fallire è semplicemente un gradino per arrivare al successo. Si scherza sulla retorica del fallimento anche nelle serie tv tipo Silicon Valley. Perché è una truffa, una trappola. Come Samuel Beckett è diventato il coach della Silicon, ironizzava il magazine Salon sull'autore della citazione più di successo degli ultimi anni: "Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Fallisci ancora. Fallisci meglio". Alle fiere delle tecnologie non se ne può quasi più. 
La TEDification (dalle omonime conferenze) della caduta. "Fallisci spesso, fallisci ovunque, fallisci veloce", aveva parodiato John Donohue sul New Yorker. Conferma e ammette uno dei coach in questione, Raffaele Gaito, trentenne (autore di Growth Hacker. Mindset e strumenti per far crescere il tuo business, in uscita per Franco Angeli): "Ultimamente pare che mettere un fallimento nel curriculum faccia guadagnare punti". 

Ma quello alla Steve Jobs era il cosiddetto failing upward, fallisci verso l'alto, ormai ridicolizzato da meme e serie tv. "Nel dopoguerra, nella società arrivista descritta dai sociologi, negli anni '60 e '70, era il male assoluto. Adesso il culto del fallimento è diventato la nuova retorica del successo, cominciata con i discorsi motivazionali. C'è l'idea evoluzionistica del fallimento come motore del progresso, le frasi fatte. La teoria dell'antifragilità sviluppata da Nassim Nicholas Taleb, che però era un investitore di borsa", racconta Raffaele Alberto Ventura, nuova star dei media e del dibattito su tutto quello che concerne la Teoria della classe disagiata (suo bestseller per minimum fax). "La verità è che il fallimento se lo può concedere solo chi ha un numero di chances infinite. È un privilegio: perché spesso non hai una seconda chance. Per tutti quelli che non possono andare di caduta in caduta verso il successo, resta solo un'estetica malinconica". 

Se c'è qualcuno che gli ha cambiato senso, è il ceto social-culturale dei trenta-quarantenni. "Tra loro c'è un culto del fallimento anche un po' romantico", prosegue Ventura: "Quello che per esempio si incarna nel filone estetico che corre su Instagram. Con le immagini dai fumetti anni '50 e gli slogan ironici che rovesciano le citazione ispirazionali. Nati dai meme anni '90 noti come Demotivational. Il mio critico amico Valerio Mattioli lo definisce uno "sfogo" di questa generazione incapace di reagire. In parte è vero. Direi che questa retorica c'è ovunque, negli Usa sicuramente. In Francia la vedo meno, perché c'è davvero paura del fallimento. Mentre in Italia c'è la percezione che in un modo o nell'altro ci salveremo". 

Dice Christian Raimo, che oltre a essere scrittore è insegnante e ha pubblicato per Einaudi Non tutti i banchi sono uguali: "C'è una corrente buona, pensiamo alla riscoperta del valore del fallimento nella pedagogia, con il saggio L'Elogio del fallimento di Massimo Recalcati e il suo racconto dell'esperienza di studente non-modello in L'ora di Lezione. Il fallimento si accetta, per boicottare il modello della prestazione o performance. Va bene se è rifiuto della retorica hollywoodiana del successo, oggi peraltro messa in questione da cause di forza maggiore. Funziona come ragione educativa se è veramente una vertigine, non una semplice scivolata, insomma se c'è il tonfo. Come spiegava Lacan: nell'irreversibilità c'è una possibilità vera della conoscenza di se stessi, anche. Dei propri limiti".

"I millennial", afferma Jia Tolentino sul New Yorker, "sono dipinti globalmente come tolleranti, aperti, ambiziosi ma pure distaccati, narcisisti, ansiosi, cresciuti nel risucchio della crisi economica, con genitori che ne hanno enfatizzato l'autostima. Sono diventati irresponsabili e credono che ogni lavoro debba essere soddisfacente e non possono accettarne uno noioso. Dovrebbero abbassare le aspettative, diventare adulti funzionali. Ma sono stati scambiati per la causa, invece sono solo il prodotto della società capitalista estrema". 
L'ultima della serie delle pubblicità degli assorbenti Always, Like A Girl, dice alle ragazze di non farsi paralizzare dalla paura di sbagliare. Nei campus americani tipo lo Smith College ci sono programmi di studio e di sostegno intitolati Fail Well, "fallisci bene". 

"Se mai c'è stato un momento per riflettere seriamente su questo tema, è proprio adesso, finite le grandi narrazioni novecentesche, tra crisi dello stato e del welfare. In definitiva è la capacità di fallire che ci rende umani", scrive la critica d'arte Teresa Macrì ne Il fallimento (Postmedia Books). L'arte tenta di estrarre il concetto dal suo tabù. "Nonostante oggi se ne dibatta molto, è ben lungi da essere stato sdoganato dalla rimozione imposta dalla coscienza contemporanea, con l'inseguimento dell'affermazione personale e del consenso a tutti i costi. Sperimentarlo richiede una fatica emotiva a cui non siamo più abituati. Ma al tempo stesso, il fallimento apre uno spazio di libertà di cui rischiamo di privarci". 
Anche facendo finta di accettarlo, e in realtà scivolandoci solamente sopra. Un po' come nelle serie tv, come nel Trono di spade, dove la morte di un personaggio è semplicemente un gradino per arrivare alla stagione successiva.

In una prima versione di questo articolo il titolo del libro di J.K. Rowling era stato erroneamente indicato come "Buona vita gente"