Etruria, Ghizzoni e le “sollecitazioni” del manager Carrai
Rosaria Amato
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Francesco Manacorda
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Tommaso Ciriaco
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Massimo Vanni
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Ettore Livini
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di ROSARIA AMATO. TOMMASO CIRIACO, ETTORE LIVINI, FRANCESCO MANACORDA e MASSIMO VANNI
L'ex ad di Unicredit chiama in causa l'uomo d'affari vicino a Renzi: "Mi mandò una mail per sapere se volevamo acquisire la banca". Il leader e la sottosegretaria, faccia a faccia sul passo indietro
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Ghizzoni: "Boschi chiese, senza pressioni. Carrai mi sollecitò"
di ROSARIA AMATO e FRANCESCO MANACORDA
Boschi humanum est, Carrai diabolicum. E così ieri mattina, quando l'ex amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni dichiara davanti alla Commissione d'inchiesta parlamentare sulle banche che il 13 gennaio 2015 "mi arrivò una mail molto sintetica da Marco Carrai in cui si diceva "che su Etruria mi è stato chiesto nel rispetto dei ruoli di sollecitarti se possibile", pure gli uscieri di Palazzo San Macuto capiscono che la vicenda banche-Pd ha appena fatto un salto - e che salto! - di qualità.
Anche perché quelle di Ghizzoni sono dichiarazioni spontanee: nessuno dei commissari ha evocato il nome di Carrai, ma è lo stesso banchiere - premettendo che "per la verità, qui devo dire tutto" - che tira in ba…
Ghizzoni: "Boschi chiese, senza pressioni. Carrai mi sollecitò"
di ROSARIA AMATO e FRANCESCO MANACORDA
Boschi humanum est, Carrai diabolicum. E così ieri mattina, quando l'ex amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni dichiara davanti alla Commissione d'inchiesta parlamentare sulle banche che il 13 gennaio 2015 "mi arrivò una mail molto sintetica da Marco Carrai in cui si diceva "che su Etruria mi è stato chiesto nel rispetto dei ruoli di sollecitarti se possibile", pure gli uscieri di Palazzo San Macuto capiscono che la vicenda banche-Pd ha appena fatto un salto - e che salto! - di qualità.
Anche perché quelle di Ghizzoni sono dichiarazioni spontanee: nessuno dei commissari ha evocato il nome di Carrai, ma è lo stesso banchiere - premettendo che "per la verità, qui devo dire tutto" - che tira in ballo l'uomo d'affari fiorentino privo di cariche istituzionali ma da sempre stretto sodale di Matteo Renzi. E poi racconta che scelse coscientemente di non chiedere a Carrai chi fosse quell'entità anonima che gli "aveva chiesto" di sollecitarlo perché Unicredit si interessasse all'Etruria e lo informò che una risposta sarebbe stata data solo ai vertici della banca.
Per i cultori del complottone pd su Etruria - folte le file tra i 5 Stelle - è un assist insperato; per il Pd un'imbarazzante coda agli eventi già noti. Tanto più che la successiva replica di Carrai - sei ore dopo a mezzo nota - afferma che la sua mail a Ghizzoni era solo per capire "gli intendimenti di Unicredit riguardo Banca Etruria perché un mio cliente stava verificando il dossier di Banca Federico Del Vecchio, storico istituto fiorentino di proprietà di Etruria", lascia almeno un enorme interrogativo. Perché, infatti, Ghizzoni avrebbe deciso di citare solo questa comunicazione, legandola alle richieste delle persone vicine a Renzi sull'Etruria? Difficile che il pacato banchiere piacentino si sia trasformato in un kamikaze anti-Renzi.
L'ex amministratore delegato di Unicredit è davanti alla Commissione prima di tutto per capire se risponda al vero quanto affermato in maggio da Ferruccio de Bortoli nel suo libro sui poteri italiani, dove si scrive che "Maria Elena Boschi chiese... a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. La domanda era inusuale da parte di un membro del governo all'amministratore delegato di una banca quotata". All'epoca la Boschi annunciò una querela - che non c'è stata - e più di recente una causa civile contro il giornalista.
La ricostruzione che il puntiglioso banchiere ("sono un uomo di numeri") offre ai commissari, è lunga e articolata. E parte da un disinteresse assoluto e netto per la Popolare dell'Etruria: il 1° settembre del 2014 Mediobanca, che è advisor della stessa Etruria alla ricerca disperata di un partner sonda un'ottantina di soggetti e scrive anche a Unicredit per sapere se sia interessata a un'acquisizione o a un ingresso nel capitale. "Rispondemmo il giorno successivo che non era di interesse", dice ai commissari Ghizzoni. Ventiquattr'oreper declinare un'offerta significa che il dossier è già stato studiato e archiviato prima.
Ma gli esami, si sa, non finiscono mai, e anche per Etruria c'è una seconda chance. Questa volta, racconta Ghizzoni, siamo a fine ottobre e gli stessi vertici di Etruria lo contattano per "un incontro con organi istituzionali". Lui pensa a Bankitalia e accetta. Intanto ha visto di sfuggita la Boschi per tre volte: in due casi non si sono praticamente parlati - spiega- e in uno si è discusso di banche in generale, ma senza accennare all'Etruria. L'ultima volta la Boschi gli chiede di rivedersi entro fine anno.
Il 3 dicembre l'ad di Unicredit incontra Lorenzo Rosi presidente dell'Etruria, il suo assistente Colavizza e il professor Paolo Gualtieri che funge da advisor degli aretini. Gli viene proposto di prendersi non tutta la banca, ma solo la "good bank", la parte sana. Lui fa sapere che darà risposta direttamente all'Etruria.
Dieci giorni dopo, è il 12 dicembre, c'è il programmato incontro di Ghizzoni con la Boschi. Eccolo, il momento topico, quello in cui si dovrebbe decidere se ci fu o meno "pressione" sul banchiere. Qui un salomonico Ghizzoni ha una versione ricca di sfumature che ognuno può adattare a suo piacimento. Sì, la Boschi gli chiese "se era pensabile per Unicredit valutare un'acquisizione o un intervento su Etruria", ma no, non ci fu coercizione: "Risposi che su richieste di questo genere non potevo dare una risposta né positiva e né negativa. Spiegai che le strutture della banca stavano esaminando il dossier e che avremmo dato una risposta, in totale indipendenza, direttamente a Banca Etruria". E soprattutto, dice Ghizzoni "Non avvertii pressioni da parte del ministro Boschi".
È una versione che può andare bene a tutte le parti: ai 5 Stelle che chiedono le immediate dimissioni dell'esponente di governo, come al Pd che ne sottolinea la correttezza. Così sia de Bortoli sia la Boschi rilanciano le parole del banchiere a sostegno delle loro opposte posizioni.
Dopo l'appuntamento con la Boschi e la mail galeotta di Carrai c'è un altro incontro con i vertici dell'Etruria, il 29 gennaio 2015, e allora Ghizzoni conferma che anche se l'esame sulla banca non è ancora terminato, Unicredit si chiama fuori: pesano i requisiti di capitale più rigorosi chiesti dalla Bce e la scarsa qualità dei prestiti dell'Etruria.
La situazione della banca aretina è ormai disperata: l'11 febbraio Bankitalia fa scattare il commissariamento, il 24 dello stesso mese c'è una nuova richiesta di Bankitalia per capire se ci possa essere un interesse di Unicredit. La risposta di Ghizzoni è il no di sempre. Si chiude il sipario della finanza, si apre quello della politica.
Il messaggio inviato da Marco Carrai a Federico Ghizzoni nel gennaio 2015.Carrai ha detto di averla inviata su richiesta di un suo vecchio cliente interessato ad acquisire Banca Federico Del Vecchio, istituto che a Firenze raccoglie i patrimoni di molte delle famiglie più ricche. La Del Vecchio faceva parte di Banca Etruria (ansa)
L'amico di Renzi, i fondi israeliani e il forziere della Firenze ricca
Il retroscena. Storia della banca Federico Del Vecchio, la cassaforte dei risparmi delle famiglie più facoltose della città di ETTORE LIVINI, Milano e MASSIMO VANNI, Firenze
"Farò un comunicato più tardi, ci sarà da ridere. Ora scappo a casa, mia figlia compie due anni". Per Marco Carrai doveva essere una giornata come le altre. La mattina a Toscana Aeroporti, di cui è presidente. Poi la festa in famiglia. Lo tsunami Ghizzoni ha però fatto saltare tutti i programmi. Costringendo "Marchino" - come lo chiama Matteo Renzi - a fare uno sforzo di memoria e incrociare vecchi messaggi di posta elettronica per difendere dalla grandinata il Giglio Magico.
La mail per "sollecitare" all'ex-numero uno di Unicredit una risposta su Etruria? "Una questione tecnica", tutto "assolutamente trasparente e assolutamente legittimo", minimizza. Niente di più che un sondaggio a nome di un cliente interessato a Banca Federico Del Vecchio, la cassaforte dei risparmi delle famiglie più ricche di Firenze controllata dal gruppo aretino. Un totem della città.
La versione di Carrai è credibile? Il suo intervento, ricostruiscono fonti vicine al dossier in quei giorni caldissimi, c'è stato. Il finanziere avrebbe presentato a Mediobanca - incaricata nell'agosto 2014 della vendita dell'Etruria - l'interesse della banca israeliana Hapoalim. L'unica tra gli 80 candidati sondati dalla banca d'affari che ha effettivamente chiesto l'accesso ai dati per studiare l'operazione. Poi sfumata. Mediobanca, però, non aveva mai valutato l'ipotesi di una cessione separata della Del Vecchio per due motivi: la vendita (valore stimato 70 milioni) non sarebbe bastata a salvare Etruria e avrebbe portato via dal gruppo i 700 milioni di "tesoretto" che gestiva per i fiorentini. E lo stesso Carrai - tirato in ballo all'epoca come possibile salvatore di Etruria assieme all'Algebris di Davide Serra, altro fedelissimo di Renzi - aveva dichiarato di "non aver fatto nessuna manifestazione d'interesse" per la banca. Una precisazione necessaria allora "per motivi di riservatezza", spiegano oggi i suoi collaboratori. Possibile però, che quando l'Etruria comincia a muoversi da sola - Mediobanca lascia il mandato proprio a gennaio - ci sia un'ipotesi di vendita a pezzi.
La bufera su Carrai colpisce al cuore uno dei gangli vitali del "sistema di relazioni" costruito attorno al percorso politico di Renzi. Il "Gianni Letta" del segretario Pd - come lo definiscono scherzando a Montecitorio - e l'ex-premier hanno mosso assieme i primi passi in politica a metà degli anni '90, appena ventenni, nelle file del Ppi e della Margherita. Carrai già da allora nel ruolo del regista essenziale e schivo dietro le quinte, Matteo in quello di centravanti di sfondamento. La coppia funziona. E quando Renzi conquista la poltrona di presidente della Provincia di Firenze nel 2004, l'amico di Greve in Chianti è al suo fianco come capo della segreteria, il primo germoglio del nascente Giglio magico.
Il vento, in quegli anni, è in poppa. Il giovane di Pontessieve sgretola e rottama la vecchia nomenclatura del Pd locale e diventa sindaco a Palazzo Vecchio. Crescono onori e oneri e Carrai "cambia verso": basta politica attiva e poltrone (al netto del mancato incarico di superconsulente nazionale per la sicurezza digitale) e più affari. I suoi e quelli che iniziano a muoversi attorno a Renzi. Nel 2012 vara la Fondazione Big Bang (oggi Open) una sorta di Bilderberg del renzismo incaricata di raccogliere finanziamenti e guidata in consiglio da lui, Luca Lotti, Maria Boschi e l'avvocato - e consigliere Enel - Alberto Bianchi. Matteo - spesso ospite di una casa intestata all'amico negli anni da sindaco - gli affida tra le polemiche incarichi pubblici delicati come il risanamento di Firenze Parcheggi e la presidenza di Toscana Aeroporti.
"Marchino" però pensa anche alla Carrai Spa: costruisce una serie di società personali e tesse una fitta ragnatela di alleanze di peso che va da Franco Bernabè, ex-ad di Eni e Telecom Italia alla Wadi Ventures dell'israeliano Jonathan Pacifici, fino a Luigi Berlusconi di cui è consocio in un'azienda che si occupa di Big Data. Gli affari non decollano - la joint con i rampolli di Arcore è in profondo rosso, la cassaforte Management consulting Lab fattura 6 milioni e fa 75mila euro di utile - anche perché il Carrai imprenditore è costretto a dividere il tempo con il Carrai eminenza grigia di un renzismo sbarcato nel frattempo a Palazzo Chigi. I sussurri dei palazzi romani gli attribuiscono un ruolo da kingmaker nelle nomine pubbliche, etichettano il suo interesse per la Popolare di Etruria (o la Federico Del Vecchio, chissà) come un tentativo per togliere le castagne dal fuoco a Boschi e a Matteo. Di sicuro accompagna il premier in visita di Stato in Israele e nella Silicon Valley, accoglie Benjamin Netanyhau in visita privata all'aeroporto di Firenze. Lui si schermisce dicendo di contare poco o nulla. Di essere ancora il Carrai re dell'understatement che scorrazzava per Firenze a bordo di una vecchia Fiat Punto. L'Italia che conta non la pensa così: al suo matrimonio a San Miniato nel 2014 - testimone di nozze, ça va sans dire, Renzi - ci sono Fabrizio Viola di Mps, Marco Tronchetti Provera, Marco Morelli (sbarcato poi a Mps), Oscar Farinetti, Alessandro Baricco (Carrai è stato nel cda della Scuola Holden), Bernabè, Oscar Farinetti, l'ambasciatore Usa John Philips, il consulente di Sismi e Cia Michael Leeden. E in fondo anche Ghizzoni, per ironia della sorte, ha detto ieri di essere "amico" di Marco Carrai.
Marco Carrai e Matteo Renzi (ansa)
Il leader e Boschi faccia a faccia sul passo indietro: "Ma non ora"
Renzi a Roma per incontrare l'ex ministra: sul ritiro sarà lei a decidere. Sondaggi a picco, il gruppo dirigente del Pd vuole che rinunci a candidarsi di TOMMASO CIRIACO
"Siamo all'apice del casino", ammette sconsolato Matteo Renzi. L'assedio non è rotto, semmai raddoppia. Sempre Etruria, ancora Etruria. E adesso anche il "caso Carrai". "E noi rischiamo di perdere un punto a settimana - si arrovella con i big dem che lo inseguono al telefono - bisogna uscire dall'angolo". Fare qualcosa, ma cosa? I sondaggi sono in picchiata, ballano paurosamente attorno al venti per cento. E può andare anche peggio. Di certo non può gestire questo caos da Firenze, meglio tornare a Roma. Ci sono le liste da impostare con lo stato maggiore del partito. E c'è da fare il punto con Maria Elena Boschi. Solo un faccia a faccia ultra blindato può sbrogliare la partita. Lontani dai radar, nella tarda serata di ieri o comunque entro oggi. Per decidere la strategia migliore, per valutare anche la strada di un passo indietro della sottosegretaria. Che tutto il partito, ad eccezione della guardia repubblicana capitanata da Matteo Orfini, consiglia al leader. "Io sono stanca - ammette lei, presa tra mille telefonate sulla manovra in discussione a Montecitorio - Tutti quelli che sono stati auditi confermano quanto ho sempre detto, ma il linciaggio non si arresta. Cosa posso fare?". Nulla, a questo punto, è scontato. Neanche la "resistenza" ad oltranza.
Il processo interno all'ex ministra è scattato per davvero. Serve una resa, pensano molti dei massimi dirigenti del Pd. Serve addirittura una direzione straordinaria, sostiene Andrea Orlando. Il ministro della Giustizia è pronto ad alzare il livello dello scontro nelle prossime ore, anche a costo di aprire un fronte interno dagli esiti imprevedibili. Ma più degli affondi del Guardasigilli pesano i giudizi ancora ufficiosi degli altri big. Si attaccano al telefono, contattano il capo. La tesi del passo indietro inizia a convincere ministri renziani come Graziano Delrio e Luca Lotti, antirenziani come - appunto - Orlando, tecnici come Pier Carlo Padoan, esperti come Anna Finocchiaro e Dario Franceschini. Ci sperano alcuni petali secondari del renzismo. Se lo aspettano, soprattutto, moltissimi soldati semplici.
Una cosa è certa, ormai l'ha capita anche Renzi: il Giglio magico è nell'occhio del ciclone. E le previsioni sono pessime anche per l'immediato futuro. Tutto, adesso, è nelle mani di Boschi. Solo lei può decidere cosa fare. Ha valutato di tutto, nelle ultime ore. Anche di lasciare soltanto il posto da sottosegretaria. Ma con quali vantaggi? L'assedio continuerebbe. Diverso sarebbe un eventuale ritiro dalla scena politica. Non ricandidarsi alle prossime politiche per riprendere fiato. "Noi dobbiamo difendere i nostri dirigenti", si sgola Orfini. "Vogliono macchiare l'onorabilità di Maria Elena Boschi", la difende il suo principale sponsor, il tesoriere Francesco Bonifazi. Ma in fondo deciderà solo lei, faccia a faccia con Renzi.
Mai, neanche per un momento, il segretario imporrà a Boschi di lasciare. La sua regola è sempre stata ferrea: "Un capo non scarica i suoi". E però, certo, anche un capo ha l'obbligo di valutare la strada migliore per uscire dall'angolo. Di capire se non è meglio per tutti, anche per Boschi, un passo di lato per un rilancio futuro. Con dei paletti, ovviamente: lasciare adesso si trasformerebbe in un'ammissione di colpa, proprio nei giorni in cui la commissione d'inchiesta raccoglie le testimonianze dei "nemici" della sottosegretaria. Se l'ex ministra annunciasse invece tra qualche settimana l'intenzione di non ricandidarsi, soltanto per il bene del Pd e rivendicando l'assoluta trasparenza dei suoi comportamenti, il quadro cambierebbe. Ma a che prezzo?
Costi e benefici, così si deciderà questa battaglia finale per la sopravvivenza. Ma c'è di più. Nel Pd gira voce che nelle ultime ore anche Renzi abbia smarrito qualche certezza. Forse non sapeva tutto, insinuano alcuni dei suoi. Forse alcuni dettagli degli incontri su Etruria nella fase "calda" della vicenda non gli erano del tutto noti, o erano stati sottovalutati. Forse sapere di quella mail di Marco Carrai avrebbe aiutato a muoversi con più accortezza. Tormenti, nulla di più. Ma che hanno indotto il segretario a glissare per un giorno intero proprio sulla "corrispondenza"del suo amico esperto di cybersicurezza. Scegliendo una linea, una soltanto: il silenzio.