MILANO - Lei e il robot. Sul palco dell'Hitachi Social innovation forum, a Milano Bicocca, presenta e stringe la mano dell'omino meccanico bianco e rosso, dalla faccia simpatica, creato per migliorare nel futuro prossimo la vita degli umani. Inizia da qui l'istantanea di Lorena Dellagiovanna, 48enne country manager Italy di Hitachi, il colosso di Tokyo che opera nei settori dell'industria, dell'energia, dei servizi, nelle tecnologie a impatto sociale come la diagnostica medica e il risparmio dell'acqua, nelle soluzioni integrate attraverso cui realizza progetti di smart city e di internet of things.
Una vita da figlia di mezzo la sua, tra due sorelle, in cerca di identità e ansiosa di sviluppare un alto quoziente di indipendenza. Nell'azienda nipponica dove è entrata fin dai primi passi lavorativi, la società che ha acquistato gli storici marchi made in Italy Ansaldo Breda, Ansaldo Sts e il gruppo vicentino Fiamm, Lorena Dellagiovanna è la prestigiosa top manager per l'Italia, mercato in cui Hitachi realizza ricavi per 1,2 miliardi di euro e punta a crescere fino a 1,5 miliardi entro il 2020.
Carriera da primato per la ragazza milanese, un tempo brava a scuola e riluttante studentessa universitaria, tanto da mollare la facoltà di Economia dopo un anno e mezzo. Molto legata agli affetti ma ribelle alle regole familiari, "mia madre mi chiamava 'la repubblica di San Marino'", in perenne conflitto con il papà, Giorgio, negli anni Sessanta terzino dell'Inter di Helenio Herrera, poi imprenditore, che puntava su di lei, ragazza ubbidiente, studiosa e brava a scuola, ma fermamente convinto che potesse realizzare grandi cose soltanto se si fosse prima laureata. "Ho fatto di tutto per smontare certi pregiudizi. Pensavo di potercela fare con la mia testa. E ci sono riuscita. Non parlo mai dei miei studi. Le persone mi chiamano dottoressa, io dico subito: chiamatemi Lorena.". Sempre con le sue convinzioni anche nello sport: non ha più voluto sciare, come voleva il padre, sci di fondo sì, magari snowboard. E poi desiderava lavorare, subito.
Dal collegio privato Guastalla, l'istituto tecnico milanese a indirizzo linguistico, con i suoi voti alti, per Lorena la strada è stata abbastanza facile, quando ancora le aziende attingevano alle scuole in cerca di talenti. Le arrivano subito tre offerte di assunzione. "Una di questa era Hitachi, la divisione electronic componenti, oggi estinta. Conoscevo l'azienda giapponese per il mondo del consumer, soprattutto dei televisori, un mercato che non è più il core business di Hitachi".
Dellagiovanna inizia come credit analyst, poi cresce fino ad assumere un ruolo amministrativo per l'Italia. Il gruppo nipponico nel frattempo si era trasformato e sosteneva nel nostro paese start up nel business dell'automotive, degli hard disk da inserire nei computer, nelle centrali termoelettriche. Nel 1997 è direttore amministrativo per l'intera penisola con base a Milano.
Tre anni dopo arriva il matrimonio. "Nel 2000 ho sposato un ragazzo conosciuto in vacanza, figli purtroppo non ne sono venuti e ci siamo anche separati. Oggi sono una single. Secondo me questa vicenda ha a che fare con il lavoro. Mi sono sposata con l'idea che fosse per sempre. C'è una parte di me che crede ancora nelle favole".
Nel frattempo la manager ha ricevuto varie proposte di lavoro fuori del mondo Hitachi, "mentre ero direttore amministrativo per il Sud Europa mi è stata offerta una possibilità, ero nella short list ma poi hanno scelto un candidato interno. Poco male, mi dissi, a settembre riprenderemo. Altre due non le ho accettate per l'unità della famiglia. Cercavamo di avere un figlio. Avevo fatto i colloqui fino a Londra, e mio marito mi disse che non voleva diventare papà all'età di un nonno. Le cose poi non sono andate bene tra noi".
Il suo carattere positivo l'ha sempre sostenuta. "Ogni volta che succede qualcosa penso al bicchiere mezzo pieno, non vedo mai le rinunce come possibilità perse, cerco di lavorare per creare delle opportunità. Un po' ce l'ho nel dna, un po' le esperienze della vita mi hanno portato a vedere così gli eventi. Ho cominciato il mio percorso di carriera senza pianificarlo, mossa da un forte senso del dovere. Vivo la vita appieno, se si presenta l'occasione faccio di tutto per coglierla in modo determinato. Sono abbastanza curiosa e quindi anche ciò che mi può far crescere non mi spaventa, ho fatto degli stage di coaching, di psicoterapia, corsi di leadership che mi hanno portata a conoscermi di più. Ma la teoria non serve a nulla se non si vuole metterla in pratica, diventa efficace solo se riesci a interiorizzarla. Quando ho ripreso a studiare, tre anni dopo il primo lavoro ho fatto un master in amministrazione e finanza alla Bocconi, volevo verificare quanto lo studio potesse avere efficacia nella pratica e forse lavorando ho cominciato a capire".
A settembre del 2010 il quartier generale europeo di Hitachi la chiama per una nuova posizione a Londra, con un incarico per un'attività completamente diversa. Avrebbe dovuto sviluppare una piattaforma comune di finance, legal, facility, it, hr condivisa con tutte le aziende Hitachi in Europa; sono 200, ognuna con business diversi e crescita indipendente. "Prima dissi: non lo so fare, avevo le soft skill adeguate ma il progetto richiedeva una forte capacità di engagement, dovevo riuscire a influenzare le aziende fino a fare rinunciare ciascuna a qualcosa per portare benefici a tutte. Entrare con un atteggiamento pushing non era la soluzione, il mio debole era la competenza tecnica, ma Hitachi è un'azienda che ti permette di imparare". Ai primi di ottobre del 2010 Lorena Dellagiovanna trasferisce armi e bagagli a Londra per la sua prima esperienza professionale all'estero in pianta stabile. "Il mio capo diretto era un giapponese, un cambiamento totale: per la prima volta lasciavo la mia zona comfort, gli affetti, e andavo a svolgere un compito nuovo che nessuno ti insegna. Quello è l'obiettivo, devi arrivare lì. Il modo l'ho trovato, i mal di pancia li ho avuti quando ho dovuto decidere di accettare e di partire, ma li ho superati. Mi dicevo: se dovessi fallire pazienza, questa esperienza mi avrà arricchita comunque e avrò un'altra chance".
Sarebbe stato più facile entrare nella comunità italiana a Londra, una città molto complicata, e farsi accogliere, "questa scelta mi avrebbe riportato nella mia zona comfort, invece io mi volevo sfidare. Il contatto con persone e culture diverse mi è servito a pensare in un altro modo, a non credere che tutte le mie convinzioni fossero giuste".
Tornerà in Italia nel gennaio del 2016 con un altro obiettivo centrato: è country manager, un ruolo rimasto vacante per un po' di tempo nell'azienda nipponica. "L'esperienza sul campo è stata un voltare pagina, ho imparato tanto, ho conosciuto i vertici di Hitachi e grazie a questo sono diventata la Lorena di oggi. Quando Hitachi ha comprato Ansaldo Breda e Ansaldo Sts, c'era bisogno di una figura di coordinamento e di supervisione di tutte le business unit, un ruolo di corporate che assicurasse governance e fosse di supporto per sviluppare nuovi programmi. La mia nomina è la scelta di un'azienda che vuole diventare global e lo deve fare appoggiandosi a partner locali. Il business dell'acqua per esempio è un'issue forte, abbiamo il 38 per cento di perdite d'acqua a causa di tubature in cattive condizioni. In Giappone ci sono soluzioni interessanti che vanno adattate a un mercato diverso".
Le acquisizioni italiane sono state positive. Ansaldo Sts, non ancora del tutto giapponese, andava già bene, "Ansaldo Breda invece non era un'azienda florida, oggi è in una situazione buona. Non voglio dare tutto il merito a Hitachi, ma la sua forza ha aiutato un management con altissime competenze a rilanciarla: Pistoia, Reggio Calabria e Napoli sono all'avanguardia, innovative, l'organico è stato mantenuto e anche cresciuto. Per una commessa inglese stiamo producendo in Italia treni Intercity che collegheranno Londra alla Cornovaglia, che dovevano essere fabbricati in Giappone. Bisogna vederla in quest'ottica. È il motivo che mi ha legata a questa azienda, il suo rispetto per le risorse umane e la grande etica e civiltà. Quando investe non lo fa per portare via un know how a un paese, ma cerca di coniugare il proprio dna con i valori dell'azienda che acquista. Abbiamo comprato anche Fiamm, il gruppo industriale vicentino, che è come dire Gucci. Oggi in Italia abbiamo più di 6000 dipendenti".
Hitachi è un'azienda che c'è da più di cento anni, sin dalle origini focalizzata su progettazione di tecnologie estremamente innovative con scopo finale l'infrastruttura sociale. L'obiettivo è migliorare la vita delle persone, sviluppare soluzioni nei settori più disparati, ha 330 mila dipendenti nel mondo, ma il 50 per cento del fatturato mondiale, 80 miliardi di euro, è ancora domestico. Nella multinazionale nipponica c'è tanta industria con moltissimi ingegneri. "Io, pur senza esserlo, devo sviluppare un'azienda tecnica. Ma avendo lavorato qui a lungo, ho imparato a conoscere in modo profondo la sua realtà. In Giappone andavo a visitare le fabbriche per farmi spiegare come si fa un motore, un treno, una turbina".
Dicono che sia andata bene ma Lorena Dellagiovanna è la prima critica di se stessa. "Comincio a pensare a cosa farò da grande. Adesso sono nel cda di cinque aziende del gruppo. Ho bisogno di stimoli, ho fame di imparare per un mio personale arricchimento. Mi è sempre piaciuto il mondo della pubblicità, si addice al mio carattere ma oggi il settore non è più tanto profittevole". Confessa il rammarico di non aver approfondito la sua parte creativa, magari diventando interior designer, forse il lavoro che a guardare indietro, le sarebbe piaciuto di più. "Sono cresciuta in un mondo molto diverso da me, tutto maschile; dagli uomini ho imparato a capire il business, non ho mai provato disagio o competizione, né ho emulato gli atteggiamenti dell'altro sesso. Gli italiani sono assai più maschilisti dei giapponesi, all'uomo è concesso alzare la voce, essere aggressivo. Se lo fa una donna invece, le si appiccicano le etichette: è stressata, è uterina. Non ho mai dovuto gridare, ho imparato a negoziare e a farmi valere a modo mio".
In età adulta avrebbe voluto risolvere il conflitto con il padre. "Se n'è andato abbastanza presto, con un tumore, ma cinque anni prima aveva avuto un brutto incidente con lo scooter, entrò in coma e ci rimase per tanto tempo; quando si è risvegliato non era più quello di prima. Non ho fatto pace con lui perché se gli avessi chiesto scusa avrebbe capito che se ne stava andando. Lavoravo a Londra, c'ero poco a differenza delle mie sorelle, ma negli ultimi due mesi ho saputo da mia madre che chiedeva solo di me. Disse che per l'università avevo ragione io. Invece forse avrei dovuto dargli retta".
Ama vedere film, il teatro, le mostre, viaggiare, per lavoro da gennaio a oggi è andata undici volte in Giappone. Vive da sola, adora il mare, "le più belle vacanze sono d'estate in barca, dove non devi vestirti e vivi un grandissimo senso di libertà", le piace ballare, cantare, la musica, "suonavo il pianoforte, ho smesso".
Come dirigente d'azienda si sente appagata, "come donna mi manca la parte materna. Di tutte le mie pazienti eri la migliore candidata, mi diceva la mia ginecologa. Sono zia di cinque nipoti, madrina di tante figlie di amiche. Spero di essere la loro seconda mamma, almeno ci provo nei fine settimana. Non riesco a dividermi tra mia madre, le sorelle e gli amici. Non so cosa sarà il mio domani".
Il robottino le fa tenerezza. "Non pretende di sostituire l'essere umano, perché non lo è, è stato sviluppato e ideato allo scopo di aiutare, non porterà mai via il lavoro, non deve spaventare, c'è molta paura dietro a tutto ciò che è automazione. Però sarà in grado di farci vivere meglio". In Italia non c'è ancora. "In Giappone lo trovi all'aeroporto di Haneda, il più vicino a Tokyo, è lì per supportare i passeggeri, parla nella loro lingua, li accompagna. L'idea è di averlo domani negli ospedali, nelle banche, nelle stazioni, negli aeroporti. Ovunque possa essere utile. Accanto alle persone anziane che vivono da sole, nei casi in cui non si può compensare con la presenza umana".
Una vita da figlia di mezzo la sua, tra due sorelle, in cerca di identità e ansiosa di sviluppare un alto quoziente di indipendenza. Nell'azienda nipponica dove è entrata fin dai primi passi lavorativi, la società che ha acquistato gli storici marchi made in Italy Ansaldo Breda, Ansaldo Sts e il gruppo vicentino Fiamm, Lorena Dellagiovanna è la prestigiosa top manager per l'Italia, mercato in cui Hitachi realizza ricavi per 1,2 miliardi di euro e punta a crescere fino a 1,5 miliardi entro il 2020.
Carriera da primato per la ragazza milanese, un tempo brava a scuola e riluttante studentessa universitaria, tanto da mollare la facoltà di Economia dopo un anno e mezzo. Molto legata agli affetti ma ribelle alle regole familiari, "mia madre mi chiamava 'la repubblica di San Marino'", in perenne conflitto con il papà, Giorgio, negli anni Sessanta terzino dell'Inter di Helenio Herrera, poi imprenditore, che puntava su di lei, ragazza ubbidiente, studiosa e brava a scuola, ma fermamente convinto che potesse realizzare grandi cose soltanto se si fosse prima laureata. "Ho fatto di tutto per smontare certi pregiudizi. Pensavo di potercela fare con la mia testa. E ci sono riuscita. Non parlo mai dei miei studi. Le persone mi chiamano dottoressa, io dico subito: chiamatemi Lorena.". Sempre con le sue convinzioni anche nello sport: non ha più voluto sciare, come voleva il padre, sci di fondo sì, magari snowboard. E poi desiderava lavorare, subito.
Dal collegio privato Guastalla, l'istituto tecnico milanese a indirizzo linguistico, con i suoi voti alti, per Lorena la strada è stata abbastanza facile, quando ancora le aziende attingevano alle scuole in cerca di talenti. Le arrivano subito tre offerte di assunzione. "Una di questa era Hitachi, la divisione electronic componenti, oggi estinta. Conoscevo l'azienda giapponese per il mondo del consumer, soprattutto dei televisori, un mercato che non è più il core business di Hitachi".
Dellagiovanna inizia come credit analyst, poi cresce fino ad assumere un ruolo amministrativo per l'Italia. Il gruppo nipponico nel frattempo si era trasformato e sosteneva nel nostro paese start up nel business dell'automotive, degli hard disk da inserire nei computer, nelle centrali termoelettriche. Nel 1997 è direttore amministrativo per l'intera penisola con base a Milano.
Tre anni dopo arriva il matrimonio. "Nel 2000 ho sposato un ragazzo conosciuto in vacanza, figli purtroppo non ne sono venuti e ci siamo anche separati. Oggi sono una single. Secondo me questa vicenda ha a che fare con il lavoro. Mi sono sposata con l'idea che fosse per sempre. C'è una parte di me che crede ancora nelle favole".
Nel frattempo la manager ha ricevuto varie proposte di lavoro fuori del mondo Hitachi, "mentre ero direttore amministrativo per il Sud Europa mi è stata offerta una possibilità, ero nella short list ma poi hanno scelto un candidato interno. Poco male, mi dissi, a settembre riprenderemo. Altre due non le ho accettate per l'unità della famiglia. Cercavamo di avere un figlio. Avevo fatto i colloqui fino a Londra, e mio marito mi disse che non voleva diventare papà all'età di un nonno. Le cose poi non sono andate bene tra noi".
Il suo carattere positivo l'ha sempre sostenuta. "Ogni volta che succede qualcosa penso al bicchiere mezzo pieno, non vedo mai le rinunce come possibilità perse, cerco di lavorare per creare delle opportunità. Un po' ce l'ho nel dna, un po' le esperienze della vita mi hanno portato a vedere così gli eventi. Ho cominciato il mio percorso di carriera senza pianificarlo, mossa da un forte senso del dovere. Vivo la vita appieno, se si presenta l'occasione faccio di tutto per coglierla in modo determinato. Sono abbastanza curiosa e quindi anche ciò che mi può far crescere non mi spaventa, ho fatto degli stage di coaching, di psicoterapia, corsi di leadership che mi hanno portata a conoscermi di più. Ma la teoria non serve a nulla se non si vuole metterla in pratica, diventa efficace solo se riesci a interiorizzarla. Quando ho ripreso a studiare, tre anni dopo il primo lavoro ho fatto un master in amministrazione e finanza alla Bocconi, volevo verificare quanto lo studio potesse avere efficacia nella pratica e forse lavorando ho cominciato a capire".
A settembre del 2010 il quartier generale europeo di Hitachi la chiama per una nuova posizione a Londra, con un incarico per un'attività completamente diversa. Avrebbe dovuto sviluppare una piattaforma comune di finance, legal, facility, it, hr condivisa con tutte le aziende Hitachi in Europa; sono 200, ognuna con business diversi e crescita indipendente. "Prima dissi: non lo so fare, avevo le soft skill adeguate ma il progetto richiedeva una forte capacità di engagement, dovevo riuscire a influenzare le aziende fino a fare rinunciare ciascuna a qualcosa per portare benefici a tutte. Entrare con un atteggiamento pushing non era la soluzione, il mio debole era la competenza tecnica, ma Hitachi è un'azienda che ti permette di imparare". Ai primi di ottobre del 2010 Lorena Dellagiovanna trasferisce armi e bagagli a Londra per la sua prima esperienza professionale all'estero in pianta stabile. "Il mio capo diretto era un giapponese, un cambiamento totale: per la prima volta lasciavo la mia zona comfort, gli affetti, e andavo a svolgere un compito nuovo che nessuno ti insegna. Quello è l'obiettivo, devi arrivare lì. Il modo l'ho trovato, i mal di pancia li ho avuti quando ho dovuto decidere di accettare e di partire, ma li ho superati. Mi dicevo: se dovessi fallire pazienza, questa esperienza mi avrà arricchita comunque e avrò un'altra chance".
Sarebbe stato più facile entrare nella comunità italiana a Londra, una città molto complicata, e farsi accogliere, "questa scelta mi avrebbe riportato nella mia zona comfort, invece io mi volevo sfidare. Il contatto con persone e culture diverse mi è servito a pensare in un altro modo, a non credere che tutte le mie convinzioni fossero giuste".
Tornerà in Italia nel gennaio del 2016 con un altro obiettivo centrato: è country manager, un ruolo rimasto vacante per un po' di tempo nell'azienda nipponica. "L'esperienza sul campo è stata un voltare pagina, ho imparato tanto, ho conosciuto i vertici di Hitachi e grazie a questo sono diventata la Lorena di oggi. Quando Hitachi ha comprato Ansaldo Breda e Ansaldo Sts, c'era bisogno di una figura di coordinamento e di supervisione di tutte le business unit, un ruolo di corporate che assicurasse governance e fosse di supporto per sviluppare nuovi programmi. La mia nomina è la scelta di un'azienda che vuole diventare global e lo deve fare appoggiandosi a partner locali. Il business dell'acqua per esempio è un'issue forte, abbiamo il 38 per cento di perdite d'acqua a causa di tubature in cattive condizioni. In Giappone ci sono soluzioni interessanti che vanno adattate a un mercato diverso".
Le acquisizioni italiane sono state positive. Ansaldo Sts, non ancora del tutto giapponese, andava già bene, "Ansaldo Breda invece non era un'azienda florida, oggi è in una situazione buona. Non voglio dare tutto il merito a Hitachi, ma la sua forza ha aiutato un management con altissime competenze a rilanciarla: Pistoia, Reggio Calabria e Napoli sono all'avanguardia, innovative, l'organico è stato mantenuto e anche cresciuto. Per una commessa inglese stiamo producendo in Italia treni Intercity che collegheranno Londra alla Cornovaglia, che dovevano essere fabbricati in Giappone. Bisogna vederla in quest'ottica. È il motivo che mi ha legata a questa azienda, il suo rispetto per le risorse umane e la grande etica e civiltà. Quando investe non lo fa per portare via un know how a un paese, ma cerca di coniugare il proprio dna con i valori dell'azienda che acquista. Abbiamo comprato anche Fiamm, il gruppo industriale vicentino, che è come dire Gucci. Oggi in Italia abbiamo più di 6000 dipendenti".
Hitachi è un'azienda che c'è da più di cento anni, sin dalle origini focalizzata su progettazione di tecnologie estremamente innovative con scopo finale l'infrastruttura sociale. L'obiettivo è migliorare la vita delle persone, sviluppare soluzioni nei settori più disparati, ha 330 mila dipendenti nel mondo, ma il 50 per cento del fatturato mondiale, 80 miliardi di euro, è ancora domestico. Nella multinazionale nipponica c'è tanta industria con moltissimi ingegneri. "Io, pur senza esserlo, devo sviluppare un'azienda tecnica. Ma avendo lavorato qui a lungo, ho imparato a conoscere in modo profondo la sua realtà. In Giappone andavo a visitare le fabbriche per farmi spiegare come si fa un motore, un treno, una turbina".
Dicono che sia andata bene ma Lorena Dellagiovanna è la prima critica di se stessa. "Comincio a pensare a cosa farò da grande. Adesso sono nel cda di cinque aziende del gruppo. Ho bisogno di stimoli, ho fame di imparare per un mio personale arricchimento. Mi è sempre piaciuto il mondo della pubblicità, si addice al mio carattere ma oggi il settore non è più tanto profittevole". Confessa il rammarico di non aver approfondito la sua parte creativa, magari diventando interior designer, forse il lavoro che a guardare indietro, le sarebbe piaciuto di più. "Sono cresciuta in un mondo molto diverso da me, tutto maschile; dagli uomini ho imparato a capire il business, non ho mai provato disagio o competizione, né ho emulato gli atteggiamenti dell'altro sesso. Gli italiani sono assai più maschilisti dei giapponesi, all'uomo è concesso alzare la voce, essere aggressivo. Se lo fa una donna invece, le si appiccicano le etichette: è stressata, è uterina. Non ho mai dovuto gridare, ho imparato a negoziare e a farmi valere a modo mio".
In età adulta avrebbe voluto risolvere il conflitto con il padre. "Se n'è andato abbastanza presto, con un tumore, ma cinque anni prima aveva avuto un brutto incidente con lo scooter, entrò in coma e ci rimase per tanto tempo; quando si è risvegliato non era più quello di prima. Non ho fatto pace con lui perché se gli avessi chiesto scusa avrebbe capito che se ne stava andando. Lavoravo a Londra, c'ero poco a differenza delle mie sorelle, ma negli ultimi due mesi ho saputo da mia madre che chiedeva solo di me. Disse che per l'università avevo ragione io. Invece forse avrei dovuto dargli retta".
Ama vedere film, il teatro, le mostre, viaggiare, per lavoro da gennaio a oggi è andata undici volte in Giappone. Vive da sola, adora il mare, "le più belle vacanze sono d'estate in barca, dove non devi vestirti e vivi un grandissimo senso di libertà", le piace ballare, cantare, la musica, "suonavo il pianoforte, ho smesso".
Come dirigente d'azienda si sente appagata, "come donna mi manca la parte materna. Di tutte le mie pazienti eri la migliore candidata, mi diceva la mia ginecologa. Sono zia di cinque nipoti, madrina di tante figlie di amiche. Spero di essere la loro seconda mamma, almeno ci provo nei fine settimana. Non riesco a dividermi tra mia madre, le sorelle e gli amici. Non so cosa sarà il mio domani".
Il robottino le fa tenerezza. "Non pretende di sostituire l'essere umano, perché non lo è, è stato sviluppato e ideato allo scopo di aiutare, non porterà mai via il lavoro, non deve spaventare, c'è molta paura dietro a tutto ciò che è automazione. Però sarà in grado di farci vivere meglio". In Italia non c'è ancora. "In Giappone lo trovi all'aeroporto di Haneda, il più vicino a Tokyo, è lì per supportare i passeggeri, parla nella loro lingua, li accompagna. L'idea è di averlo domani negli ospedali, nelle banche, nelle stazioni, negli aeroporti. Ovunque possa essere utile. Accanto alle persone anziane che vivono da sole, nei casi in cui non si può compensare con la presenza umana".