Mia cara Taranto, sei bella da morire
Mario Desiati , di MARIO DESIATIDietro le ciminiere e i veleni dell’Ilva c’è una città in guerra, ma piena di storia, mare, colori. Mentre nelle chiese si prega per il suo futuro, uno scrittore ce la racconta. Con amore
TARANTO. A Taranto non ci rinuncio. Provengo da un paese vicino, Martina Franca, e il racconto agli occhi tuoi, visitatore occasionale, apparirà ancor più imparziale. Il fumo che offusca l'orizzonte di notte è giallastro a causa delle sue luci e di giorno prende i colori che decide il vento: grigio, rosa, viola. Nulla sottrae il mistero di bellezza che aleggia tra i fiumi sotterranei, i due mari incorniciati dal ponte girevole e Punta Penna. Dai rari aerei che virano sull'aeroporto Arlotta si vede il golfo che assomiglia a un otto o al segno dell'infinito.
La notte di Natale durante la messa di mezzanotte anche nella mia parrocchia di Martina Franca don Dino ci ha chiesto di pregare per Taranto. Questo Natale in tutte le chiese della diocesi si prega come ha invitato a fare il vescovo Santoro. Fuori e dentro la piana jonica il filo invisibile è nelle contraddizioni, da una parte un luogo aureo fatto da trulli, boschi immacolati e calce viva, e …
La notte di Natale durante la messa di mezzanotte anche nella mia parrocchia di Martina Franca don Dino ci ha chiesto di pregare per Taranto. Questo Natale in tutte le chiese della diocesi si prega come ha invitato a fare il vescovo Santoro. Fuori e dentro la piana jonica il filo invisibile è nelle contraddizioni, da una parte un luogo aureo fatto da trulli, boschi immacolati e calce viva, e …
TARANTO. A Taranto non ci rinuncio. Provengo da un paese vicino, Martina Franca, e il racconto agli occhi tuoi, visitatore occasionale, apparirà ancor più imparziale. Il fumo che offusca l'orizzonte di notte è giallastro a causa delle sue luci e di giorno prende i colori che decide il vento: grigio, rosa, viola. Nulla sottrae il mistero di bellezza che aleggia tra i fiumi sotterranei, i due mari incorniciati dal ponte girevole e Punta Penna. Dai rari aerei che virano sull'aeroporto Arlotta si vede il golfo che assomiglia a un otto o al segno dell'infinito.
La notte di Natale durante la messa di mezzanotte anche nella mia parrocchia di Martina Franca don Dino ci ha chiesto di pregare per Taranto. Questo Natale in tutte le chiese della diocesi si prega come ha invitato a fare il vescovo Santoro. Fuori e dentro la piana jonica il filo invisibile è nelle contraddizioni, da una parte un luogo aureo fatto da trulli, boschi immacolati e calce viva, e di contro i grandi complessi industriali che portano la modernità, il progresso, la civiltà delle macchine sottoforma di orizzonti bluastri e ciminiere sbalordenti come un monumento. Questo contrasto è stata un'ossessione, di contraddizioni si è riempita la mia esistenza, sin da quando andai a odorare con cognizione l'aria del capoluogo.
Avevo dieci anni, possedevo un diario scolastico fatto di fumetti che raccontava i vantaggi dell'acciaio e della sua fabbrica. Ci era stato distribuito a inizio anno da un solerte funzionario dell'allora Italsider. Avevo domande, da bambino, identiche a quelle che oggi si fanno i bambini del quartiere Tamburi a ridosso della fabbrica, domande che si trasformano in disegni disperati, in cui invece del sole e il cielo ci sono ciminiere e nuvole nere. Nascono con l'ineluttabilità dentro, perché l'acciaio invece dei fiori? Di fronte alla raffineria sul ponte svettano le creste dei papaveri neri col loro sapore di metallo. Ma l'aria di Taranto centro non puzza, i veleni sono sottili e arguti, sanno mimetizzarsi, salvo poi esalare col maestrale, arrossare le acque nei giorni di alluvione.
Ricordo da bambino la Passio Christi, nella folla dei visitatori della settimana santa, al caldo dei cappotti degli adulti che mi coprivano dal vento di maestrale. C'erano i portatori delle statue in processione e gli uomini con i cappucci del massacrante pellegrinaggio a piedi nudi che inizia il Giovedì santo pomeriggio, attraversa tutte le chiese delle città fino al giorno successivo. Una marcia sacra, che rende esausti i confratelli chiamati perdoni. L'ondeggiare delle teste dei perdoni si confonde con le aureole luminose delle statue e gli spalloni illuminati. Non c'è processione più sfiancante, più debilitante, più lunga. Non c'è niente a Taranto che non oscilli sul precipizio del dolore poiché Taranto è l'ultima città italiana rimasta allo stato di guerra. E forse per questa ragione s'esalta la sua identità, quasi a voler esorcizzare quel dolore.
Dicono Taranto come Sparta, anche se gli spartani che erano venuti a fondare la città erano esuli di Sparta e dunque in fuga da quei valori. Dicono Taranto come Detroit o Pittsburgh, anche se lì quel mare non c'è. Per questa ragione è "città perfetta" come disse Pasolini nel suo La lunga strada di Sabbia, era la fine degli anni Cinquanta. Taranto, la città dei due lungomari da cui si percepisce la sinestesia, "l'acqua è tutto uno squillo", dove i maschi alle ringhiere dei palazzi guardavano il bagno delle donne ignare "della tragedia dell'amore" che le attendeva. Erano i tempi delle navi da guerra senza essere più in guerra, dei marinai di tutta Italia che si muovevano da un porto all'altro con il miraggio di tornare a casa, era la città fatta da maschi posseduti da quella che era chiamata dal poeta friulano "l'elica del sesso" e le donne facevano il bagno da sole. Città dei poeti, da Raffaele Carrieri a Giovanna Sicari fino ad Alda Merini, che venne qui a sposarsi con il poeta tarantino Michele Pierri. Città di tesori antichi conservati al Mar-Ta. Città del Castello aragonese e di un centro storico con chiese mirabili, ma vuoti incolmabili.
Taranto è più consapevole e moderna rispetto ai tempi di Pasolini, ci è passata la rivoluzione dell'acciaio, c'è rimasto il senso di colpa di un intero Paese, la guerra però non è finita, è rimasta dentro i cuori e le teste dei tarantini, che ogni giorno si dividono nello stesso punto in cui è divisa la storia dello sviluppo mondiale: salute e/o lavoro. Quanto veleno sono disposto a prendermi per mangiare pane? L'ultima vera massa operaia italiana è qui, sulle sponde del golfo, anche se è molto diversa dall'idea di working class, più metalmezzadri, lavoratori con vocazione contadina, più precari meno politica.
Taranto è un posto dove succedono le cose un po' prima che da altre parti. La prima grande crisi della spazzatura fu qui negli anni Novanta, i primi movimenti antisistema, i primi processi per mobbing, le vedette del populismo e delle tv locali usate per la politica. Dietro c'è sempre questo senso del dolore. Non mi stupisce a volte il profondo autolesionismo dei roghi di San Giuseppe, dei lanci di mobili la notte di San Silvestro, dei saccheggi tra i luoghi abbandonati. Non riesco a indignarmi come facevo un tempo, il suo fascino sopravanza anche se sopra c'è una cappa di ruggine e carbone. Taranto nonostante la sua guerra è bellissima, fatta di un'umanità ferina, astorica, che ha tra i suoi estremi le menti che escono dal prestigioso liceo Archita e gli ingegnosi inventori delle riffe in periferia che mettono in palio cesti di cibo. Disse lo scrittore Ota Pavel per voce di uno dei suoi alter ego che aveva pensato mille volte a morire, ma non lo aveva mai fatto perché aveva sempre pensato al suo fiume.
Il grande mistero dell'uomo che decide di rimanere o di vivere in un posto che gli fa male è questo. Manca l'aria? Allora c'è la Terra, c'è il Fuoco e soprattutto l'ultimo elemento, l'Acqua, da cui tutto nasce. Così rispondono i tarantini che restano, quelli che decidono di vivere in città e coloro che sono costretti a rimanerci. Acqua. I suoi due mari che circondano il borgo vecchio allacciato alla terra dai suoi ponti, i due orizzonti blu, le Cheradi, isole disabitate ma dall'ecosistema irripetibile, acqua ovunque come i suoi torrenti, il pallido Taras. Acqua tra navi e gru, tra gli allevamenti di cozze. Guardare l'acqua di Taranto è un incantesimo.
Oltre le montagne di calcare e quarzite del parco minerario, s'erge il cimitero di San Brunone, la zona più inquinata dell'area metropolitana, la temperatura è più alta, la pioggia è come olio. Alcuni anni fa si pensò addirittura di trasferire il cimitero. A Natale tornano quelli che sono andati via ma non hanno rinunciato a Taranto, visitano i loro cari, anche io ci sono tornato, rivedo il colore rosa delle tombe perché la gente le ridipinge così, poiché il fumo le fa dello stesso colore. Ci vado perché ci sono i miei cari e oggi c'è pure lo scrittore Alessandro Leogrande, scomparso da poco, il più lucido esegeta di Taranto di questi anni, colui che l'aveva saputa raccontare meglio, che non aveva mai ceduto alla retorica, che era nell'essenza della sua città tanto da rimanerci anche se era andato via, perché Taranto non è né Sparta né Detroit, è Taranto e basta: bella, con i suoi mille cieli e i bambini che disegnano ciminiere e giocano ignari tra le strade di città come fosse un piccolo paese dove tutti si conoscono, senza paura.
Sul Venerdì del 5 gennaio 2017
La notte di Natale durante la messa di mezzanotte anche nella mia parrocchia di Martina Franca don Dino ci ha chiesto di pregare per Taranto. Questo Natale in tutte le chiese della diocesi si prega come ha invitato a fare il vescovo Santoro. Fuori e dentro la piana jonica il filo invisibile è nelle contraddizioni, da una parte un luogo aureo fatto da trulli, boschi immacolati e calce viva, e di contro i grandi complessi industriali che portano la modernità, il progresso, la civiltà delle macchine sottoforma di orizzonti bluastri e ciminiere sbalordenti come un monumento. Questo contrasto è stata un'ossessione, di contraddizioni si è riempita la mia esistenza, sin da quando andai a odorare con cognizione l'aria del capoluogo.
Avevo dieci anni, possedevo un diario scolastico fatto di fumetti che raccontava i vantaggi dell'acciaio e della sua fabbrica. Ci era stato distribuito a inizio anno da un solerte funzionario dell'allora Italsider. Avevo domande, da bambino, identiche a quelle che oggi si fanno i bambini del quartiere Tamburi a ridosso della fabbrica, domande che si trasformano in disegni disperati, in cui invece del sole e il cielo ci sono ciminiere e nuvole nere. Nascono con l'ineluttabilità dentro, perché l'acciaio invece dei fiori? Di fronte alla raffineria sul ponte svettano le creste dei papaveri neri col loro sapore di metallo. Ma l'aria di Taranto centro non puzza, i veleni sono sottili e arguti, sanno mimetizzarsi, salvo poi esalare col maestrale, arrossare le acque nei giorni di alluvione.
Ricordo da bambino la Passio Christi, nella folla dei visitatori della settimana santa, al caldo dei cappotti degli adulti che mi coprivano dal vento di maestrale. C'erano i portatori delle statue in processione e gli uomini con i cappucci del massacrante pellegrinaggio a piedi nudi che inizia il Giovedì santo pomeriggio, attraversa tutte le chiese delle città fino al giorno successivo. Una marcia sacra, che rende esausti i confratelli chiamati perdoni. L'ondeggiare delle teste dei perdoni si confonde con le aureole luminose delle statue e gli spalloni illuminati. Non c'è processione più sfiancante, più debilitante, più lunga. Non c'è niente a Taranto che non oscilli sul precipizio del dolore poiché Taranto è l'ultima città italiana rimasta allo stato di guerra. E forse per questa ragione s'esalta la sua identità, quasi a voler esorcizzare quel dolore.
Dicono Taranto come Sparta, anche se gli spartani che erano venuti a fondare la città erano esuli di Sparta e dunque in fuga da quei valori. Dicono Taranto come Detroit o Pittsburgh, anche se lì quel mare non c'è. Per questa ragione è "città perfetta" come disse Pasolini nel suo La lunga strada di Sabbia, era la fine degli anni Cinquanta. Taranto, la città dei due lungomari da cui si percepisce la sinestesia, "l'acqua è tutto uno squillo", dove i maschi alle ringhiere dei palazzi guardavano il bagno delle donne ignare "della tragedia dell'amore" che le attendeva. Erano i tempi delle navi da guerra senza essere più in guerra, dei marinai di tutta Italia che si muovevano da un porto all'altro con il miraggio di tornare a casa, era la città fatta da maschi posseduti da quella che era chiamata dal poeta friulano "l'elica del sesso" e le donne facevano il bagno da sole. Città dei poeti, da Raffaele Carrieri a Giovanna Sicari fino ad Alda Merini, che venne qui a sposarsi con il poeta tarantino Michele Pierri. Città di tesori antichi conservati al Mar-Ta. Città del Castello aragonese e di un centro storico con chiese mirabili, ma vuoti incolmabili.
Taranto è più consapevole e moderna rispetto ai tempi di Pasolini, ci è passata la rivoluzione dell'acciaio, c'è rimasto il senso di colpa di un intero Paese, la guerra però non è finita, è rimasta dentro i cuori e le teste dei tarantini, che ogni giorno si dividono nello stesso punto in cui è divisa la storia dello sviluppo mondiale: salute e/o lavoro. Quanto veleno sono disposto a prendermi per mangiare pane? L'ultima vera massa operaia italiana è qui, sulle sponde del golfo, anche se è molto diversa dall'idea di working class, più metalmezzadri, lavoratori con vocazione contadina, più precari meno politica.
Taranto è un posto dove succedono le cose un po' prima che da altre parti. La prima grande crisi della spazzatura fu qui negli anni Novanta, i primi movimenti antisistema, i primi processi per mobbing, le vedette del populismo e delle tv locali usate per la politica. Dietro c'è sempre questo senso del dolore. Non mi stupisce a volte il profondo autolesionismo dei roghi di San Giuseppe, dei lanci di mobili la notte di San Silvestro, dei saccheggi tra i luoghi abbandonati. Non riesco a indignarmi come facevo un tempo, il suo fascino sopravanza anche se sopra c'è una cappa di ruggine e carbone. Taranto nonostante la sua guerra è bellissima, fatta di un'umanità ferina, astorica, che ha tra i suoi estremi le menti che escono dal prestigioso liceo Archita e gli ingegnosi inventori delle riffe in periferia che mettono in palio cesti di cibo. Disse lo scrittore Ota Pavel per voce di uno dei suoi alter ego che aveva pensato mille volte a morire, ma non lo aveva mai fatto perché aveva sempre pensato al suo fiume.
Il grande mistero dell'uomo che decide di rimanere o di vivere in un posto che gli fa male è questo. Manca l'aria? Allora c'è la Terra, c'è il Fuoco e soprattutto l'ultimo elemento, l'Acqua, da cui tutto nasce. Così rispondono i tarantini che restano, quelli che decidono di vivere in città e coloro che sono costretti a rimanerci. Acqua. I suoi due mari che circondano il borgo vecchio allacciato alla terra dai suoi ponti, i due orizzonti blu, le Cheradi, isole disabitate ma dall'ecosistema irripetibile, acqua ovunque come i suoi torrenti, il pallido Taras. Acqua tra navi e gru, tra gli allevamenti di cozze. Guardare l'acqua di Taranto è un incantesimo.
Oltre le montagne di calcare e quarzite del parco minerario, s'erge il cimitero di San Brunone, la zona più inquinata dell'area metropolitana, la temperatura è più alta, la pioggia è come olio. Alcuni anni fa si pensò addirittura di trasferire il cimitero. A Natale tornano quelli che sono andati via ma non hanno rinunciato a Taranto, visitano i loro cari, anche io ci sono tornato, rivedo il colore rosa delle tombe perché la gente le ridipinge così, poiché il fumo le fa dello stesso colore. Ci vado perché ci sono i miei cari e oggi c'è pure lo scrittore Alessandro Leogrande, scomparso da poco, il più lucido esegeta di Taranto di questi anni, colui che l'aveva saputa raccontare meglio, che non aveva mai ceduto alla retorica, che era nell'essenza della sua città tanto da rimanerci anche se era andato via, perché Taranto non è né Sparta né Detroit, è Taranto e basta: bella, con i suoi mille cieli e i bambini che disegnano ciminiere e giocano ignari tra le strade di città come fosse un piccolo paese dove tutti si conoscono, senza paura.
Sul Venerdì del 5 gennaio 2017