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La giungla infinita degli sconti fiscali

Dagli armatori  ai commercianti pesano 76,5 miliardi. Studio del Senato: in un anno e mezzo si sono aggiunte 43 agevolazioni 
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ROMA. Le cosiddette tax expenditures, cioè detrazioni e deduzioni fiscali, invece di diminuire come promesso da anni dai governi che si sono succeduti, aumentano di numero e peso. Traccia il sorprendente quadro uno studio dell'"Ufficio di valutazione dell'impatto" del Senato che dimostra come, mentre lo Stato conta e riconta le agevolazioni fiscali, queste gli crescono sotto gli occhi. Il dossier rivela infatti che tra il 1° gennaio del 2015 e giugno del 2016 sono stati introdotti 43 sconti fiscali in più con una spesa corrispondente di 3,5 miliardi.

La cornice è desolante. Da anni si analizzano e si tentano di catalogare detrazioni, deduzioni, sconti Iva ed esenzioni fiscali: tuttavia neanche sul censimento si è arrivati ad una certezza tanto che lo stesso Rapporto parla di "dilemma dei numeri" facendo riferimento ai risultati divergenti delle varie commissioni che si sono succedute negli anni. Per ora dunque bisogna a…
ROMA. Le cosiddette tax expenditures, cioè detrazioni e deduzioni fiscali, invece di diminuire come promesso da anni dai governi che si sono succeduti, aumentano di numero e peso. Traccia il sorprendente quadro uno studio dell'"Ufficio di valutazione dell'impatto" del Senato che dimostra come, mentre lo Stato conta e riconta le agevolazioni fiscali, queste gli crescono sotto gli occhi. Il dossier rivela infatti che tra il 1° gennaio del 2015 e giugno del 2016 sono stati introdotti 43 sconti fiscali in più con una spesa corrispondente di 3,5 miliardi.

La cornice è desolante. Da anni si analizzano e si tentano di catalogare detrazioni, deduzioni, sconti Iva ed esenzioni fiscali: tuttavia neanche sul censimento si è arrivati ad una certezza tanto che lo stesso Rapporto parla di "dilemma dei numeri" facendo riferimento ai risultati divergenti delle varie commissioni che si sono succedute negli anni. Per ora dunque bisogna accontentarsi del seguente bilancio: nel 2017 ci sono 468 agevolazioni fiscali a livello nazionale più 166 a livello locale, meno 24 che sono venute a scadenza nelle more della contabilità, fa 610 (che è il dato calcolato dall'"Ufficio di valutazione dell'impatto" del Senato).

Alla rassegna naturalmente mancano gli aggiornamenti contenuti nella manovra approvata nei giorni scorsi dalle Camere: in questo ambito sono fioccate almeno una decina di nuove detrazioni fiscali, da quella a favore dei giardini pensili (soprannominata norma "basilico"), a quella che estende ai familiari la detrazione per le spese per gli autotrasporti, all'allargamento della casistica per l'ecobonus e per le ristrutturazioni dei condomini, agli sconti per gli alberghi che creano una spa e alla nuova detrazione per le polizze anti-sisma.

Giuste o sbagliate che siano le agevolazioni continuano così a crescere. Costano ogni anno 76,5 miliardi, una cifra poco più alta di quanto paghiamo per gli interessi sul debito ogni 12 mesi, e la finanza pubblica non se le può permettere: gli sconti fiscali sono apprezzabili solo se hanno un contenuto di equità sociale e se, con la loro azione, possono dare un concreto aiuto allo sviluppo. Di conseguenza non tutte le detrazioni sono da stracciare e non tutte sono nel mirino: per almeno 46,5 miliardi riguardano sconti fiscali sul lavoro, la salute, la casa e la famiglia. In questo caso non c'è spazio per tagli, anche se non è escluso che si possa vagliare efficienza e funzionamento delle varie misure. Ma fatta questa premessa va detto che c'è un consenso tra i tecnici della materia sul fatto che almeno una cinquantina delle nostre 610 agevolazioni fiscali potrebbero essere facilmente eliminate, senza peraltro provocare squilibri o emergenze ma dando vita a risparmi da 1 a 2 miliardi all'anno. Qualche esempio? Agricoltura: perché continuare ad esentare dalle imposte di successione le imprese agricole con una norma anacronistica che era nata per evitare la parcellizzazione della proprietà terriera? Cultura: perché mantenere una detrazione particolare per la benemerita Biennale di Venezia? È superata da altri strumenti come il bonus arte e soprattutto (vedere i documenti ufficiali per credere) non la utilizza nessuno dato che il costo sui bilanci dello Stato risulta uguale a zero. Non è zero invece il costo delle agevolazioni fiscali per settori forti come gli autotrasportatori, gli armatori, il settore della pesca. Senza contare le misure decisamente vetuste: perché mantenere in vita il credito d'imposta per l'acquisto di computer, corredati di speciali accessori per far connettere i commercianti con l'Agenzia delle entrate, quando la tecnologia è ormai superata? Anche a guardare il numero dei beneficiari delle agevolazioni, pochi e per cifre rilevanti, si rimane sorpresi e si scorge l'azione pesante delle lobby: il 23 per cento delle agevolazioni si rivolge ad una classe di beneficiari composta da meno di 1.000 soggetti. 
Esempi? Li fa nel dettaglio lo studio del Senato. Solo 90 armatori godono di una agevolazione forfettaria per 144 mila euro a testa; 14 fondi immobiliari chiusi beneficiano di una agevolazione per oltre 635 mila euro pro-capite; solo 26 produttori indipendenti di opere audiovisive arrivano ad ottenere un credito d'imposta di oltre 961 mila euro. Le risposte dei partiti su un tema cruciale della politica fiscale come le tax expenditures non si fanno sentire. Anzi sembra che si respiri un clima del tutto opposto con programmi che, in vista delle elezioni, avanzano a colpi di tagli fiscali alla Trump conditi da flat tax. E il governo? Come ha agito? C'è da dire che in questa legislatura, perché sia riconosciuto lo sforzo del ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, è stata creata una Commissione ministeriale permanente e ad ogni nota di aggiornamento al Def viene allegato un Rapporto che elenca il numero e l'entità degli sconti fiscali. 

Bisogna aggiungere che nei vari Def, timidamente, si è sempre fatto cenno alla necessità di limitare almeno i costi delle tax expenditures. Ma la montagna sembra non scalabile e niente si è fatto. Anzi, chi si è scontrato con il tema è rimasto scottato: dalla prima commissione Vieri Ceriani del 2011 (di cui bisogna dar atto allora ministro dell'Economia Giulio Tremonti), si sono succeduti Francesco Giavazzi che individuò inutilmente tagli possibili per 10 miliardi, Roberto Perotti dimessosi nel dicembre del 2015, e l'attuale presidente della Commissione sulle spese fiscali Mauro Marè che ha presentato le sue proposte senza ottenere risultati.Recuperare risorse dalle rendite di posizione ottenute a colpi di lobby ai bordi della discussione delle leggi di Bilancio e di sedimentazioni ammuffite è una battaglia degna di un progetto di riforme, ma ci vuole coraggio. Chi si fa avanti?