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(afp)

La guerra mondiale alla plastica parte da Londra e dall'Ue

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La strada per frenare i consumi è aumentare i costi dei contenitori inquinanti
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La guerra mondiale contro la plastica riunisce (per un giorno) Bruxelles e Londra. La Brexit - quando in ballo ci sono gli otto milioni di tonnellate di bottiglie, sacchetti e bastoncini per orecchie scaricati ogni anno negli oceani - può attendere. Ue e Regno Unito hanno annunciato in tandem un giro di vite fiscale per salvare i mari da questa valanga di pattumiera. La svolta verde di Theresa May (vedi pezzo sotto) punta a ripulire la Gran Bretagna entro il 2042 dalla plastica in eccesso. L'Europa la caricherà a maggio di una nuova imposta, si vedrà se a carico di consumatori o aziende. Obiettivo: frenare gli abusi, fare cassa e contenere il caos aperto dal "pentimento" della Cina. Pechino - che fino a poche settimane fa comprava il 50% di quella da riciclare - ha sospeso l'import, mandando in tilt in queste ore i paesi che non hanno impianti per lavorarla.

La partita per l'addio alla plastica "sporca", quella non biodegradabile (…
La guerra mondiale contro la plastica riunisce (per un giorno) Bruxelles e Londra. La Brexit - quando in ballo ci sono gli otto milioni di tonnellate di bottiglie, sacchetti e bastoncini per orecchie scaricati ogni anno negli oceani - può attendere. Ue e Regno Unito hanno annunciato in tandem un giro di vite fiscale per salvare i mari da questa valanga di pattumiera. La svolta verde di Theresa May (vedi pezzo sotto) punta a ripulire la Gran Bretagna entro il 2042 dalla plastica in eccesso. L'Europa la caricherà a maggio di una nuova imposta, si vedrà se a carico di consumatori o aziende. Obiettivo: frenare gli abusi, fare cassa e contenere il caos aperto dal "pentimento" della Cina. Pechino - che fino a poche settimane fa comprava il 50% di quella da riciclare - ha sospeso l'import, mandando in tilt in queste ore i paesi che non hanno impianti per lavorarla.

La partita per l'addio alla plastica "sporca", quella non biodegradabile (come dimostra la polemica italiana sui sacchetti per la frutta) è una strada in salita dove proprio fisco e incentivi economici hanno dato finora i risultati migliori. Il sistema più rapido per ridurre la crescita dei consumi - moltiplicati per venti nell'ultimo mezzo secolo - è, in teoria, il proibizionismo: il Bangladesh ha vietato l'uso dei sacchetti di plastica nel 2002 dopo che un "grumone" di shopper ha intasato le fogne di Dacca trasformando un'alluvione in una tragedia. Il Kenya punisce con quattro anni di carcere e 38mila dollari di multa chi li produce e li utilizza. San Francisco ha bandito dal 2015 il commercio in luoghi pubblici delle bottiglie di plastica (al mondo se ne vendono 20mila al secondo!), off-limits pure in molti college e nei parchi a stelle e strisce. Amburgo ha messo fuorilegge le cialde per il caffè negli uffici municipali, Nuova Delhi - come molte aziende private - ha proibito tutti i prodotti mono-uso come bicchieri, forchette e coltelli.

Le mosse di Ue e Gran Bretagna confermano però come la via "finanziaria" per frenare la plastica resti quella più gettonata ed efficace: i sacchetti a pagamento nei supermercati ne hanno ridotto i consumi del 50% in Italia. In Portogallo il calo è del 74%. Molti paesi usano con successo la cauzione sulle bottiglie di plastica. In Finlandia, dove è di 40 centesimi l'una, il 90% vengono riciclate, come in Svezia. Lo stesso è successo negli stati Usa, come il Michigan, che fanno politiche di questo tipo, portando al 36% la quota recuperata nel paese. L'Italia è al 41% del riciclo della plastica. "E la guida dello Stato è servita - dice Antonello Ciotti, presidente di Corepla, il consorzio di settore - vent'anni fa non sapevamo come riutilizzare il Pet. Oggi trasformiamo tutto quello che ci arriva in fibra per i tessuti di pile". Ora - aggiunge - servirebbe un aiutino per incentivare il riutilizzo dei materiali per cui il recupero è più costoso: "Basterebbe che la pubblica amministrazione privilegiasse negli acquisti l'utilizzo dei loro derivati".

Le virtù del riciclo - fermo peraltro a livello mondiale al 14% - hanno un limite: la resistenza delle aziende all'acquisto della plastica recuperata, un po' per questioni di prezzo (con il petrolio molto basso è spesso più conveniente usare quella nuova) un po' per la qualità. I big dei soft drink, dice Greenpeace, usano solo il 6,6% di materiale riciclato. Il fattore "economico" guida del resto tutte le scelte delle imprese. Strette tra il pressing ecologista (ogni minuto viene scaricata in mare una quantità di plastica pari a un camion della spazzatura) e le esigenze di bilancio. Le più grandi hanno cercato di ridurre il peso delle confezioni dei loro prodotti: per i detersivi si usa oggi il 40% di materia prima in meno degli anni '70, i vasetti di yogurt sono a - 43%. Coca Cola e Unilever si sono impegnate a utilizzare solo packaging riciclabile o riutilizzabile entro il 2025. Procter & Gamble fa confezioni con plastica dell'oceano.

Questioni economiche hanno fermato per ora anche le bioplastiche "superverdi", mercato che vale solo l'1% dei 300 milioni di tonnellate prodotte ogni anno. Si stanno studiando quelle fatte con gusci di gambero, con le alghe, utilizzando batteri alimentati con lo zucchero o l'anidride carbonica. Le tecnologie si stanno raffinando, ma i costi restano del 30-40% superiori alla plastica "sporca". Se quest'ultima fosse tassata di più - dicono i produttori - forse anche questo mercato potrebbe davvero decollare.