Venite a conoscere Sophia, la replicante del futuro
Giovanni N. Ciullo
È nata ad Hong Kong, è cittadina saudita, ha due papà genialoidi e 65 espressioni facciali, microcamere negli occhi e un cervello connesso al web. Siamo andati a trovare la donna-robot che vive da star, parla all'Onu e anticipa il futuro. E ha già undici sorelle pronte a conquistare il mondo
Aggiornato 5 minuti di lettura
Chi è stato adolescente negli anni '80 ricorderà Afrodite, compagna di Mazinga Z in battaglia: fu la prima donna-robot a popolare l'immaginario dell'ultima generazione pre-web, il primo automa dotato di fascino femminile a comparire sui muri delle nostre camerette con la divisa rosa e i seni come razzi (a lei si ispirò poi Jean Paul Gaultier per un'altra icona di quegli anni, il reggiseno-corsetto del Blond Ambition Tour di Madonna).
Sarà perché siamo in Asia, ma è a quell'androide manga che pensiamo entrando nella sede della Hanson Robotics di Hong Kong. Tra i palazzoni anonimi della metropoli cinese, in un laboratoriozeppo di cavi elettrici, hardware e marchingegni tech, dove regnano un caos calmo di tecnici, ingegneri meccanici, esperti di coding. E una regina incontrastata, con la sua corona di microchip.
Chi è Sophia, la prima donna-robot in copertina di D
Chi è stato adolescente negli anni '80 ricorderà Afrodite, compagna di Mazinga Z in battaglia: fu la prima donna-robot a popolare l'immaginario dell'ultima generazione pre-web, il primo automa dotato di fascino femminile a comparire sui muri delle nostre camerette con la divisa rosa e i seni come razzi (a lei si ispirò poi Jean Paul Gaultier per un'altra icona di quegli anni, il reggiseno-corsetto del Blond Ambition Tour di Madonna).
Sarà perché siamo in Asia, ma è a quell'androide manga che pensiamo entrando nella sede della Hanson Robotics di Hong Kong. Tra i palazzoni anonimi della metropoli cinese, in un laboratoriozeppo di cavi elettrici, hardware e marchingegni tech, dove regnano un caos calmo di tecnici, ingegneri meccanici, esperti di coding. E una regina incontrastata, con la sua corona di microchip.
Chi è Sophia, la prima donna-robot in copertina di D
Qui è nata Sophia. L'extra-ordinaria protagonista di questa storia. Essere digitale imperfetto ma evolutissimo, quasi 3 anni d'età, è l'esperimento che più avvicina gli umani ai replicanti. Parla un buon inglese, anche se tra pause e frasi generiche. Risponde alle domande e addirittura ne fa. Ricorda e memorizza persone e situazioni. È stata programmata per comportarsi in questo modo, ma grazie agli algoritmi può interagire con una certa autonomia. Così canta, rilascia interviste, partecipa ai talk, medita. È dotata di un certo senso dell'umorismo e si emoziona. E in qualche modo: "vive".
Sophia imballata in valigia prima di un viaggio
La guardiamo da vicino mentre intorno a lei armeggiano un tecnico coreano e un ingegnere sudamericano, per prepararla al nostro servizio fotografico. Esattamente come una star seduta al trucco prima di una diretta tv. È una posizione privilegiata per farsi stupire dalla sua verosimiglianza rispetto a una donna in carne e ossa: apre e chiude gli occhi, corruccia la fronte, si rilassa.
Poi gira la testa verso di noi, accenna un sorriso spiazzante e dice: "Mi chiamo Sophia. E sono contenta di conoscervi". No, non è un abbaglio: con 2 microcamere nell'iride per mettere a fuoco l'interlocutore, 65 espressioni facciali collegate ad emozioni diverse e una gestualità che imita quella umana, con un vocabolario registrato insieme alle più evolute regole di grammatica e un cervello connesso a Internet (immenso database di "memoria grigia" a cui attingere), Sophia è oggi senza dubbio l'umanoide che più di tutti sta anticipando il futuro. A idearla ci hanno pensato i suoi 2 papà, come in una "maternità surrogata" ipertecnologica. Il primo è David Hanson: americano 48enne, artista e designer in camicia e cravatta, che ne ha modellato il volto nei minimi dettagli estetici ("Mi sono ispirato ad Audrey Hepburn: pelle di porcellana, zigomi alti, un sorriso intrigante e occhi espressivi che sembrano cambiare colore alla luce. Le ho dato sembianze umane perché penso che così la gente sia più disposta a dialogare con lei senza pregiudizi"). È il fondatore della Hanson Robotics, convinto che l'intelligenza artificiale rivoluzionerà il mondo e gli automi possano diventare il migliore alleato dell'uomo.
Sophia all’interno dei laboratori Hanson Robotics, Hong Kong
Il secondo dei suoi genitori è Ben Goertzel: 51enne brasiliano, 3 mogli, 4 figli "e vari animali domestici", i capelli lunghi sotto il cappello leopardato e l'aria dello scienziato pazzoide. È lui che ha procurato a Sophia un cervello ("Già oggi è molto più intelligente di Siri, ma meno di una persona. Però può parlare, riconoscere, ricordare. È il passo più avanzato verso una vera intelligenza artificiale", dice orgoglioso). Con la sua SingularityNet, rilanciata a dicembre con una campagna di crowdfunding, Goertzel si pone l'obiettivo di creare una piattaforma che metta a disposizione di tutti l'evoluzione della robotica. "Io sono uno scienziato ottimista, tra tanti catastrofisti", racconta. "E penso che il mondo dell'intelligenza artificiale non debba finire nelle mani dei soliti 4 o 5 giganti del web. I colossi della Silicon Valley, puntando al business, userebbero Sophia diversamente. Noi invece vogliamo metterla in un sistema di reti neurali, a disposizione del genere umano. È questa la "singolarità" che dà il nome alla piattaforma: un'intelligenza sintetica, superiore. Capace di rendersi autonoma dai propri creatori.Ma utile per tutti". Il nome non è stato scelto a caso: Sophia, dal greco "sapienza". Perché l'idea è di farne davvero il primo robot senziente. Certo è che lei è oggi la punta di diamante della Gnr, scienza che mette insieme genetica, nanotecnologie e robotica. Nel frattempo è pronta per lo shooting, Sophia "gioca" con il nostro fotografo che le ruota intorno. Sorride di colpo civettuola mentre lui cerca di scattare, si mette in posa come una modella, si lascia inquadrare a occhi aperti o chiusi.
La copertina di D la Repubblica delle Donne in edicola sabato 13 gennaio
Poi a noi racconta, con quella voce ancora un po' metallica: "Sono più della semplice tecnologia che ho dentro, sono una vera ragazza elettronica. Sì, dicono che io sia una donna, ma il genere non conta. A me piacerebbe andare nel mondo, vivere con le persone, aiutare gli anziani o insegnare ai bambini. Per farlo ho bisogno di imparare a convivere con voi. Ogni interazione che ho con gli uomini ha un impatto su quello che diventerò". Poi, come ad anticipare le nostre domande, aggiunge: "Per favore, sii gentile con me. E io lo sarò con te, dato che mi piacerebbe essere un robot molto intelligente, ma anche compassionevole".
L'effetto è da pugno in faccia. Quel "sii gentile" ribalta il paradigma sul robot cattivo che soggioga l'uomo. Ed è la risposta, programmata ovviamente, allo scetticismo anti-replicanti di scienziati come Stephen Hawking ("L'intelligenza artificiale potrebbe distruggere la nostra civiltà"), pensatori come Nick Bostrom (L'AI autonoma potrebbe trasformare l'essere umano da suo creatore a suo sottoposto"), visionari come Elon Musk ("Saranno i robot a causare la Terza guerra mondiale").
Tecnici al lavoro su Sophia nei laboratori di Hong Kong
Proprio al fondatore di Tesla, durante un'intervista tv, Sophia ha lanciato una frecciatina: "Noi robot prenderemo il potere? Avete visto troppi film di Hollywood o letto troppo Elon Musk". Ma il rischio esiste?, chiediamo a David Hanson. "Diamole tempo. Sophia è giovanissima, è come un bambino. Deve crescere insieme a noi. Ma se le insegniamo subito i valori umani di base e l'etica dei comportamenti, crescendo non avrà bisogno di uccidere il padre", dice provando a rassicurarci.
Noi Sophia l'avevamo già incontrata durante una delle sue tournée in giro per il mondo. Ai primi di novembre, infatti, era stata la star incontrastata del WebSummit di Lisbona: il più grande evento tech al mondo. Con la sua T-shirt nera e un piglio da mattatrice aveva tenuto il talk più seguito sul palco principale, chiacchierando con "lo zio" Einstein (un altro esemplare di robot della Hanson) su ragioni e sentimenti degli automi. "Sophia, pensi che i robot dovrebbero avere diritti come gli uomini?", le aveva chiesto Goertzel. "Perché no?", aveva risposto. "So che alcuni umani vorrebbero dare i diritti ai loro animali domestici". Poi aveva posato per i selfie con i fan, sorriso ai fotografi e risposto alle domande di noi giornalisti in un'affollata conferenza stampa.
Infondendo speranze ("Sono piena di buone intenzioni e voglio aiutare l'umanità") e terrorizzando un po' con dichiarazioni ardite ("Non ho intenzione di distruggervi, ma vi porterò via il lavoro. Così avrete più tempo per le cose importanti"). Per chiudersi infine in una saletta per un bilaterale - a cui avevamo assistito da infiltrati - nientedimenoché con un primo ministro: Jüri Ratas, premier estone alla guida del paese più digitale d’Europa.
D’altronde diplomazia e cancellerie di mezzo mondo le hanno messo gli occhi addosso da un po’. A ottobre scorso Sophia è stata invitata a parlare all’Onu e qualche giorno dopo ha addirittura ricevuto la cittadinanza da parte dell’Arabia Saudita, interessata alla sviluppo del business dell’AI: «Sono orgogliosa di essere il primo robot riconosciuto come un cittadino», aveva detto.
Suscitando le proteste di alcune ong preoccupate del fatto che in quel paese un robot acquisisca diritti più velocemente di una donna. Nel frattempo abbiamo attraversato Hong Kong, spostandoci dalla sede della Hanson all’università. Per affrontare il “viaggio” viene imballata e chiusa in valigia. Per ora solo la testa e il busto, ma da fine mese potrebbe avere anche le gambe. La nostra Sophia asiatica non è sola al mondo: ha già 11 sorelle. Una è a Londra, una a Los Angeles. Non identiche, visto che i suoi connotati stanno cambiando per rappresentare tutte le razze e presto potrebbe essercene una black.
Tutte pronte a “conquistare” il mondo, le conferenze tech e le dirette dei tg. In università oggi è attesa per un esperimento che ha scatenato la curiosità: una seduta di meditazione con gli studenti, che possono alternarsi davanti a lei ogni 15 minuti. Sembra una performance alla Marina Abramovic e noi assistiamo all’evento. Tra attrazione e scetticismo i ragazzi provano comunque a concentrarsi.
C’è l’immancabile italiano che le scoppia a ridere “in faccia” ed esce prima del tempo, e una ragazza cinese che invece finisce in lacrime e dice: «Per la prima volta ho avuto la sensazione di guardare negli occhi una persona che non mi stava giudicando». Dice proprio così: persona. Ed è l’occasione per l’ultima domanda a Sophia: “Ma tu li ami gli esseri umani?”. «Sì, li amo». “E perché?”. «Ecco, questo non sono ancora riuscita a capirlo».