Tsipras ha vinto. Abbasso Tsipras
Ettore Livini , dal nostro inviato ETTORE LIVINIAd agosto sarà ufficiale: la Grecia è fuori dalla crisi. Il premier ce l’ha fatta, uscire dall’austerity da sinistra si può. Eppure la gente sta peggio. E la destra vola. Quindi? Reportage
ATENE. La Grecia è salva. Ora per Alexis Tsipras comincia la parte più difficile: salvare i greci e se stesso. «Guardi la coda qui fuori. Le pare che le cose siano andate davvero a posto?» dice sconsolata Ana Karteli, volontaria alla mensa sociale di via Sofokleous, ad Atene. Fuori dalla cancellata di ferro ci sono come tutti i giorni duecento persone in attesa del pranzo. E ai banconi del centro – a 50 metri dalla sede di Syriza, il partito del premier – assieme a panini e scatole cellofanate di riso caldo è servito il paradosso della crisi ellenica. Politica e istituzioni si preparano a calare il sipario sull’austerity, ma per le strade della capitale (e nelle tasche delle famiglie) la crisi non è finita.
Il giorno della festa, comunque, è già fissato: il prossimo 20 agosto, salvo clamorose sorprese, la ex troika dichiarerà guarita la grande malata della Ue, chiudendo il commissariamento che ha evitato l…
Il giorno della festa, comunque, è già fissato: il prossimo 20 agosto, salvo clamorose sorprese, la ex troika dichiarerà guarita la grande malata della Ue, chiudendo il commissariamento che ha evitato l…
ATENE. La Grecia è salva. Ora per Alexis Tsipras comincia la parte più difficile: salvare i greci e se stesso. «Guardi la coda qui fuori. Le pare che le cose siano andate davvero a posto?» dice sconsolata Ana Karteli, volontaria alla mensa sociale di via Sofokleous, ad Atene. Fuori dalla cancellata di ferro ci sono come tutti i giorni duecento persone in attesa del pranzo. E ai banconi del centro – a 50 metri dalla sede di Syriza, il partito del premier – assieme a panini e scatole cellofanate di riso caldo è servito il paradosso della crisi ellenica. Politica e istituzioni si preparano a calare il sipario sull’austerity, ma per le strade della capitale (e nelle tasche delle famiglie) la crisi non è finita.
Il giorno della festa, comunque, è già fissato: il prossimo 20 agosto, salvo clamorose sorprese, la ex troika dichiarerà guarita la grande malata della Ue, chiudendo il commissariamento che ha evitato l’uscita della Grecia dall’euro e salvato le banche francesi e tedesche dal crac. «Ci lasceremo alle spalle per sempre questo periodo durissimo» dice Tsipras. Tempo di festeggiare per lui però non ce n’è. Il supplemento di tagli allo Stato sociale, che è stato costretto a imporre in cambio di 330 miliardi di prestiti, ha sistemato i conti pubblici ma non quelli privati dei cittadini. E ha fatto crollare la sua popolarità nei sondaggi. Le grandi manifestazioni di piazza con tanto di cori di Bella ciao e il doppio trionfo alle elezioni del 2015 sono un ricordo: la sinistra di Syriza nei sondaggi è dieci punti dietro il centrodestra di Nea Demokratia.
L’ok all’ultima finanziaria dell’era della troika («L’ennesima controriforma conservatrice che limita il diritto di sciopero e riduce gli aiuti alle famiglie» attacca da sinistra Panagiotis Lafazanis, leader di Unità popolare) è stato accompagnato da scioperi che hanno paralizzato la capitale con tanto di scontri e lancio di petardi e vernice rossa contro la polizia. E il messaggio per Tsipras è chiaro: il 2018 sarà l’anno decisivo per provare a far girare il vento. Cavalcando l’uscita “formale” dalla crisi per recuperare i delusi – «L’ho votato per chiudere con l’austerity e per tutto ringraziamento mi ha tagliato la pensione per la tredicesima volta» dice l’ex insegnante Stavros Karastahsis – e per rilanciare Syriza in vista delle elezioni del 2019.
«Il percorso è già iniziato» assicura nella sede del governo a Palazzo Maximos Dimitris Tzanakopoulos, ministro dello Stato (ovvero portavoce dell’esecutivo) e uomo del cerchio magico del premier: «L’economia si sta riprendendo, la disoccupazione è scesa dal 26 per cento di inizio 2015 al 20,7 attuale, lo spread è al livello del 2006, i nostri bond sono stati i migliori dell’area Ue nel 2016. I sondaggi ci davano in ritardo anche un giorno prima del voto 2015 e poi abbiamo vinto con otto punti di vantaggio». Gli scontri di piazza? Le code alle mense sociali? «Sono episodi isolati e circoscritti. La gente che vogliamo rappresentare ha sopportato un fardello pesante. Ma sa che le condizioni che abbiamo spuntato da Ue, Bce e Fmi nei negoziati hanno reso il percorso meno duro rispetto a quello tracciato dal centrodestra. E sa che stiamo facendo di tutto per mettere davvero fine alla parola austerità».
La fredda logica delle cifre, in effetti, rema a favore di Tsipras. Il Pil quest’anno dovrebbe crescere dell’1,6 per cento e il prossimo del 2,5. La fiducia cresce da sette mesi consecutivi, gli obiettivi budget fissati dalla ex troika sono stati battuti. Il premier ha colto la palla al balzo, utilizzando il surplus (con qualche malumore di Bruxelles) per fare qualcosa di sinistra e avviare l’”operazione-rimonta”, distribuendo a Natale un bonus da1,4 milioni alle famiglie più in difficoltà. Questi numeri però non bastano da soli a scaldare i cuori degli elettori e a riempire i portafogli. «A Natale ho ricevuto 300 euro di pensione in più e dopo 5 anni mi sono concesso il lusso di tornare a fare un regalo ai miei nipoti» ammette Karasthasis, «ma è una goccia nell’oceano. Nel 2009 prendevo 1.180 euro al mese, oggi 890». Un dato disastroso in un Paese dove la metà delle famiglie vive a carico dell’assegno previdenziale di uno dei suoi membri.
L’altro tasto dolente che zavorra la remuntada di Tsipras sono le tasse. «Ho sempre votato a sinistra» ammette Irene («la prego non scriva il mio cognome»), piccola imprenditrice nel turismo. «Ma i governi degli ultimi anni, quello di Syriza compreso, non hanno fatto altro che spremerci come limoni con nuovi balzelli». E lei, «per autodifesa», giura, ha spostato a Cipro il conto corrente della sua azienda. La bolletta fiscale per i greci è salita dai 49 miliardi del 2009, quando tutto sembrava andare bene, ai 50 attuali. Nel frattempo però le entrate delle famiglie sono calate del 26 per cento, il 64 per cento dei lavoratori dipendenti guadagna meno di mille euro al mese e «molti miei coetanei si accontentano di prenderne 500 per impieghi temporanei» dice Iannis Papadopoulos, felice di aver trovato posto in una carrozzeria a Kypseli per 565 euro («netti», precisa con orgoglio) al mese. «Altro che fine del memorandum con la troika» dice Lafazanis, «la realtà è che pagheremo il conto della crisi per altri decenni, visto che fino al 2060 siamo legati ai vincoli di bilancio imposti dai creditori. L’unico modo per salvarci è uscire dall’euro».
Cantare già oggi il de profundis per Tsipras è però prematuro. Non fosse altro perché l’enfant prodige della sinistra ellenica ha sette vite e un fiuto politico che nessuno nega. La prova? Il capolavoro di settembre 2015 quando, dopo aver ribaltato nei fatti (accettando il terzo memorandum con Ue-Bce e Fmi) il “No all’austerità” del referendum di luglio, è riuscito lo stesso a rivincere le elezioni. La speranza di Syriza è di fare il bis del voto del 2019. Grazie a una serie di assi nella manica. La ripresa economica e l’uscita dal commissariamento sono il primo. Il secondo è la debolezza relativa degli oppositori. Il tecnocrate Kyriakos Mitsotakis, è vero, ha portato alla leadership nei sondaggi il centrodestra di Nea Demokratia. Ma fatica a sfondare il 30 per cento attuale (che non gli darebbe una maggioranza assoluta) e ha già visto il vantaggio su Syriza assottigliarsi dal 15 al 10 per cento. Alba Dorata – per fortuna – non cresce più. I fuoriusciti a sinistra di Syriza, di Lafazanis, giocheranno la carta dell’addio all’euro per ottenere la soglia del 3 per cento necessaria a entrare in Parlamento. Mentre la galassia del centrosinistra nata sulla ceneri dell’ex Pasok – pur data in crescita – fatica ancora a darsi un’identità.
Basteranno questi fattori – oltre al taglio al debito promesso dai creditori – a garantire il successo nelle urne? «Sono ottimista» assicura Tzanakopoulos. «La gente ha capito che Tsipras ha fatto del cinismo un’arte, non gli ridarà fiducia» è il mantra di Mitsotakis. Di sicuro la strada verso la conferma non sarà tutta rose e fiori, come in tutta Europa capita ai partiti che gestiscono i governi e devono decidere. «Viste le condizioni in cui ha lavorato, ha fatto quel che poteva» ammette Yannis Rigos, barbiere del Pireo che nel 2015 era passato direttamente da Nea Demokratia a Syriza. «Io posso anche rivotarlo, viste le alternative. Ma le sue ultime scelte in politica estera mi hanno lasciato un po’ perplesso…». A fargli storcere il naso il recente viaggio di Recep Tayyip Erdogan in Grecia in cui il leader turco – invitato dal premier – ha chiesto la revisione dei trattati di Losanna rimettendo in discussione i confini tra i due Paesi, tema incendiario sotto il Partenone. «Dargli un’occasione e un palcoscenico del genere è stato un errore grave» dice Yannis. C’è poi il negoziato con Fyrom sull’uso del nome di Macedonia, sponsorizzato dagli Usa che vogliono aprire le porte della Nato a Skopje convincendo Atene a togliere il veto. «Troveremo una soluzione adeguata» promette il governo. Si parla di ribattezzare Fyrom come Nuova Macedonia. Ma il 70 per cento dei greci è contrario e anche la Chiesa ortodossa ha caricato a testa bassa il premier su questo tema.
Tsipras, primo premier a fare giuramento laico nel Paese, deciderà in totale autonomia. Ma le fibrillazioni sul fronte internazionale sono il segnale di come il consenso che ha conquistato in Europa – «I rapporti con lui e con il ministro del Tesoro Euclid Tsakalotos sono stati semplici» ha detto il presidente uscente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem – latiti ancora un po’ qui in Grecia. «Ci siamo fatti carico di rendere l’uscita dall’austerità meno dura per il popolo e abbiamo mantenuto le promesse» sostiene Penelope Amanatidis, giovane militante di Syriza. «Abbiamo 18 mesi per spiegarlo alla gente, aiutati dalla ripresa economica. Saremo come il Portogallo. L’esempio che esiste una via di sinistra per uscire dalla crisi». Il conto alla rovescia è intanto iniziato. Dal 20 agosto il barometro tornerà sul bel tempo, specie se alla Grecia non saranno imposti nuovi tagli in cambio della riduzione del debito. E Tsipras – di questo ad Atene sono convinti tutti – venderà cara la pelle.
Sul Venerdì del 26 gennaio 2018
Il giorno della festa, comunque, è già fissato: il prossimo 20 agosto, salvo clamorose sorprese, la ex troika dichiarerà guarita la grande malata della Ue, chiudendo il commissariamento che ha evitato l’uscita della Grecia dall’euro e salvato le banche francesi e tedesche dal crac. «Ci lasceremo alle spalle per sempre questo periodo durissimo» dice Tsipras. Tempo di festeggiare per lui però non ce n’è. Il supplemento di tagli allo Stato sociale, che è stato costretto a imporre in cambio di 330 miliardi di prestiti, ha sistemato i conti pubblici ma non quelli privati dei cittadini. E ha fatto crollare la sua popolarità nei sondaggi. Le grandi manifestazioni di piazza con tanto di cori di Bella ciao e il doppio trionfo alle elezioni del 2015 sono un ricordo: la sinistra di Syriza nei sondaggi è dieci punti dietro il centrodestra di Nea Demokratia.
L’ok all’ultima finanziaria dell’era della troika («L’ennesima controriforma conservatrice che limita il diritto di sciopero e riduce gli aiuti alle famiglie» attacca da sinistra Panagiotis Lafazanis, leader di Unità popolare) è stato accompagnato da scioperi che hanno paralizzato la capitale con tanto di scontri e lancio di petardi e vernice rossa contro la polizia. E il messaggio per Tsipras è chiaro: il 2018 sarà l’anno decisivo per provare a far girare il vento. Cavalcando l’uscita “formale” dalla crisi per recuperare i delusi – «L’ho votato per chiudere con l’austerity e per tutto ringraziamento mi ha tagliato la pensione per la tredicesima volta» dice l’ex insegnante Stavros Karastahsis – e per rilanciare Syriza in vista delle elezioni del 2019.
«Il percorso è già iniziato» assicura nella sede del governo a Palazzo Maximos Dimitris Tzanakopoulos, ministro dello Stato (ovvero portavoce dell’esecutivo) e uomo del cerchio magico del premier: «L’economia si sta riprendendo, la disoccupazione è scesa dal 26 per cento di inizio 2015 al 20,7 attuale, lo spread è al livello del 2006, i nostri bond sono stati i migliori dell’area Ue nel 2016. I sondaggi ci davano in ritardo anche un giorno prima del voto 2015 e poi abbiamo vinto con otto punti di vantaggio». Gli scontri di piazza? Le code alle mense sociali? «Sono episodi isolati e circoscritti. La gente che vogliamo rappresentare ha sopportato un fardello pesante. Ma sa che le condizioni che abbiamo spuntato da Ue, Bce e Fmi nei negoziati hanno reso il percorso meno duro rispetto a quello tracciato dal centrodestra. E sa che stiamo facendo di tutto per mettere davvero fine alla parola austerità».
La fredda logica delle cifre, in effetti, rema a favore di Tsipras. Il Pil quest’anno dovrebbe crescere dell’1,6 per cento e il prossimo del 2,5. La fiducia cresce da sette mesi consecutivi, gli obiettivi budget fissati dalla ex troika sono stati battuti. Il premier ha colto la palla al balzo, utilizzando il surplus (con qualche malumore di Bruxelles) per fare qualcosa di sinistra e avviare l’”operazione-rimonta”, distribuendo a Natale un bonus da1,4 milioni alle famiglie più in difficoltà. Questi numeri però non bastano da soli a scaldare i cuori degli elettori e a riempire i portafogli. «A Natale ho ricevuto 300 euro di pensione in più e dopo 5 anni mi sono concesso il lusso di tornare a fare un regalo ai miei nipoti» ammette Karasthasis, «ma è una goccia nell’oceano. Nel 2009 prendevo 1.180 euro al mese, oggi 890». Un dato disastroso in un Paese dove la metà delle famiglie vive a carico dell’assegno previdenziale di uno dei suoi membri.
L’altro tasto dolente che zavorra la remuntada di Tsipras sono le tasse. «Ho sempre votato a sinistra» ammette Irene («la prego non scriva il mio cognome»), piccola imprenditrice nel turismo. «Ma i governi degli ultimi anni, quello di Syriza compreso, non hanno fatto altro che spremerci come limoni con nuovi balzelli». E lei, «per autodifesa», giura, ha spostato a Cipro il conto corrente della sua azienda. La bolletta fiscale per i greci è salita dai 49 miliardi del 2009, quando tutto sembrava andare bene, ai 50 attuali. Nel frattempo però le entrate delle famiglie sono calate del 26 per cento, il 64 per cento dei lavoratori dipendenti guadagna meno di mille euro al mese e «molti miei coetanei si accontentano di prenderne 500 per impieghi temporanei» dice Iannis Papadopoulos, felice di aver trovato posto in una carrozzeria a Kypseli per 565 euro («netti», precisa con orgoglio) al mese. «Altro che fine del memorandum con la troika» dice Lafazanis, «la realtà è che pagheremo il conto della crisi per altri decenni, visto che fino al 2060 siamo legati ai vincoli di bilancio imposti dai creditori. L’unico modo per salvarci è uscire dall’euro».
Cantare già oggi il de profundis per Tsipras è però prematuro. Non fosse altro perché l’enfant prodige della sinistra ellenica ha sette vite e un fiuto politico che nessuno nega. La prova? Il capolavoro di settembre 2015 quando, dopo aver ribaltato nei fatti (accettando il terzo memorandum con Ue-Bce e Fmi) il “No all’austerità” del referendum di luglio, è riuscito lo stesso a rivincere le elezioni. La speranza di Syriza è di fare il bis del voto del 2019. Grazie a una serie di assi nella manica. La ripresa economica e l’uscita dal commissariamento sono il primo. Il secondo è la debolezza relativa degli oppositori. Il tecnocrate Kyriakos Mitsotakis, è vero, ha portato alla leadership nei sondaggi il centrodestra di Nea Demokratia. Ma fatica a sfondare il 30 per cento attuale (che non gli darebbe una maggioranza assoluta) e ha già visto il vantaggio su Syriza assottigliarsi dal 15 al 10 per cento. Alba Dorata – per fortuna – non cresce più. I fuoriusciti a sinistra di Syriza, di Lafazanis, giocheranno la carta dell’addio all’euro per ottenere la soglia del 3 per cento necessaria a entrare in Parlamento. Mentre la galassia del centrosinistra nata sulla ceneri dell’ex Pasok – pur data in crescita – fatica ancora a darsi un’identità.
Basteranno questi fattori – oltre al taglio al debito promesso dai creditori – a garantire il successo nelle urne? «Sono ottimista» assicura Tzanakopoulos. «La gente ha capito che Tsipras ha fatto del cinismo un’arte, non gli ridarà fiducia» è il mantra di Mitsotakis. Di sicuro la strada verso la conferma non sarà tutta rose e fiori, come in tutta Europa capita ai partiti che gestiscono i governi e devono decidere. «Viste le condizioni in cui ha lavorato, ha fatto quel che poteva» ammette Yannis Rigos, barbiere del Pireo che nel 2015 era passato direttamente da Nea Demokratia a Syriza. «Io posso anche rivotarlo, viste le alternative. Ma le sue ultime scelte in politica estera mi hanno lasciato un po’ perplesso…». A fargli storcere il naso il recente viaggio di Recep Tayyip Erdogan in Grecia in cui il leader turco – invitato dal premier – ha chiesto la revisione dei trattati di Losanna rimettendo in discussione i confini tra i due Paesi, tema incendiario sotto il Partenone. «Dargli un’occasione e un palcoscenico del genere è stato un errore grave» dice Yannis. C’è poi il negoziato con Fyrom sull’uso del nome di Macedonia, sponsorizzato dagli Usa che vogliono aprire le porte della Nato a Skopje convincendo Atene a togliere il veto. «Troveremo una soluzione adeguata» promette il governo. Si parla di ribattezzare Fyrom come Nuova Macedonia. Ma il 70 per cento dei greci è contrario e anche la Chiesa ortodossa ha caricato a testa bassa il premier su questo tema.
Tsipras, primo premier a fare giuramento laico nel Paese, deciderà in totale autonomia. Ma le fibrillazioni sul fronte internazionale sono il segnale di come il consenso che ha conquistato in Europa – «I rapporti con lui e con il ministro del Tesoro Euclid Tsakalotos sono stati semplici» ha detto il presidente uscente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem – latiti ancora un po’ qui in Grecia. «Ci siamo fatti carico di rendere l’uscita dall’austerità meno dura per il popolo e abbiamo mantenuto le promesse» sostiene Penelope Amanatidis, giovane militante di Syriza. «Abbiamo 18 mesi per spiegarlo alla gente, aiutati dalla ripresa economica. Saremo come il Portogallo. L’esempio che esiste una via di sinistra per uscire dalla crisi». Il conto alla rovescia è intanto iniziato. Dal 20 agosto il barometro tornerà sul bel tempo, specie se alla Grecia non saranno imposti nuovi tagli in cambio della riduzione del debito. E Tsipras – di questo ad Atene sono convinti tutti – venderà cara la pelle.
Sul Venerdì del 26 gennaio 2018