MILANO - I listini europei chiudono deboli, mentre l'euro indossa i panni del protagonista e rivede i massimi dalla fine del 2014 sopra quota 1,24 contro il dollaro. Anche le azioni asiatiche, che hanno dato vita al miglior inizio di anno dal 2006 ad oggi, si sono prese una pausa, mentre quelle del Vecchio continente sono state appesantite proprio dal super-euro. Milano cede lo 0,9% finale, Londra perde l'1,14%, Francoforte l'1,07 e Parigi lo 0,57%. A Wall Street gli indici sono contrastati dopo i record della vigilia: alla chiusura dei mercati europei, il Dow aggiunge lo 0,35%, lo S&P500 è invariato e il Nasdaq cede lo 0,35%.
L'euro chiude al massimo da tre anni per l'indebolimento del dollaro legato alle preoccupazioni sul futuro dell'economia Usa e sul crescente protezionismo dell'amministrazione di Donald Trump. La moneta europea passa di mano a 1,2380 dollari e 135,14 yen, dopo aver visto anche la soglia di 1,24. Da Davos, il segretario del Tesoro Mnuchin ha definito "positiva" per le attività commerciali Usa e per le opportunità che offre l'attuale debolezza del biglietto verde sottolineando di non essere preoccupato per il livello del cambio nel breve termine. Nuovo picco per lo yuan, che oggi ha superato la quota di 6,4 sul dollaro. La People Bank of China ha fissato la parità sul biglietto verde prima dell'apertura delle contrattazioni a quota 6,3916, in rialzo di 93 punti base (+0,15%) rispetto al valore fissato ieri, a 6,4009. Quello di oggi è il quarto rafforzamento consecutivo della valuta cinese, mentre il dollaro prosegue la sua fase di debolezza che - spiega Bloomberg - si lega anche alle attese di deficit delle partite correnti degli Stati Uniti.
Il tema valutario sarà probabilmente al centro della conferenza stampa che Mario Draghi terrà domani, dopo la decisione della Bce su tassi e Quantitative easing circa i quali non si aspettano novità di rilievo. La prima riunione dell'anno della Banca centrale europea è comunque l'evento-chiave della settimana finanziaria. Lo spread tra Btp e Bund tedeschi apre stabile poco sopra 130 punti base, per un rendimento del decennale italiano all'1,85% sul mercato secondario.
Dal fronte macro si registrano gli indici Pmi che anticipano l'andamento dell'economia, attraverso l'intervista ai direttori degli acquisti delle aziende. L'indice Pmi manifatturiero dell'Eurozona frena a gennaio contraendosi a 59,6 punti dai 60,6 di dicembre e segnando il valore minimo degli ultimi tre mesi. Sopra 50 punti l'economia è in espansione. L'indice composito sale invece a 58,6 punti dai 58,1 punti di dicembre, riportando il massimo valore degli ultimi 139 mesi, mentre l'indice pmi servizi si attesta a 57,6 ounti dai 56,6 di dicembre, record degli ultimi 125 mesi. Eurostat segnala che nel blocco della divisa unica il debito/Pil del terzo trimestre è calato a 88,1% con l'Italia al 134,1%. In Gran Bretagna, a novembre il tasso di disoccupazione è rimasto al 4,3%. Negli Usa, le vendite di case esistenti nel 2017 sono cresciute di 1,1 punti percentuali, miglior dato da undici anni. A dicembre, però, sono scese più delle attese. L'indice Pmi manifatturiero di gennaio è salito a 55,5 punti.
Questa mattina l'indice Nikkei 225 della Borsa di Tokyo ha chiuso in calo dello 0,76% tornando sotto 24mila punti, a quota 23.940,78, scontando la flessione che ha colpito soprattutto il settore tecnologico. Azionario asiatico contrastato, nonostante lo S&P 500 e il Nasdaq abbiano chiuso ancora a valori record nella sessione della vigilia. Hong Kong e Seoul piatti, attorno alla parità, mentre Shanghai Composite fa meglio, con +0,37%.
L'aumento sostenuto delle esportazioni ha spinto l'avanzo della bilancia commerciale giapponese per il secondo anno consecutivo, malgrado i recenti rialzi dei prezzi energetici. Nel 2017 il surplus raggiunge i 2.900 miliardi di yen, pari a 22 miliardi di euro, grazie alla crescita dell'11,8% dell'export, in particolar modo dal continente asiatico, guidato dal settore auto e dalla domanda di semiconduttori; mentre le importazioni mostrano un incremento del 14%.
Il petrolio dopo un buon avvio accelera ulteriormente al rialzo sfondando la soglia dei 65 dollari al barile per la prima volta dal dicembre 2014. Il contratto marzo al Nymex sale dello 0,96% a 65,09 dollari al barile ma poco fa aveva raggiunto i 65,28 dollari. Nonostante gli stock di greggio siano scesi meno del previsto (di circa 1,1 milioni di unità contro attese per un -1,9 milioni), gli investitori si concentrano sul trend in corso: quella al 19 gennaio scorso è stata la decima settimana in cui il dato è calato. Un tale andamento viene visto come prova del fatto che gli sforzi dell'Opec per ridurre la produzione stanno dando frutti: il cartello e altre nazioni che non ne fanno parte come la russia, dal gennaio 2017 si sono impegnate a tagliare l'output per riequilibrare il mercato petrolifero; la storica intesa, la prima dalla grande crisi finanziaria, è stata estesa alla fine del 2018. Nei giorni scorsi l'Arabia saudita - il leader di fatto dell'opec - non ha escluso un'ulteriore estensione. Da considerare poi il trend di indebolimento del dollaro, che solitamente fa salire il prezzo dell'oro nero.
L'euro chiude al massimo da tre anni per l'indebolimento del dollaro legato alle preoccupazioni sul futuro dell'economia Usa e sul crescente protezionismo dell'amministrazione di Donald Trump. La moneta europea passa di mano a 1,2380 dollari e 135,14 yen, dopo aver visto anche la soglia di 1,24. Da Davos, il segretario del Tesoro Mnuchin ha definito "positiva" per le attività commerciali Usa e per le opportunità che offre l'attuale debolezza del biglietto verde sottolineando di non essere preoccupato per il livello del cambio nel breve termine. Nuovo picco per lo yuan, che oggi ha superato la quota di 6,4 sul dollaro. La People Bank of China ha fissato la parità sul biglietto verde prima dell'apertura delle contrattazioni a quota 6,3916, in rialzo di 93 punti base (+0,15%) rispetto al valore fissato ieri, a 6,4009. Quello di oggi è il quarto rafforzamento consecutivo della valuta cinese, mentre il dollaro prosegue la sua fase di debolezza che - spiega Bloomberg - si lega anche alle attese di deficit delle partite correnti degli Stati Uniti.
Il tema valutario sarà probabilmente al centro della conferenza stampa che Mario Draghi terrà domani, dopo la decisione della Bce su tassi e Quantitative easing circa i quali non si aspettano novità di rilievo. La prima riunione dell'anno della Banca centrale europea è comunque l'evento-chiave della settimana finanziaria. Lo spread tra Btp e Bund tedeschi apre stabile poco sopra 130 punti base, per un rendimento del decennale italiano all'1,85% sul mercato secondario.
Dal fronte macro si registrano gli indici Pmi che anticipano l'andamento dell'economia, attraverso l'intervista ai direttori degli acquisti delle aziende. L'indice Pmi manifatturiero dell'Eurozona frena a gennaio contraendosi a 59,6 punti dai 60,6 di dicembre e segnando il valore minimo degli ultimi tre mesi. Sopra 50 punti l'economia è in espansione. L'indice composito sale invece a 58,6 punti dai 58,1 punti di dicembre, riportando il massimo valore degli ultimi 139 mesi, mentre l'indice pmi servizi si attesta a 57,6 ounti dai 56,6 di dicembre, record degli ultimi 125 mesi. Eurostat segnala che nel blocco della divisa unica il debito/Pil del terzo trimestre è calato a 88,1% con l'Italia al 134,1%. In Gran Bretagna, a novembre il tasso di disoccupazione è rimasto al 4,3%. Negli Usa, le vendite di case esistenti nel 2017 sono cresciute di 1,1 punti percentuali, miglior dato da undici anni. A dicembre, però, sono scese più delle attese. L'indice Pmi manifatturiero di gennaio è salito a 55,5 punti.
Questa mattina l'indice Nikkei 225 della Borsa di Tokyo ha chiuso in calo dello 0,76% tornando sotto 24mila punti, a quota 23.940,78, scontando la flessione che ha colpito soprattutto il settore tecnologico. Azionario asiatico contrastato, nonostante lo S&P 500 e il Nasdaq abbiano chiuso ancora a valori record nella sessione della vigilia. Hong Kong e Seoul piatti, attorno alla parità, mentre Shanghai Composite fa meglio, con +0,37%.
L'aumento sostenuto delle esportazioni ha spinto l'avanzo della bilancia commerciale giapponese per il secondo anno consecutivo, malgrado i recenti rialzi dei prezzi energetici. Nel 2017 il surplus raggiunge i 2.900 miliardi di yen, pari a 22 miliardi di euro, grazie alla crescita dell'11,8% dell'export, in particolar modo dal continente asiatico, guidato dal settore auto e dalla domanda di semiconduttori; mentre le importazioni mostrano un incremento del 14%.
Il petrolio dopo un buon avvio accelera ulteriormente al rialzo sfondando la soglia dei 65 dollari al barile per la prima volta dal dicembre 2014. Il contratto marzo al Nymex sale dello 0,96% a 65,09 dollari al barile ma poco fa aveva raggiunto i 65,28 dollari. Nonostante gli stock di greggio siano scesi meno del previsto (di circa 1,1 milioni di unità contro attese per un -1,9 milioni), gli investitori si concentrano sul trend in corso: quella al 19 gennaio scorso è stata la decima settimana in cui il dato è calato. Un tale andamento viene visto come prova del fatto che gli sforzi dell'Opec per ridurre la produzione stanno dando frutti: il cartello e altre nazioni che non ne fanno parte come la russia, dal gennaio 2017 si sono impegnate a tagliare l'output per riequilibrare il mercato petrolifero; la storica intesa, la prima dalla grande crisi finanziaria, è stata estesa alla fine del 2018. Nei giorni scorsi l'Arabia saudita - il leader di fatto dell'opec - non ha escluso un'ulteriore estensione. Da considerare poi il trend di indebolimento del dollaro, che solitamente fa salire il prezzo dell'oro nero.