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Marco Ruffolo
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Roberto Mania
L’azienda del gruppo Whirlpool rifiuta di sospendere 500 licenziamenti. Il ministro: non incontro più questa gentaglia
Aggiornato 7 minuti di lettura
BRUXELLES: Non incontrerò più questa gentaglia". Carlo Calenda chiude con Embraco e sposta la partita sullo stabilimento di Riva di Chieri in Europa, stanco di confrontarsi con un'azienda "che ci ha risposto negativamente e ci ha detto che deve licenziare subito: ci troviamo di fronte al peggior caso di multinazionale irresponsabile nei confronti dei lavoratori e senza rispetto per il governo". Così oggi il ministro incontrerà a Bruxelles il commissario europeo alla Concorrenza, la danese Margrethe Vestager, convinto che solo una risposta a livello continentale possa salvare i lavoratori di Embraco e in generale delle aziende che chiudono in Italia per aprire a condizioni più vantaggiose in altri paesi dell'Unione.
A far saltare i ponti ieri il no dell'azienda del gruppo Whirlpool alla proposta di sospendere i 500 licenziamenti nello stabilimento piemontese, dunque convinta a procedere con la delocalizzazione in…
BRUXELLES: Non incontrerò più questa gentaglia". Carlo Calenda chiude con Embraco e sposta la partita sullo stabilimento di Riva di Chieri in Europa, stanco di confrontarsi con un'azienda "che ci ha risposto negativamente e ci ha detto che deve licenziare subito: ci troviamo di fronte al peggior caso di multinazionale irresponsabile nei confronti dei lavoratori e senza rispetto per il governo". Così oggi il ministro incontrerà a Bruxelles il commissario europeo alla Concorrenza, la danese Margrethe Vestager, convinto che solo una risposta a livello continentale possa salvare i lavoratori di Embraco e in generale delle aziende che chiudono in Italia per aprire a condizioni più vantaggiose in altri paesi dell'Unione.
A far saltare i ponti ieri il no dell'azienda del gruppo Whirlpool alla proposta di sospendere i 500 licenziamenti nello stabilimento piemontese, dunque convinta a procedere con la delocalizzazione in Slovacchia della produzione italiana di compressori per frigoriferi. Un no alla cassa integrazione offerta dal governo per consentire l'esame delle proposte di reindustrializzazione. Atteggiamento che fa infuriare Calenda: "A ogni incontro ci dicono di sì - si sfogava ieri con i collaboratori - poi escono e cambiano idea. Sono stufo, o tornano indietro e accettano le nostre offerte oppure ho chiuso". E così annuncia che mobiliterà urgentemente Invitalia "per trovare un percorso di reindustrializzazione" e sposta la partita in Europa.
Il tutto, spiegano dal governo, nasce da una segnalazione dell'ambasciata italiana a Bratislava secondo la quale gli slovacchi hanno attratto la produzione italiana di Whirlpool violando le regole europee. Non solo costo del lavoro e prezzi dell'energia più bassi, ma anche utilizzo dei fondi strutturali versati dall'Unione per offrire alle multinazionali condizioni di vantaggio per attirare in Slovacchia gli stabilimenti. Comportamento vietato dalle norme Ue. Il tutto condito da sconti fiscali che se provati sarebbero altrettanto illegali. Insomma, un vero e proprio "dumping" all'interno dell'Unione oltretutto in parte finanziato con i fondi Ue. Saranno questi gli elementi al centro della bilaterale di oggi nel corso della quale il ministro italiano chiederà a Vestager di verificare i sospetti del governo. Perché in tal caso "è evidente che non possiamo competere" con chi viola le regole europee.
In attesa che Bruxelles si pronunci sull'operato del governo slovacco, Calenda aprirà un altro fronte europeo per trovare una soluzione più ampia a tutte le crisi aziendali innescate dalla delocalizzazione nell'Est. "Ammesso e non concesso che Embraco si sposti senza violare le regole Ue sugli aiuti di Stato - è il ragionamento che circolava ieri nello staff del ministro - noi dobbiamo essere in grado di offrire un pacchetto uguale a quello del Paese che punta a sottrarre le nostre produzioni". Insomma, se in un'altra nazione Ue, nel caso la Slovacchia, i costi per le aziende sono più bassi, l'Italia deve poter offrire condizioni simili grazie all'intervento del governo che permetta alle aziende tentate dal trasloco di spendere di meno anche da noi. In teoria sarebbe un aiuto di Stato illegittimo e per questo Calenda chiederà a Vestager di accettare un'interpretazione estensiva dei trattati che consenta a Roma interventi di questo genere in deroga alle norme Ue sugli aiuti di Stato. Sarebbe l'embrione di un fondo Ue per l'aggiustamento della globalizzazione, già ventilato da Bruxelles, ma in questo caso sul fronte interno all'Unione. Questa la scommessa italiana a due settimane dalle elezioni.
(ansa)
E anche Honeywell va in Slovacchia per tagliare i costi
Le multinazionali scelgono di spostare le fabbriche a Est e sfruttare le condizioni fiscali più favorevoli
di MARCO RUFFOLO
ROMA. Ci sono vertenze, e sono la maggior parte, in cui le chiusure degli stabilimenti sono motivate da crisi di mercato o da evidenti difficoltà finanziarie. E poi ci sono quelle in cui dietro ai licenziamenti si profila una sola vera ragione: la convenienza a delocalizzare per utilizzare manodopera a più basso costo. Sono le operazioni di "dumping" contro le quali poco si può fare, se non ingaggiare una lunga e difficile partita comunitaria dagli esiti incerti. Già, perché le localizzazioni di cui stiamo parlando sono proprio nell'Unione europea, e addirittura all'interno dell'eurozona. Verso la Slovacchia si dirige la Embraco, società della Whirlpool, gigante mondiale degli elettrodomestici. E sempre verso la Slovacchia, si sta trasferendo un'altra multinazionale statunitense, la Honeywell, che chiude lo stabilimento di Atessa (380 lavoratori), dove si producono turbocompressori per motori diesel.
Una volta, a spostarsi verso l'Est europeo, erano le aziende italiane. Ora invece si muovono nella stessa direzione anche le multinazionali. Come la Carlson Wagonlit, che si occupa di ottimizzare le spese per viaggi d'affari. La società ha annunciato di voler chiudere la sede storica di Torino, dopo aver già cancellato quelle di Bologna, Firenze e Padova. I servizi ai viaggiatori saranno spostati in Polonia. A rischio una cinquantina di lavoratori. Stessa destinazione per K-Flex, leader mondiale nella produzione di isolanti termini, per la quale lavoravano 187 persone a Roncello, in Brianza. "Non c'era nessuna particolare urgenza per questa delocalizzazione - commenta Salvatore Barone, responsabile settori produttivi della Cgil nazionale - L'unica ragione era ed è un drastico abbassamento del costo del lavoro, addirittura un rapporto di uno a sei tra lavoratori polacchi e italiani. L'azienda, che tra l'altro aveva usufruito di incentivi pubblici, ha rifiutato qualsiasi proposta imperniata sull'offerta di ammortizzatori sociali. Unica soluzione: licenziamenti incentivati".
Ma il caso più eclatante, a parte Embraco, resta quello della Honeywell di Atessa. "Una operazione strategica partita nel 2008 - spiega Nicola Manzi, che ha seguito passo passo la vertenza in quanto coordinatore per l'Abruzzo della Uilm - . Già dieci anni fa l'azienda ha cominciato a delocalizzare in Romania le attività dell'indotto. Poi, quando il mercato rumeno si è saturato, ha puntato tutto sulla Slovacchia. Per fortuna è arrivata la proroga della cassa integrazione ed è stato raggiunto un accordo per agevolare eventuali attività alternative". Crisi di mercato? Difficoltà finanziarie? "Macché, l'azienda è in utile e la produzione è assicurata, è solo una questione di costi. E di fronte a questo evidente dumping infracomunitario, poco può fare il governo". Il quale per adesso si appresta a esercitare un pressing sulla Commissione europea per verificare se si è davanti a indebiti aiuti di Stato.
Nella trincea di Cgil, Cisl e Uil: "Li licenziano ma di noi si fidano"
La crisi ha costretto le organizzazioni dei lavoratori a rivedere in parte il loro ruolo Furlan: "Risolviamo i problemi"
di PAOLO GRISERI
TORINO. Nella tempesta della crisi e in anni di politica debole, il sindacato torna punto di riferimento nella società. I sondaggi dicono che gli italiani sono tornati a fidarsi: "Nel 2017 - spiega Ilvo Diamanti illustrando i risultati del rapporto Demos commissionato da Repubblica - la fiducia nella Cgil è salita dal 16 al 24 per cento nel confronto con il 2016. In crescita anche Cisl e Uil dal 14 al 20 per cento". Sembrano trascorsi anni luce da quando le sigle sindacali erano nell'angolo e sui giornali era considerata una notizia l'apertura della Sala Verde di Palazzo Chigi, quella delle trattative con il governo, a lungo rimasta a prendere polvere venticinque anni dopo la stagione della concertazione. "I partiti? Diciamo che loro stanno peggio di noi", sintetizza Carmelo Barbagallo, numero uno della Uil. E' un fatto che oggi un italiano su cinque è iscritto a Cgil, Cisl e Uil. Anche prendendo con le molle i dati ufficiali del tesseramento, è evidente che nessun partito si avvicina lontanamente a queste cifre. Così c'è un sottile senso di rivincita nelle parole di chi in questi anni è finito nel mirino dei politici rottamatori: "La notizia della morte del sindacato è da considerarsi un'esagerazione", scherza Susanna Camusso parafrasando Mark Twain. Ma come è stata possibile la resurrezione? Soprattutto, perché i sindacati ispirano molta più fiducia dei partiti? "Perché siamo meno demagogici. Quel che cerchiamo sempre di fare è evitare di utilizzare i disagi delle persone. Il nostro compito è provare a risolvere i problemi non sfruttarli", dice Anna Maria Furlan, numero uno della Cisl. Un paradosso, a ben pensarci. Nello schema tradizionale era il sindacato a gridare forte e toccava alla politica mediare. Ora pare che accada il contrario. La risposta alla risurrezione non sta solo qui. Sta anche nella capacità, un tempo insospettata, dei sindacati di rompere gli schemi e andare incontro ai lavoratori precari, a lungo rimasti senza tutela. Sono molte le storie che spiegano questa rinascita.
"Un mandarino pesa 70 grammi. Per riempire una cassetta da 20 chili bisogna raccoglierne 286. Io sono un ragazzo giovane. Alla fine della giornata avrò portato 20 cassette sul camion, se va bene e se c'è tanto lavoro". Jacob ha trent'anni. È ghanese ed è un delegato della Cgil. Vive nelle baracche di Rosarno, vicino alla piana di Gioia Tauro. Nella sua giornata fortunata avrà raccolto 5.720 mandarini. Intascando la paga del giorno: 20 euro. "Se ti va bene e lavori 20 giorni al mese fanno 300 euro". Jacob, perché ti sei iscritto al sindacato? "Perché mi ha aiutato e perché protegge i nostri diritti". Jacob non ha tuta blu. E' scappato da casa sua, a Sunyani, in Ghana, quando aveva 21 anni: "Qui a Rosarno aiuto le persone. Molti non sanno l'italiano. Serve dargli una mano per i documenti di soggiorno". "Per molti abitanti delle baracche nella piana, la tessera del sindacato è il primo documento che riescono ad ottenere una volta sbarcati in Italia. Come una carta di identità" dice Celeste Logiacco, trentenne, come Jacob. E' la segretaria della Cgil di Gioia Tauro. Il suo ufficio è un furgone: "Usciamo presto la mattina. Vengono per chiederci assistenza, li informiamo sui loro diritti". Il sindacato di Celeste è molto diverso da quello di suo padre, ferroviere. Ma c'è. E sorprendentemente, è vivo. Il sindacato dà un'identità anche agli italiani? "Con la nostra carta dei diritti del lavoro abbiamo mobilitato oltre un milione di persone. Per il referendum contro il job act di firme ne abbiamo raccolte oltre tre milioni", ricorda Camusso. Maurizio Landini spiega: "Siamo radicati. Ogni giorno ci confrontiamo nelle fabbriche e negli uffici. Abbiamo mantenuto un rapporto con chi lavora e con i cittadini". A differenza dei partiti, sembra di capire. Camusso e Landini lo dicono all'unisono: "Non sapremmo dire quanti sono iscritti a un partito tra i nostri dirigenti". E forse non è più così importante.
"Dobbiamo imparare a dare risposte a lavoratori che non hanno azienda": è questo il mestiere di Silvia Degl'Innocenti, sindacalista atipica per lavoratori atipici. Silvia è coordinatrice di Vivace, l'associazione della Cisl che si occupa anche di lavoratori che non hanno azienda, spesso non hanno un luogo fisico in cui trovarsi, non si vedono quasi mai in faccia. Come si organizza il sindacato per loro? "Si tengono assemblee al computer". Nasce così il sindacato immateriale. Sono lavoratori che non hanno una controparte, hanno solo clienti. "Ci chiedono tutele sulla tassazione, sui livelli minimi di retribuzione. Con il Jobs act abbiamo avuto un boom di richieste di chiarimento".
Resistono naturalmente le tradizionali distinzioni tra i tre sindacati maggiori. Ma è un fatto che tutti e tre hanno saputo rinnovarsi e stanno conoscendo una nuova stagione di consenso. Al ristorante dell'Ikea i turni di lavoro sono decisi da un algoritmo che calcola le affluenze e avvisa con 24 ore di anticipo i dipendenti sull'orario di lavoro. La flessibilità è totale: "Ma noi dovremo contrattare anche quell'algoritmo", dice Maria Grazia Gabrielli. E' lei la responsabile della categoria più numerosa della Cgil, quella del commercio che ha superato i metalmeccanici. "Un sindacato moderno - dice - deve tenere insieme le trattative sulle colf e quella sugli algoritmi. Deve dare tutela e identità". Dal palco del teatro Dal Verme, a Milano, dove la Cgil ha radunato mille persone per discutere del suo programma, Susanna Camusso spiega: "Sapete perché abbiamo conquistato fiducia? Perché diciamo alle persone che possono battersi per difendere i loro diritti e fare parte di un soggetto collettivo. Insomma, che non sono sole".
Lo stil novo del ministro picconatore
di ROBERTO MANIA
Gentaglia non è una parola del sen fuggita. Gentaglia viene dopo cialtrone, fesso, indegno. È lo stil novo del ministro Carlo Calenda neo picconatore delle ipocrisie nazionali e del politicamente corretto che dilagano nel mondo dell'economia e della finanza in particolare quando si interseca con quello della politica. Calenda non è candidato alle prossime elezioni, gioca - apparentemente - una partita tutta sua e ha deciso di parlare, e soprattutto twittare, come gli italiani. Fa il ministro dello Sviluppo ma sembra il "ministro dei lavoratori" (di Amazon, Ryanair, Embraco, Ideal Standard, Alcoa, Ilva), proprio come si autodefinì Carlo Donat Cattin, ma in pieno autunno caldo non nella nostra "età della rabbia". Calenda rompe gli schemi e trova la popolarità, è l'uomo dell'élite che parla al popolo senza scivolare nel populismo, difende l'interesse nazionale senza proporre la via del protezionismo. Calenda è uno strano fenomeno politico dietro al quale è possibile scorgere non la crisi della rappresentanza politica ma l'afonia della nostra classe dirigente.