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Tlc, il futuro secondo Colao: “È rivoluzione 5G, ma attenti ai giganti del web”

Intervista all'ad di Vodafone. Crede che in 5 anni cambierà la nostra società. Ma avverte: reti aperte e regole
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Vittorio Colao è il manager che da più tempo è alla guida di una grande multinazionale nel settore delle Tlc. Amministratore delegato del gruppo Vodafone, dal 2008 dirige un esercito di oltre 90mila persone che provvedono a 500milioni di clienti nel mondo. "Forse c'è solo un finlandese che ha un'anzianità maggiore", scherza. E se gli si chiede se ha pensato a cosa fare in futuro risponde con franchezza. "Quello che so fare - dice- è tecnologia e gestione internazionale. E mi appassiona l'interazione tra la tecnologia e la società. Ma adesso il mio futuro non è un tema che mi pongo: qui ho molte cose da fare". Eccolo il lavoro da fare, come spiega dal quartier generale di Londra. "Il 2018 sarà un anno chiave - comincia - il primo dei 5 anni in cui metteremo le basi di una nuova società".

Colao, sta arrivando la tecnologia 5G. Sarà questa la cosa capace di produrre una…
Vittorio Colao è il manager che da più tempo è alla guida di una grande multinazionale nel settore delle Tlc. Amministratore delegato del gruppo Vodafone, dal 2008 dirige un esercito di oltre 90mila persone che provvedono a 500milioni di clienti nel mondo. "Forse c'è solo un finlandese che ha un'anzianità maggiore", scherza. E se gli si chiede se ha pensato a cosa fare in futuro risponde con franchezza. "Quello che so fare - dice- è tecnologia e gestione internazionale. E mi appassiona l'interazione tra la tecnologia e la società. Ma adesso il mio futuro non è un tema che mi pongo: qui ho molte cose da fare". Eccolo il lavoro da fare, come spiega dal quartier generale di Londra. "Il 2018 sarà un anno chiave - comincia - il primo dei 5 anni in cui metteremo le basi di una nuova società".

Colao, sta arrivando la tecnologia 5G. Sarà questa la cosa capace di produrre una rivoluzione, come quella industriale dell'800?
"Non pensiamo al 5G da solo, ma assieme alla fibra, al machine learning, all'intelligenza artificiale: e tutto nel cloud, quindi accessibile a tutti. Soluzioni di business, personali o sociali che oggi sono gestite diversamente, tutto con una visione di insieme. Oggi il 5G si identifica con la macchina senza guidatore; ma io penso che prima di quello dovremo pensare magari ai camion e alle autostrade. Tramite noi, passano velocemente informazioni e grandi masse di dati. Tutte queste informazioni devono essere collegate. Bene, prendiamo ad esempio la salute. Possiamo pensare che gli ospedali comincino dentro le ambulanze, che non saranno più solo la macchina che ti porta dove sei curato, ma dove cominci ad esserlo".

Quali saranno le prime cose concrete che vedremo con il 5G?
"Credo l'Iot, l'internet delle cose. Molte cose già le vediamo in casa, ma ci saranno novità importanti per le aziende, e chi sarà più veloce ad adottare le soluzioni Iot migliorerà la sua logistica, la rete di vendita, la gestione dei prodotti. Parlo di monitoraggio video, di modernizzazione delle fabbriche, e di riautomazione. Nel momento in cui i macchinari sono tutti collegati con il 5G sono più flessibili".

I progetti sono affascinanti, ma le rivoluzioni hanno bisogno di tempo. Da dove e quando si comincia?
"La possibilità di cambiare relativamente in fretta c'è. Se prendiamo l'esempio italiano devo dire che è quasi più facile per i sindaci provare a cambiare che non per i governi centrali. E' più facile parlare con qualcuno che ha un problema localizzato. In Inghilterra lavoriamo con alcune unità sanitarie locali su soluzioni di telemedicina. Parliamo di avere meno macchine? Bene, allora è più facile che accada su un territorio come Milano che nella totalità del Paese".

L'Italia quindi non è così indietro, come si pensa?
"L'Italia per una volta è stata diversa dagli altri, perché richiedendo di fare dei progetti pilota estesi a tanti soggetti ha di fatto creato tre ecosistemi: Prato e L'Aquila, Bari e Matera, e Milano dove noi lavoriamo con università, ospedali, comuni, startup. A Milano stiamo sperimentando la connected ambulance, i droni, la robotica industriale. Stiamo vedendo l'effetto di questo sulla società e cerchiamo di mitigarne l'impatto. In 5 anni, dal 2020 al 2025, potremo in tanti posti ripensare la qualità dei servizi che vengono erogati ai cittadini".

La tecnologia, l'intelligenza artificiale, la robotica spesso vengono visti come causa della perdita del lavoro. Una rivoluzione che ha un prezzo, anche sociale, molto elevato. Non fa paura tutto questo?
"In una recente intervista il commissario Ue Margrethe Vestager ha detto che il populismo è la reazione del popolo a servizi non erogati, a un valore pubblico non percepito. Credo che la tecnologia crei problemi, ma anche soluzioni, ad esempio su come erogare più valore su sanità, trasporto, educazione. Non nascondo che la tecnologia sia anche un'arma a doppio taglio, e siamo in una fase in cui la gente sta cominciando a preoccuparsi, anche perché dalla Silicon Valley sono stati evidenziati solo lati positivi. La politica capisce che la tecnologia può distruggere alcuni lavori. Per questo penso che il ruolo di politici, industriali, accademici dovrebbe essere quello di mettersi insieme per capire come mitigare gli effetti della tecnologia, e creare più valore nella società. Uber può creare problemi, ma il trasporto condiviso ne risolve altri; avremo meno camionisti ma più centri logistici e di smistamento; in Italia meno parcheggiatori e più lavoro nel turismo. E dobbiamo puntare sulla Blue Economy e sulla Green Economy, sullo sviluppo sostenibile".

Tutto questo richiede una formazione costante, la capacita di rimettersi in discussione.
"Dobbiamo investire di più nell'istruzione, sia pubblica sia privata, in 'retraining', e comprensione delle tecnologie. L'educazione non si fa solo su Youtube e con i tutorial. E nemmeno la promuovi arroccandoti. Ho letto di una decisione del Tar che ha bloccato le lezioni in inglese. Ma all'intelligenza artificiale non puoi certo scrivergli in dialetto. In Vodafone abbiamo deciso di aumentare il numero totale di giovani che facciamo entrare in azienda, tra stage ed esperienze di lavoro, che passa da 5.000 a 20.000 l'anno. In parte perché vogliamo essere più esposti a quello che i giovani fanno, e in parte per dare indietro qualcosa ai giovani".

Non c'è il rischio che la macchina poi comandi sull'uomo? Il bracciale di Amazon ha suscitato infinite polemiche.
"Il vero tema è come garantire alle persone impegnate in attività ottimizzate dalle macchine di mantenere dignità, un percorso di carriera e condizioni di lavoro adeguati . Questo vale per le bici di Foodora e per gli autisti di Uber, che hanno diritto a pensioni e sicurezza sociale. Il concetto binario "uomo uguale azienda" i campioni della giga-economy debbono superarlo. Sul caso specifico però mi viene il sospetto che tenere un tablet in mano possa essere più scomodo che non averlo al polso. Attenzione a non confondere la mancanza di sensibilità con la resistenza alla tecnologia. Noi in Vodafone stiamo introducendo intelligenza artificiale in tutte le aree, ma stiamo anche riportando lavori on shore in Inghilterra, laddove il cliente ha bisogno di un essere umano e non di una macchina".

Il mondo del futuro che stiamo raccontando ha bisogno di reti, e quindi di grandi investimenti. Ci sono risorse per tutto questo?
"I ritorni che oggi hanno le società di Tlc non sono tali da invogliare gli investitori a mettere più soldi. Questa è una mia frustrazione storica: non essere riusciti a far capire ai decisori istituzionali il concetto di ritorno sul capitale. Non si può ragionare solo in termini di prezzo per il consumatore. Il prezzo può essere basso quanto vogliamo ma poi magari la rete non funziona bene".

A proposito di reti, andiamo verso la concorrenza o il ritorno dei monopoli?
"La concorrenza va sempre difesa dai monopoli e dagli oligopoli, vanno evitate le dominanze, che invece stanno tornando. Quando vedi che Apple compra Shazam, e che Facebook compra altri operatori o l'innovazione dei piccoli, capisci che c'è un problema. Servono delle autorità antitrust più orientate al futuro. L'acquisizione di Whatsapp da parte di Facebook è stata approvata in tempi rapidi, quelle nel settore tlc in tempi molto più lunghi. Oggi Facebook, Whatsapp e Messenger sono la più grande rete di comunicazione al mondo. Ma uno stesso servizio dovrebbe avere le stesse regole e così non è. In Italia arriva Iliad e io sono obbligato a darle l'interconnessione. Se io invece chiedo di interconnettere i miei servizi con quelli di Facebook mi rispondono di no. Senza concorrenza non c'è innovazione".

A proposito di Iliad, vi turba l'arrivo di un concorrente low cost?
"Il Low cost ha un senso, i clienti devono scegliere. Non so che spazio troveranno, ma il loro arrivo ci stimolerà, ce la giocheremo sul mercato".

Forse preoccupa di più il dibattito che sembra aprirsi in Italia sulla necessità di una sola rete in fibra, magari quella di Tim?
" Se uno potesse avere una singola rete che non appartiene a nessun operatore e che vende all'ingrosso a tutti con condizioni neutrali ci si potrebbe pensare. Ma questa è teoria, una cosa del genere esiste solo in Australia. Ma se il modello resta quello di una società comunque controllata dall'incumbent, diventa uno strumento di monopolio e di dominance, che distorce il mercato. Benedetta quindi Open FiBer, benedetta la compagnia elettrica irlandese che fa lo stesso, e Vodafone che fa fibra in Spagna con Orange, e in Portogallo con Nos. Gli incumbent pretendono di offrire un servizio all'ingrosso aperto, ma poi lo prezzano molto alto. Se Tim arrivasse con una offerta credibile la valuteremmo. Ma se pensano di mantenere il controllo allora vorrei una presenza significativa nel cda".

State ancora trattando con Liberty, per i suoi servizi europei via cavo?
"Posso solo dire che ci sono conversazioni in corso su asset in Europa continentale che ci interessano".

L'India invece è una vicenda finalmente chiusa?
"La fusione con Idea Cellular ci ha fatto diventare il numero uno. Siamo contenti di aver trovato una soluzione strategica. L'India ha un enorme potenziale economico ma un livello di interferenze regolatorie senza simili al mondo. In un anno sono spariti 5 operatori, e siamo rimasti in tre: oggi controlliamo una quota più bassa di una società molto più grande".

Vi è costato un po' di soldi.
"Ci è costato un po' di soldi ma sono convinto che saremo uno dei tre player a lungo termine".

E operazioni in Europa ne state analizzando?
"L'Europa ha un problema, la creazione di un Mercato unico digitale è molto rallentata. Le regole di assegnazione dello spettro sono diverse da paese a paese, così come le regole di utilizzo di accesso alle reti di fibra, la privacy speriamo sia la stessa ovunque con il nuovo regolamento europeo, ma c'è il rischio che non lo sia. Questo blocca investimenti e concentrazioni. Noi da 10 anni facciamo operazioni solo dove siamo già presenti. L'America ha regole comuni e 4 operatori per 300 milioni di abitanti. L'Europa, con 500 milioni, ha una valanga di operatori. Serve più coesione nella Ue tra gli Stati membri. Tre anni fa prevedevo che saremmo arrivati a 4 operatori. Sono passati tre anni e non è cambiato nulla. Ma la mancanza di un Mercato unico digitale porta anche altre conseguenze, ad esempio disincentiva la creazione di società europee di contenuti: diverse le modalità di distribuzione, diversi i copyright. Così una Netflix italiana o tedesca non può nascere. Dobbiamo creare le condizioni, con il mercato unico digitale, per non avere tutte aziende americane e cinesi. Sentirci più europei, come sta facendo Macron. Senza Europa saremo irrilevanti".

L'Inghilterra, l'Europa l'ha respinta. Che problemi vi comporta la Brexit?
"Per noi sono importanti due cose. Il trattamento dei dati, ed è necessario che l'Inghilterra rimanga su una piattaforma costantemente adeguata nel tempo. Poi i visti per gli europei. Qui in Vodafone, incluso me, siamo mille europei continentali, vogliamo continuare ad averli e a portare le loro famiglie. Per ora non ci sono segnali che le cose cambino. Ma se così fosse non sarebbe un problema. Abbiamo uffici in tutti i paesi europei. Aumenteremmo i flussi di persone in un paese e li diminuiremmo in un altro".