Piombino, anche nell’acciaieria vince la Lega
Marco Patucchi , dal nostro inviato MARCO PATUCCHICome in altre città industriali il voto ha spiazzato: "Sui temi del lavoro non ci fidiamo più"
PIOMBINO. Il murales è davanti a Via Guido Rossa e al circolo dell'Arci dove una bandiera sbiadita, ormai color ruggine, si muove appena al vento. Nel Cotone, l'ex quartiere operaio di Piombino, si incontrano solo anziani ed extracomunitari. Al di là del muro c'è la fabbrica. Silenziosa. Il disegno ritrae le donne che stendono i panni su uno sfondo di ciminiere, l'immagine di quando le mogli degli operai prima di appendere le lenzuola al sole, controllavano se la direzione del vento portava lo "spolverino" dalla cockeria e dall'altoforno. Tempi passati che, ora, potrebbero tornare perché la fabbrica dovrebbe ripartire dopo gli anni di immobilità del tycoon algerino Issad Rebrab, con i duemila caschi gialli che entravano nello stabilimento per non lavorare, tirando avanti solo con gli ammortizzatori sociali. Adesso la Jsw di Sajjan Jindal è in trattativa con il governo per rilevare Aferpi (la ex-Lucchini) e proprio…
PIOMBINO. Il murales è davanti a Via Guido Rossa e al circolo dell'Arci dove una bandiera sbiadita, ormai color ruggine, si muove appena al vento. Nel Cotone, l'ex quartiere operaio di Piombino, si incontrano solo anziani ed extracomunitari. Al di là del muro c'è la fabbrica. Silenziosa. Il disegno ritrae le donne che stendono i panni su uno sfondo di ciminiere, l'immagine di quando le mogli degli operai prima di appendere le lenzuola al sole, controllavano se la direzione del vento portava lo "spolverino" dalla cockeria e dall'altoforno. Tempi passati che, ora, potrebbero tornare perché la fabbrica dovrebbe ripartire dopo gli anni di immobilità del tycoon algerino Issad Rebrab, con i duemila caschi gialli che entravano nello stabilimento per non lavorare, tirando avanti solo con gli ammortizzatori sociali. Adesso la Jsw di Sajjan Jindal è in trattativa con il governo per rilevare Aferpi (la ex-Lucchini) e proprio oggi i tecnici del colosso siderurgico indiano hanno varcato i cancelli per una prima verifica delle condizioni degli impianti: una speranza concreta dopo anni di illusioni, per un intero territorio che ha sempre alimentato la propria economia e il proprio benessere con l'acciaieria nata come Ferriera Perseveranza nel 1866.
Nello stanzone del consiglio di fabbrica questa speranza si respira, con sorrisi e ragionamenti appassionati sul futuro. Ma quando provi ad analizzare l'esito delle elezioni del 4 marzo gli sguardi degli operai si abbassano. Perché nonostante gli indiscutibili risultati del ministro Carlo Calenda e del governo di centrosinistra, così come della Regione guidata da Enrico Rossi, che hanno convinto Rebrab a cedere il passo, la fabbrica ha votato come il resto della città: vale a dire Pd in calo del 14% (per la prima volta dal 1976 non avrà il proprio rappresentante parlamentare di zona), Lega in crescita del 18%, e Cinque Stelle con un +4% che li ha portati ad appena 500 voti dal Partito democratico. "Fino a qualche anno fa la città scendeva in piazza con noi - prova a spiegare Jonathan Ghignoli, coordinatore Fiom nella Rsu di Aferpi - poi tutto è cambiato con la crisi e con le promesse dei vari governi che, a parte Calenda che si è mosso bene, hanno portato qui solo Rebrab o ipotesi ancora più vaghe. Gli operai si sentono logorati, non si fidano più". La stessa tesi di Paolo Cappelli, coordinatore della Rsu per la Fim: "Nelle elezioni non hanno perdonato il Jobs Act, la Fornero e la fine degli ammortizzatori sociali". Un risultato apparentemente paradossale che fotografa quel populismo delle fabbriche (Susanna Camusso lo ha battezzato "grillo-leghismo operaio") emerso anche, per dire, nel Sulcis dell'Alcoa e all'Ilva di Taranto dove nonostante la salvezza delle fabbriche garantita dal governo, i lavoratori hanno votato Cinque Stelle o Lega.
A Piombino ha pesato anche la promessa di (improbabile) nazionalizzazione fatta da Matteo Salvini davanti ai cancelli di Aferpi: "Noi non siamo contrari a Jindal - dice Elena Vizzotto, responsabile della Lega per le politiche sociali in Toscana - ma certo è strano che sia saltato fuori in prossimità delle elezioni. Vediamo se ha un progetto concreto". Il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi (Leu) ha la sua chiave di lettura sulla sconfitta della sinistra: "I ceti popolari e il ceto medio non hanno perdonato la precarizzazione del lavoro e la riduzione della protezione sociale. Così c'è stata la frattura di una connessione sentimentale". Rossi, però, non considera un'altra "frattura", quella tra la città e la fabbrica, generata soprattutto dal conflitto d'interessi tra due ragioni sacrosante come lavoro e salute: "Un tempo lo spolverino significava reddito - dice Cappelli - poi con lo stop dell'impianto i piombinesi hanno scoperto l'aria più pulita. Il paradosso è che il pensionato che magari lavorava nell'acciaieria e ora guadagna più del salario di un tempo, dice no alla fabbrica, mentre gli operai sono disperati". E' lo stesso conflitto d'interessi che scuote Taranto e altri siti industriali italiani e che nel nord Europa è stato risolto con innovazioni tecnologiche che hanno ridotto l'impatto ambientale delle fabbriche. Senza contare che gli ammortizzatori sociali hanno ridotto drammaticamente il potere d'acquisto di migliaia di famiglie piombinesi, trasferendo la crisi all'intero tessuto economico della città: "Mentre tutti pensavano e parlavano dell'acciaieria, a noi non ci filava nessuno - dice a mezza bocca un ristoratore - ecco perché le elezioni sono andate come sono andate". "Non vogliamo tornare allo spolverino - spiega Gordiano Lupi, scrittore che conosce bene l'animo di Piombino - proprio ora che il turismo si sta riprendendo".
Sta di fatto che il coacervo di incertezze sugli sviluppi politici italiani stanno condizionando le riflessioni di Sajjan Jindal, preoccupato anche dagli effetti dell'emergenza ambientale che ha conosciuto a Taranto nella gara per l'Ilva (vinta poi da ArecelorMittal): così dopo aver prospettato la riaccensione dell'altoforno, ha comunicato al governo di voler optare per due forni elettrici (meno inquinanti) che alimenteranno 4 laminatoi, per una produzione annua di 3,2 milioni di tonnellate. Come dire che vuole tenersi aperte tutte le possibilità per disinnescare gli sviluppi della politica italiana. "Altoforno o no, lo Stato rimanga per verificare gli impegni di Jindal", dice Graziano Martinelli storico operaio. Se non fosse per la sua tessera Fiom, sembrerebbe sentire un leghista che parla di nazionalizzazione.
Nello stanzone del consiglio di fabbrica questa speranza si respira, con sorrisi e ragionamenti appassionati sul futuro. Ma quando provi ad analizzare l'esito delle elezioni del 4 marzo gli sguardi degli operai si abbassano. Perché nonostante gli indiscutibili risultati del ministro Carlo Calenda e del governo di centrosinistra, così come della Regione guidata da Enrico Rossi, che hanno convinto Rebrab a cedere il passo, la fabbrica ha votato come il resto della città: vale a dire Pd in calo del 14% (per la prima volta dal 1976 non avrà il proprio rappresentante parlamentare di zona), Lega in crescita del 18%, e Cinque Stelle con un +4% che li ha portati ad appena 500 voti dal Partito democratico. "Fino a qualche anno fa la città scendeva in piazza con noi - prova a spiegare Jonathan Ghignoli, coordinatore Fiom nella Rsu di Aferpi - poi tutto è cambiato con la crisi e con le promesse dei vari governi che, a parte Calenda che si è mosso bene, hanno portato qui solo Rebrab o ipotesi ancora più vaghe. Gli operai si sentono logorati, non si fidano più". La stessa tesi di Paolo Cappelli, coordinatore della Rsu per la Fim: "Nelle elezioni non hanno perdonato il Jobs Act, la Fornero e la fine degli ammortizzatori sociali". Un risultato apparentemente paradossale che fotografa quel populismo delle fabbriche (Susanna Camusso lo ha battezzato "grillo-leghismo operaio") emerso anche, per dire, nel Sulcis dell'Alcoa e all'Ilva di Taranto dove nonostante la salvezza delle fabbriche garantita dal governo, i lavoratori hanno votato Cinque Stelle o Lega.
A Piombino ha pesato anche la promessa di (improbabile) nazionalizzazione fatta da Matteo Salvini davanti ai cancelli di Aferpi: "Noi non siamo contrari a Jindal - dice Elena Vizzotto, responsabile della Lega per le politiche sociali in Toscana - ma certo è strano che sia saltato fuori in prossimità delle elezioni. Vediamo se ha un progetto concreto". Il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi (Leu) ha la sua chiave di lettura sulla sconfitta della sinistra: "I ceti popolari e il ceto medio non hanno perdonato la precarizzazione del lavoro e la riduzione della protezione sociale. Così c'è stata la frattura di una connessione sentimentale". Rossi, però, non considera un'altra "frattura", quella tra la città e la fabbrica, generata soprattutto dal conflitto d'interessi tra due ragioni sacrosante come lavoro e salute: "Un tempo lo spolverino significava reddito - dice Cappelli - poi con lo stop dell'impianto i piombinesi hanno scoperto l'aria più pulita. Il paradosso è che il pensionato che magari lavorava nell'acciaieria e ora guadagna più del salario di un tempo, dice no alla fabbrica, mentre gli operai sono disperati". E' lo stesso conflitto d'interessi che scuote Taranto e altri siti industriali italiani e che nel nord Europa è stato risolto con innovazioni tecnologiche che hanno ridotto l'impatto ambientale delle fabbriche. Senza contare che gli ammortizzatori sociali hanno ridotto drammaticamente il potere d'acquisto di migliaia di famiglie piombinesi, trasferendo la crisi all'intero tessuto economico della città: "Mentre tutti pensavano e parlavano dell'acciaieria, a noi non ci filava nessuno - dice a mezza bocca un ristoratore - ecco perché le elezioni sono andate come sono andate". "Non vogliamo tornare allo spolverino - spiega Gordiano Lupi, scrittore che conosce bene l'animo di Piombino - proprio ora che il turismo si sta riprendendo".
Sta di fatto che il coacervo di incertezze sugli sviluppi politici italiani stanno condizionando le riflessioni di Sajjan Jindal, preoccupato anche dagli effetti dell'emergenza ambientale che ha conosciuto a Taranto nella gara per l'Ilva (vinta poi da ArecelorMittal): così dopo aver prospettato la riaccensione dell'altoforno, ha comunicato al governo di voler optare per due forni elettrici (meno inquinanti) che alimenteranno 4 laminatoi, per una produzione annua di 3,2 milioni di tonnellate. Come dire che vuole tenersi aperte tutte le possibilità per disinnescare gli sviluppi della politica italiana. "Altoforno o no, lo Stato rimanga per verificare gli impegni di Jindal", dice Graziano Martinelli storico operaio. Se non fosse per la sua tessera Fiom, sembrerebbe sentire un leghista che parla di nazionalizzazione.