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Relax sul molo, in un fiordo poco fuori Oslo 

Cronache dalla Norvegia, paese felice

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È il paese più ricco, più democratico e più ecologico: primo in quasi tutte le classifiche. Siamo andati a vedere come si diventa la nazione in vetta alle classifiche della felicità
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«God morgen, siamo qui per raccontare come si diventa il paese più felice del mondo». Ci guardano incuriositi, Bjarne e Margit, 23 anni a testa, seduti al tavolino di un bar di Karl Johans Gate. È la via principale del centro di Oslo e ci siamo dati appuntamento nonostante la neve continui a cadere senza tregua. Curiosi e ben disposti i due amici norvegesi, come saranno nei giorni seguenti tutti quelli che incontreremo per questo reportage sulla Norvegia Felix: studenti e architetti, camerieri e giornalisti, operai, impiegati comunali e controllori dei treni. Poi, senza smettere di bere il loro enorme caffè (qui se ne consuma più che in Italia: 7,6 chili a testa contro 5,9, a livello planetario li battono solo i finlandesi), ci chiedono da dove abbiamo tirato fuori i loro primati.

Innanzitutto dal Better Life Index dell’Ocse, che dice che la Norvegia è la nazione con la migliore qualità della vita: il posto perfetto in cui n…
«God morgen, siamo qui per raccontare come si diventa il paese più felice del mondo». Ci guardano incuriositi, Bjarne e Margit, 23 anni a testa, seduti al tavolino di un bar di Karl Johans Gate. È la via principale del centro di Oslo e ci siamo dati appuntamento nonostante la neve continui a cadere senza tregua. Curiosi e ben disposti i due amici norvegesi, come saranno nei giorni seguenti tutti quelli che incontreremo per questo reportage sulla Norvegia Felix: studenti e architetti, camerieri e giornalisti, operai, impiegati comunali e controllori dei treni. Poi, senza smettere di bere il loro enorme caffè (qui se ne consuma più che in Italia: 7,6 chili a testa contro 5,9, a livello planetario li battono solo i finlandesi), ci chiedono da dove abbiamo tirato fuori i loro primati.

Innanzitutto dal Better Life Index dell’Ocse, che dice che la Norvegia è la nazione con la migliore qualità della vita: il posto perfetto in cui nascere, studiare, lavorare e metter su famiglia; poi dal The Changing wealth of Nations 2018 della Banca Mondiale, secondo il quale è pure il paese più ricco del pianeta in termini di patrimonio (pubblico più privato) medio procapite; dal Development Index 2018, appena presentato al Forum di Davos, che certifica che quella norvegese è anche l’economia più inclusiva: per equità tra uomini e donne, giovani e vecchi, nativi e migranti; infine dal Democratic Index redatto dal settimanale inglese The Economist, secondo il quale il paese ha il più alto tasso di democrazia del mondo. «E poi», aggiungiamo, «ci sono due ultimi dati che sintetizzano la nostra invidiosa curiosità: ogni italiano nasce appesantito da un debito pubblico di 30mila euro sulla testa, ognuno di voi invece con un bel credito di 80mila. E vorremmo capire perché».

Che Bjarne, Margit e gli altri lo sappiano o no, a livello statistico la Norvegia assomiglia davvero a un Eldorado. Qui si lavora meno ore e si guadagna più che altrove; la disoccupazione è al minimo e la ricchezza media al massimo; l’acqua pubblica è tra le migliori al mondo, il tasso di inquinamento dell’aria tra i più bassi, quello di riciclo della plastica tra i più alti, mentre il numero di auto elettriche vendute ha già raggiunto quello delle vetture diesel o benzina, nonostante il paese sia il più importante esportatore di petrolio in Europa. Un lungo elenco di primati(vedi box a pagina seguente) ai quali Bjarne - a questo punto divertito dalle classifiche - aggiunge l’ultimo in ordine di tempo: «Alle Olimpiadi di PyeongChang abbiamo vinto 39 medaglie, di cui 14 ori, arrivando primi davanti a Germania, Canada e Usa: piccoli sì (solo 5,2 milioni di abitanti, ndr), ma più forti di tutti negli sport invernali».

La consapevolezza di un’eccellenza diffusa, in effetti, non manca. Il costo della vita è alto, la tassazione sul reddito pazzesca (sfiora il 50%), ma nessuno se ne lamenta davvero. «Sì, la percezione di un’elevata qualità della vita esiste», conferma Kristin, 35 anni, studi di sociologia e un lavoro da consulente per un’agenzia governativa. «Il 76% dei norvegesi è soddisfatto di quello che ha, il 78% si reca a votare regolarmente, l’82% si ritiene fortunato a essere nato qui e il 94% sostiene di avere una buona rete sociale e conoscere qualcuno su cui poter contare nel momento del bisogno». Certo c’è anche un lato oscuro, come le notti polari che per alcuni mesi all’anno qui “spengono” la luce. Tutti i paesi scandinavi, e la Norvegia non fa eccezione, vantano anche un triste record nel consumo di farmaci antidepressivi e nel tasso di suicidi. «Molto dipende dal fatto che, rispetto ai paesi del Sud Europa, qui si rompe presto il legame tra genitori e figli. È un’autodeterminazione che ha molti lati positivi (voglia di cavarsela da soli, di essere economicamente indipendenti, alto senso civico) e altri meno (se imparo ad “autodeterminarmi”, non devo rendere più conto a nessuno anche se mi faccio del male). Detto questo, gli ultimissimi dati dell’Organizzazione mondiale della sanità ci dicono che ora le cose vanno molto meglio e non cambia poi così tanto rispetto ai paesi del Sud».

È Katrin a presentarci Erik ed è con lui che facciamo un giro sul “fronte del porto” di Oslo. Bjørvika è il nome del quartiere che sta cambiando, per cambiare volto alla città: alla spettacolare Opera House, firmata dallo studio di architettura più famoso in Norvegia (gli Snøhetta), si aggiungeranno entro il 2020 il nuovo Munch Museum, la Biblioteca Nazionale, la lunga passeggiata tra i moli del porto. Un progetto che vuole rilanciare la capitale rifacendole il look. Attraverso un ponte pedonale sospeso sul mare ghiacciato, raggiungiamo Sørenga. È un’area residenziale nata da pochi anni, dove Erik ha potuto comprare un bel bilocale, che ci mostra orgoglioso, grazie al suo stipendio da operaio specializzato in biochimica («Il mio salario di ingresso è stato di 24mila corone norvegesi», 2500 euro circa, dice). Davanti a noi lo skyline diventato ormai la nuova “cartolina da Oslo”: il Barcode, l’insieme dei 12 grattacieli di diversa forma e altezza che disegnano appunto una sorta di codice a barre. Rientrando sul porto, decidiamo di citofonare agli Snøhetta. Therese Sanni ci accoglie nel grande open space di Skur 39, con una lunga, magnifica vetrata («La luce è fondamentale: negli edifici che progettiamo e quindi anche nei nostri uffici. Ogni anno sorteggiamo i posti: un architetto può finire accanto a uno del marketing o a un tecnico. È il team che vale più dei singoli»). C’è una calma creativa, tra rendering e plastici di concorsi vinti in mezzo mondo. Nell’area “ristoro” si sgranocchiano carote e addentano tramezzini al salmone. «Non so se siamo i più felici , ma so che senza la Norvegia noi di Snøhetta non saremmo quello che siamo. La cosa bella del nostro paese è che puoi fare il lavoro per il quale hai studiato». 

Tobias Olsen, poco più di 30 anni, è un ingegnere ed è tornato a casa dopo alcuni anni di esperienza a Singapore e Dubai. «Altri climi, sì: lo ammetto. Qui aspettiamo un minimo raggio di sole per occupare parchi, piazze, laghi, boschi o montagne. E fare sport all’aperto o un barbecue». E allora perché sei tornato?, gli chiediamo. «Perché mi interessa moltissimo il progetto di riconversione dell’economia del mio paese. Siamo diventati ricchi grazie al petrolio, scoperto solo negli anni Sessanta. Ma ora abbiamo capito che dobbiamo guardare oltre, perché prima o poi finirà. Io così mi occupo di energie rinnovabili e per esempio del fatto che entro il 2040 puntiamo ad avere solo voli elettrici per gli spostamenti interni nel paese o comunque nel raggio di un’ora e mezza». Tobias ci porta quindi a osservare le file di auto elettriche messe in ricarica. «Oggi sono più delle classiche Bmw e delle Mercedes, nel paese circolano già 100mila vetture a emissioni zero». Intorno a noi: Nissan Leaf, Wolkswagen E-golf e soprattutto Tesla model S. «Tassiamo tanto le auto inquinanti, mentre le ecologiche sono a tasse zero», dice Christina Bu, presidente  della Norwegian electric vehicle, «così è diventato più conveniente comprare le seconde». 

Rispetto al passato, poi, oggi anche “comunicare” la Norvegia ai turisti è decisamente più facile. L’Ocse ha contato che lo scorso anno sono arrivati 2,5 milioni di visitatori: il 50% degli abitanti del paese. Mentre la Lonely Planet ha messo Oslo tra le 10 città da visitare assolutamente nel 2018. «È un grande onore, non sarebbe mai successo senza il lavoro fatto negli ultimi anni», rivendica Christian Lunde, dell’agenzia di promozione municipale VisitOslo. «C’è tanta energia positiva qui in Norvegia. E l’arrivo del turismo aiuta anche a far crescere l’autostima e a non sentirci più ai confini del mondo». La sede dell’Aftenposten, il più importante quotidiano locale, è non lotano dalla National Gallery (che ospita uno dei più famosi quadri al mondo: l’Urlo di Munch). Qui il direttore, Espen Egil Hansen, ha i problemi di tutti: ha dovuto tagliare costi e personale. Ma grazie al fatto che i norvegesi sono tra i maggiori lettori d’Europa (174 testate per 5 milioni di abitanti), a una politica di rilancio del web, alle inchieste (è tra i giornali che hanno vinto il Pulitzer per i Panama Papers) e all’attenzione ai temi ambientali, oggi sorride. «Siamo disponibili in ogni angolo del paese, grazie alle nuove tecnologie», ha dichiarato. «Prima dovevamo spedire in camion, aereo o battello. L’ecologia? È la grande sfida: i nostri ghiacciai si stanno sciogliendo, gli inverni accorciando, questo soggetto sta a cuore a tutti in Norvegia». 

È un treno delle Nsb, le ferrovie nazionali, che ci porta costeggiando fiordi innevati a Fredrikstad, verso il confine con la Svezia. Con quasi 100mila abitanti questo è il quinto centro più popoloso del paese. Siamo venuti per conoscere un po’ di provincia e anche perché ci hanno parlato di un progetto (un luogo di accoglienza, costruito solo in legno e il cui pavimento è realizzato con la plastica raccolta dai bambini sulle spiagge) che sta a cuore a Mette-Marit, la biondissima nuora del re. Sì, perché la Norvegia è uno Stato monarchico di tipo costituzionale e re Harald V è un’altra delle sue eccezioni. Impossibile non ricordare il suo discorso alla nazione: «Siamo tutti norvegesi, etero e gay, cristiani e musulmani, chi è nato qui e chi è immigrato. La nazione è una e unita». A livello di quote rosa in politica non c’è niente da dire (premier, ministra degli Esteri, delle finanze e degli affari europei sono donne), e anche la quota dei migranti che la Norvegia accoglie è in proporzione tra le più alte d’Europa. Certo la strage neonazista di Anders Breivik, 77 morti sull’isola di Utøya nel 2011, è una ferita indelebile. A Donald Trump che aveva detto «Vorrei che arrivassero in America più norvegesi e meno persone da paesi di merda», l’ufficio Statistics Norway ha fatto gentilmente sapere che lo scorso anno solo 404 cittadini del regno sono andati negli States, mentre ben 10mila americani sono sbarcati qui. Marco Vaglieri è un italiano che ci è arrivato nove anni fa per amore della sua Marianne e lavora come artista visivo e illustratore. «Cosa mi piace? Che è un paese tollerante, libero, in cui tutti conoscono diritti e doveri, le istituzioni sono rispettate ma non temute, la società è paritaria e orizzontale. I norvegesi guadagnano bene, credono nel futuro e sono ottimisti». E così fa sorridere che tra gli irrisolti problemi del paese la signora sul treno del ritorno a Oslo (e da lì a casa) non trovi di meglio da citare che le «inquinanti flatulenze degli alci». 

Su D Lui in edicola il 17 marzo 2018