Da Amber su Parmalat ad Elliott con Tim: così i fondi attivisti rivoluzionano la finanza
Ettore Livini , di ETTORE LIVINISbarca in italia una pratica molto diffusa nella borsa americana: un gruppo finanziario entra in una società con una quota di minoranza e poi comincia a raccogliere deleghe tali da determinarne scelte e governance. Ma non sempre la "scossa" riesce
La carica dei fondi attivisti inizia, una proxy alla volta, a cambiare la mappa e le regole di ingaggio di Piazza Affari. Il primo pioniere solitario è stata Amber Capital. Impegnata (con successo, almeno finora) in una lunga battaglia contro la Lactalis dei Besnier, accusati di trattare Parmalat come una sorta di bancomat per finanziare le imprese di famiglia. Poi è stato il turno di Elliott, che ha comprato il 31% di Ansaldo Sts (valore oggi in Borsa circa 800 milioni) per contrastare l'opa low-cost - dicono gli uomini di Paul Singer - di Hitachi sulla società italiana.
A ruota, forte dei buoni risultati a Collecchio, Amber si è messa di traverso all'Opa su Caltagirone editore e ora Elliott- ancora lui, il più grande e "attivo" dei fondi attivisti globali - ha lanciato la madre di tutte le battaglie: quella contro i presunti conflitti di interessi di Vivendi in Telecom Italia. Spesa totale, ad oggi, altri 800 milioni circa. Messi…
A ruota, forte dei buoni risultati a Collecchio, Amber si è messa di traverso all'Opa su Caltagirone editore e ora Elliott- ancora lui, il più grande e "attivo" dei fondi attivisti globali - ha lanciato la madre di tutte le battaglie: quella contro i presunti conflitti di interessi di Vivendi in Telecom Italia. Spesa totale, ad oggi, altri 800 milioni circa. Messi…
La carica dei fondi attivisti inizia, una proxy alla volta, a cambiare la mappa e le regole di ingaggio di Piazza Affari. Il primo pioniere solitario è stata Amber Capital. Impegnata (con successo, almeno finora) in una lunga battaglia contro la Lactalis dei Besnier, accusati di trattare Parmalat come una sorta di bancomat per finanziare le imprese di famiglia. Poi è stato il turno di Elliott, che ha comprato il 31% di Ansaldo Sts (valore oggi in Borsa circa 800 milioni) per contrastare l'opa low-cost - dicono gli uomini di Paul Singer - di Hitachi sulla società italiana.
A ruota, forte dei buoni risultati a Collecchio, Amber si è messa di traverso all'Opa su Caltagirone editore e ora Elliott- ancora lui, il più grande e "attivo" dei fondi attivisti globali - ha lanciato la madre di tutte le battaglie: quella contro i presunti conflitti di interessi di Vivendi in Telecom Italia. Spesa totale, ad oggi, altri 800 milioni circa. Messi sul piatto - come tradizione di questi guastatori dei listini mondiali - con l'obiettivo di migliorare la gestione delle aziende attaccate e far risalire i titoli. Per poi uscire dal capitale soddisfatti e rimborsati con adeguate plusvalenze. Nessuno, a Milano come in Europa, si è sorpreso troppo dello sbarco in forze nel Vecchio continente e nel resto del mondo di Elliott & C. I circa 600 fondi attivisti (quasi tutti made in Usa) - armati di una forza di fuoco pari a circa 180 miliardi di dollari, calcola McKinsey - hanno fatto per qualche anno il bello e il cattivo tempo a Wall Street. Individuando società deboli e mal gestite o con problemi di governance, entrando nel capitale, chiedendo rappresentanza nel cda e pilotando dal sedile del passeggero il cambiamento.
Inizio propizio
Per un po' le cose sono andate a gonfie vele. Le prede non mancavano. Molte sono state colte impreparate dai blitz di un nuovo e strano investitore di cui ignoravano spesso la strategia e a volte persino l'esistenza. Molte delle battaglie sono andate a buon fine e dal 2009 a fine 2016 il ritorno garantito dai "pirati" dei listini è stato superiore a quello degli indici. Da un po' di tempo però, almeno oltreoceano, il vento è girato. La Borsa statunitense viaggia a quotazioni siderali, rendendo oggettivamente difficile spremere ulteriore valore dalle società quotate. Nel 2017, per la prima volta dopo molti anni, le campagne dei fondi attivisti sono calate, scendendo da 843 a 806. La quantità - dice il tam-tam di settore - è stata sostituita dalla qualità dei target. Basta battaglie di retroguardia con piccole e medie imprese, il nuovo trend è il fuoco incrociato sui grandi nomi di Wall Street, con ben 167 aziende con oltre 10 miliardi di capitalizzazione.
Fine dell'effetto sorpresa
Peccato che nel frattempo l'effetto sorpresa sia ormai andato in fumo. I bei nomi dell'S&P 500 hanno imparato a loro spese che non è il caso di sottovalutare le punture di spillo degli attivisti. E hanno adottato le loro contromisure: giocando d'anticipo per garantire posti nel board alle minoranze. Migliorando le relazioni con i piccoli soci per evitare che si schierino con Elliott & C. E anche l'efficacia delle proxy è un po' calata. Il 45% delle campagne lanciata nel 2017 - calcola il bilancio annuale di Activist Insight - non è andato a buon fine. In almeno il 46% dei casi, a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, un risultato è stato portato a casa. Alla fine però i conti non tornano più come una volta. Le offensive contro i pesci grossi del listino sono molto costose: il conto ancora parziale di quella di Trian Partners contro Procter & Gamble - cui chiedeva un ribaltone strategico e posti in cda e chiusa per ora con un sostanziale pareggio - è ad oggi di 60 milioni. E i rendimenti dei fondi attivisti negli Usa - il termometro del loro successo - sono stati per la prima volta nel 2017 inferiori a quelli di chi ha scommesso senza troppa fantasia sull'indice Dow Jones.
L'Italia entra nel mirino
La diversificazione geografica con l'Italia, l'Asia e l'Europa nel mirino (fotografata da un aumento del 6% delle iniziative extra-Usa) è stata così una scelta quasi obbligata. I potenziali obiettivi fuori dagli Stati Uniti, come dimostra in qualche modo la buona percentuale di successo delle campagne tricolori, sono meno preparati e meno solidi finanziariamente per resistere alle spallate. Non solo. A favorire l'esodo oltreatlantico è pure la nuova legislazione del settore allo studio negli States dove le grandi corporation - che accusano gli attivisti di essere "opportunisti" troppo concentrati sulle performance a breve termine - hanno convinto Capitol Hill a mettere nuovi paletti. All'esame del Congresso c'è infatti il minaccioso Brokaw Act, battezzato con il nome di una città del Winsconsin dove i 450 posti di una cartiera sono andati in fumo dopo l'attacco degli attivisti. Un provvedimento che se approvato costringerà Elliott & C. a garantire molta più trasparenza sulle loro partecipazioni, spuntando un po' le armi a loro disposizione. Il passaggio a vuoto del 2017 non significa però che l'avventura un po' garibaldina dei fondi attivisti sia ormai entrata in una fase di stagnazione e normalizzazione. E l'affondo su Telecom ne è la prova. Basterebbe un ripiegamento dei listini, dicono in molti, per ridar loro fiato. Non solo. Le campagne degli ultimi mesi dimostrano come anche questo mondo stia imparando ad adattarsi. Modificando le strategie in corsa per rilanciare la redditività.
Diversificare paga
La diversificazione europea ha pagato. Nestlé è stata costretta a venire a patti con Third Point Hedge, il fondo di Dan Loeb che ha investito 3,5 miliardi nel gruppo elvetico, cedendo le attività meno redditizie per concentrarsi sui settori con margini più alti e ridisegnando il cda a immagine e somiglianza delle richieste del nuovo socio. Qualche risultato è stato portato a casa anche da Elliott nel suo lungo e a volte burrascoso confronto con l'azienda olandese. Gli americani sono entrati nel capitale per costringere il gruppo chimico a trattare con la statunitense Ppg che era pronta a fare un'offerta ma era stata respinta. Alla fine - almeno per ora - è stato raggiunto una sorta di compromesso. Amsterdam ha concesso posti in consiglio d'amministrazione a Elliott, garantito un dividendo straordinario ma non è stata costretta a celebrare le nozze che non voleva. Il nuovo socio di Telecom, per dare un'idea dell'aggressività europea, ha messo nel mirino pure Bhp, la più grande azienda mineraria, accusandola di aver bruciato 40 miliardi di valore con l'avventura nello shale gas Usa e con altri investimenti poco felici. Sul tavolo ha messo pure la richiesta di eliminare la doppia quotazione in Gran Bretagna e Australia, operazione che da sola libererebbe 22 miliardi, dice Gordon Singer.
Nuovi protagonisti
L'esempio degli attivisti storici ha incoraggiato la nascita di nuovi protagonisti, anche se in scala ridotta sul mercato azionario Usa . Fondi che stanno a metà tra gli attacchi a tutto campo dei fratelli maggiori e la moral suasion più felpata dei grandi investitori istituzionali che senza campagne ad hoc stanno ad esempio tagliando le partecipazioni in aziende del settore petrolifero. Un esempio è il successo della recente campagna contro la Well Fargo, messa in croce per aver aperto 3,5 milioni di conti a insaputa dei clienti per centrare gli obiettivi di redditività. A guidare la crociata - il termine, visti i protagonisti, è adeguato - è stato il Centro per la corporate responsability interconfessionale. Protagonisti in prima fila le Sorelle di San Francesco di Filadelfia, le Domenicane della speranza, Francescane della perenne adorazione, che hanno investito nella banca costringendola ora - obtorto collo - a predisporre un report interno sullo scandalo. Altri attivisti sono scesi in campo in prima fila contro l'industria delle armi dopo l'ultima strage in Florida. Portando già a casa i primi risultati. Bolloré, che di raid in Borsa se ne intende, farà meglio a non sottovalutare l'arrivo dello Tsunami attivista anche nel cuore dell'impero Telecom.
A ruota, forte dei buoni risultati a Collecchio, Amber si è messa di traverso all'Opa su Caltagirone editore e ora Elliott- ancora lui, il più grande e "attivo" dei fondi attivisti globali - ha lanciato la madre di tutte le battaglie: quella contro i presunti conflitti di interessi di Vivendi in Telecom Italia. Spesa totale, ad oggi, altri 800 milioni circa. Messi sul piatto - come tradizione di questi guastatori dei listini mondiali - con l'obiettivo di migliorare la gestione delle aziende attaccate e far risalire i titoli. Per poi uscire dal capitale soddisfatti e rimborsati con adeguate plusvalenze. Nessuno, a Milano come in Europa, si è sorpreso troppo dello sbarco in forze nel Vecchio continente e nel resto del mondo di Elliott & C. I circa 600 fondi attivisti (quasi tutti made in Usa) - armati di una forza di fuoco pari a circa 180 miliardi di dollari, calcola McKinsey - hanno fatto per qualche anno il bello e il cattivo tempo a Wall Street. Individuando società deboli e mal gestite o con problemi di governance, entrando nel capitale, chiedendo rappresentanza nel cda e pilotando dal sedile del passeggero il cambiamento.
Inizio propizio
Per un po' le cose sono andate a gonfie vele. Le prede non mancavano. Molte sono state colte impreparate dai blitz di un nuovo e strano investitore di cui ignoravano spesso la strategia e a volte persino l'esistenza. Molte delle battaglie sono andate a buon fine e dal 2009 a fine 2016 il ritorno garantito dai "pirati" dei listini è stato superiore a quello degli indici. Da un po' di tempo però, almeno oltreoceano, il vento è girato. La Borsa statunitense viaggia a quotazioni siderali, rendendo oggettivamente difficile spremere ulteriore valore dalle società quotate. Nel 2017, per la prima volta dopo molti anni, le campagne dei fondi attivisti sono calate, scendendo da 843 a 806. La quantità - dice il tam-tam di settore - è stata sostituita dalla qualità dei target. Basta battaglie di retroguardia con piccole e medie imprese, il nuovo trend è il fuoco incrociato sui grandi nomi di Wall Street, con ben 167 aziende con oltre 10 miliardi di capitalizzazione.
Fine dell'effetto sorpresa
Peccato che nel frattempo l'effetto sorpresa sia ormai andato in fumo. I bei nomi dell'S&P 500 hanno imparato a loro spese che non è il caso di sottovalutare le punture di spillo degli attivisti. E hanno adottato le loro contromisure: giocando d'anticipo per garantire posti nel board alle minoranze. Migliorando le relazioni con i piccoli soci per evitare che si schierino con Elliott & C. E anche l'efficacia delle proxy è un po' calata. Il 45% delle campagne lanciata nel 2017 - calcola il bilancio annuale di Activist Insight - non è andato a buon fine. In almeno il 46% dei casi, a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, un risultato è stato portato a casa. Alla fine però i conti non tornano più come una volta. Le offensive contro i pesci grossi del listino sono molto costose: il conto ancora parziale di quella di Trian Partners contro Procter & Gamble - cui chiedeva un ribaltone strategico e posti in cda e chiusa per ora con un sostanziale pareggio - è ad oggi di 60 milioni. E i rendimenti dei fondi attivisti negli Usa - il termometro del loro successo - sono stati per la prima volta nel 2017 inferiori a quelli di chi ha scommesso senza troppa fantasia sull'indice Dow Jones.
L'Italia entra nel mirino
La diversificazione geografica con l'Italia, l'Asia e l'Europa nel mirino (fotografata da un aumento del 6% delle iniziative extra-Usa) è stata così una scelta quasi obbligata. I potenziali obiettivi fuori dagli Stati Uniti, come dimostra in qualche modo la buona percentuale di successo delle campagne tricolori, sono meno preparati e meno solidi finanziariamente per resistere alle spallate. Non solo. A favorire l'esodo oltreatlantico è pure la nuova legislazione del settore allo studio negli States dove le grandi corporation - che accusano gli attivisti di essere "opportunisti" troppo concentrati sulle performance a breve termine - hanno convinto Capitol Hill a mettere nuovi paletti. All'esame del Congresso c'è infatti il minaccioso Brokaw Act, battezzato con il nome di una città del Winsconsin dove i 450 posti di una cartiera sono andati in fumo dopo l'attacco degli attivisti. Un provvedimento che se approvato costringerà Elliott & C. a garantire molta più trasparenza sulle loro partecipazioni, spuntando un po' le armi a loro disposizione. Il passaggio a vuoto del 2017 non significa però che l'avventura un po' garibaldina dei fondi attivisti sia ormai entrata in una fase di stagnazione e normalizzazione. E l'affondo su Telecom ne è la prova. Basterebbe un ripiegamento dei listini, dicono in molti, per ridar loro fiato. Non solo. Le campagne degli ultimi mesi dimostrano come anche questo mondo stia imparando ad adattarsi. Modificando le strategie in corsa per rilanciare la redditività.
Diversificare paga
La diversificazione europea ha pagato. Nestlé è stata costretta a venire a patti con Third Point Hedge, il fondo di Dan Loeb che ha investito 3,5 miliardi nel gruppo elvetico, cedendo le attività meno redditizie per concentrarsi sui settori con margini più alti e ridisegnando il cda a immagine e somiglianza delle richieste del nuovo socio. Qualche risultato è stato portato a casa anche da Elliott nel suo lungo e a volte burrascoso confronto con l'azienda olandese. Gli americani sono entrati nel capitale per costringere il gruppo chimico a trattare con la statunitense Ppg che era pronta a fare un'offerta ma era stata respinta. Alla fine - almeno per ora - è stato raggiunto una sorta di compromesso. Amsterdam ha concesso posti in consiglio d'amministrazione a Elliott, garantito un dividendo straordinario ma non è stata costretta a celebrare le nozze che non voleva. Il nuovo socio di Telecom, per dare un'idea dell'aggressività europea, ha messo nel mirino pure Bhp, la più grande azienda mineraria, accusandola di aver bruciato 40 miliardi di valore con l'avventura nello shale gas Usa e con altri investimenti poco felici. Sul tavolo ha messo pure la richiesta di eliminare la doppia quotazione in Gran Bretagna e Australia, operazione che da sola libererebbe 22 miliardi, dice Gordon Singer.
Nuovi protagonisti
L'esempio degli attivisti storici ha incoraggiato la nascita di nuovi protagonisti, anche se in scala ridotta sul mercato azionario Usa . Fondi che stanno a metà tra gli attacchi a tutto campo dei fratelli maggiori e la moral suasion più felpata dei grandi investitori istituzionali che senza campagne ad hoc stanno ad esempio tagliando le partecipazioni in aziende del settore petrolifero. Un esempio è il successo della recente campagna contro la Well Fargo, messa in croce per aver aperto 3,5 milioni di conti a insaputa dei clienti per centrare gli obiettivi di redditività. A guidare la crociata - il termine, visti i protagonisti, è adeguato - è stato il Centro per la corporate responsability interconfessionale. Protagonisti in prima fila le Sorelle di San Francesco di Filadelfia, le Domenicane della speranza, Francescane della perenne adorazione, che hanno investito nella banca costringendola ora - obtorto collo - a predisporre un report interno sullo scandalo. Altri attivisti sono scesi in campo in prima fila contro l'industria delle armi dopo l'ultima strage in Florida. Portando già a casa i primi risultati. Bolloré, che di raid in Borsa se ne intende, farà meglio a non sottovalutare l'arrivo dello Tsunami attivista anche nel cuore dell'impero Telecom.