Economia

Dazi e tassi Usa, economia italiana in allerta

I venti di guerra commerciale e la nuova stretta monetaria della Fed potrebbero avere importanti implicazioni sulla nostra crescita. Ecco perché serve un moitoraggio attento

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Mentre a quasi tre settimane dalle elezioni si naviga ancora nelle nebbie, l’economia va avanti per il suo binario. Due fatti degli ultimi giorni, avvenuti sullo scenario planetario, rischiano di avere ragionevoli implicazioni per le sorti del nostro paese. La prima vicenda è quella della guerra commerciale lanciata da Trump: un pericolo scampato all'ultimo minuto. I dazi scatteranno infatti questa settimana, ma l'Europa ha ottenuto una deroga: solo un piccolo sollievo, perché già l'Italia, che esporta poco acciaio e alluminio negli Usa, non avrebbe avuto grossi danni diretti. Tuttavia il clima di crescente protezionismo e la guerra Usa-Cina si riftetteranno comunque sull'Europa perché i prodotti orientali, che troveranno la porta dell'America chiusa, busseranno al Vecchio Continente aumentando la concorrenza sulle nostre aziende.  Il vento del protezionismo del resto ha già provocato una riduzione delle stime del commercio mondiale che nel 2019 crescerà con un tasso del 4,4 per cento dopo il 2017, anno con buoni risultati, che ha fatto segnare una crescita del 4,7 per cento. E va segnalato che la ripresa italiana, durante il 2017, ha fatto conto molto sulle esportazioni più che sulla domanda interna.


L’altro aspetto che potrebbe riguardarci è la prima stretta sui tassi (di un quarto di punto a 1,50-1,75) del nuovo presidente della Fed Jerome Powell. L’analisi è che l’economia Usa salirà quest’anno al 2,7 per cento (lo 0,2 per cento in più rispetto alle previsioni di dicembre). Anche se gli ulteriori interventi del Fomc (Federal open market committee) si fermeranno a quota tre e forse non saliranno a quattro, la traiettoria è segnata: i tassi non possono che salire e chiudere l’anno con una forchetta tra il 2 e il 2,25. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio la nostra spesa per interessi è prevista dai documenti del governo uscente in “ulteriore riduzione” al 3,5 per cento del Pil nel 2020; ipotesi che potrebbe andare incontro a rischi, perché anche in Europa dopo la fine del quantitative easing, attesa per quest’anno, il vento è comunque destinato a cambiare.

Due elementi – ma se ne potrebbero aggiungere molti altri - che testimoniano come sia almeno necessario un monitoraggio attento dello stato della nostra economia e delle prospettive di crescita. Anche se in questa fase il termometro dello spread non segnala la febbre, perché viene opportunamente raffreddato dalle autorità monetarie, non significa che l’economia italiana scoppi di salute.