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In grande Scala

Siamo stati dietro le quinte del Don Pasquale, dal 3 aprile in scena nel tempio milanese della musica. Per raccontarvi un’enorme macchina fatta di talenti eccellenti e di un formidabile lavoro di squadra
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Il foyer del teatro alla Scala è vuoto, i lampadari accesi, l'atmosfera come sospesa. È un pomeriggio milanese di fine marzo e noi siamo qui, meravigliosamente da soli. Ci ritroviamo così ad aprire la porta a specchio che conduce al retro-platea, percorrendo una sorta di passaggio segreto verso l'antro magico: il più bel tempio laico dell'opera lirica assiste, per oggi senza spettatori, alle prove del Don Pasquale.

C'è un viavai di comparse, tecnici del suono e delle luci, operai, costumisti e cantanti. C'è il maestro Riccardo Chailly, in piedi di fronte all'orchestra. C'è Davide Livermore, il funambolico regista di questa versione scaligera, che affina i dettagli. Sul palco si assemblano le scenografie che danno vita, come d'incanto, a una splendida Roma: ci sono la stazione Termini, Cinecittà e i pini marittimi, una lambretta e persino un'automobile che vola. Gaetano Donizetti compose l'…
Il foyer del teatro alla Scala è vuoto, i lampadari accesi, l'atmosfera come sospesa. È un pomeriggio milanese di fine marzo e noi siamo qui, meravigliosamente da soli. Ci ritroviamo così ad aprire la porta a specchio che conduce al retro-platea, percorrendo una sorta di passaggio segreto verso l'antro magico: il più bel tempio laico dell'opera lirica assiste, per oggi senza spettatori, alle prove del Don Pasquale.

C'è un viavai di comparse, tecnici del suono e delle luci, operai, costumisti e cantanti. C'è il maestro Riccardo Chailly, in piedi di fronte all'orchestra. C'è Davide Livermore, il funambolico regista di questa versione scaligera, che affina i dettagli. Sul palco si assemblano le scenografie che danno vita, come d'incanto, a una splendida Roma: ci sono la stazione Termini, Cinecittà e i pini marittimi, una lambretta e persino un'automobile che vola. Gaetano Donizetti compose l'opera a fine 1842 e la rappresentò per la prima volta a Parigi il 3 gennaio dell'anno successivo, ma volle espressamente che ognuno la ambientasse poi nella sua epoca preferita.

Qui siamo a metà degli anni '50 del Novecento, prima del grande avvento della tv di massa e delle rivoluzioni culturali: tra citazioni felliniane, sfilate di moda e un'aria di primavera romana. Il protagonista, Don Pasquale, è un ricco 70enne che disereda il nipote Ernesto perché vuole sposare la carina, ma spiantata, Norina. E decide di prender moglie lui stesso. Sarà il dottor Malatesta, amico dei due giovani, a ordire piani e scatenare equivoci che porteranno: il vecchio a sposare Norina, nei finti panni di Sofronia; Ernesto a fuggire lontano per la disperazione, non avendo capito il raggiro; ancora Don Pasquale  a malederire il matrimonio con l'insopportabile e spendacciona moglie. Prima di un ceffone che segna un punto di non ritorno, verso l'happy end. 
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In mezzo: tanti colpi di teatro e un'opera buffa di cui raccontiamo in esclusiva per D questa straordinaria edizione (che debutta il 3 aprile e prevede otto repliche fino al 4 maggio, info: teatroallascala.org), seguendo la macchina che si muove dietro una rappresentazione che è arte e cultura, è somma di talenti ed è un enorme lavoro di squadra. Per farlo, usiamo una partitura in 3 atti: l'idea, la realizzazione e lo spettacolo.
 
ATTO I: L'IDEA

Tutto parte da Riccardo Chailly, che di questo Don Pasquale è anche il direttore d'orchestra. È lui che, nelle vesti di direttore musicale del Teatro alla Scala, immagina circa due anni fa che nel recupero dei capolavori della tradizione italiana un Donizetti non possa mancare. "Non solo per l'importanza dell'autore, un vero genio, ma per un libretto eccezionale, se si pensa agli anni in cui fu scritto. I miei momenti preferiti? Lo schiaffo di Norina, dove si raggiunge il vertice drammaturgico. E il senso di nostalgia di Ernesto, all'inizio del secondo atto. Tuttavia la bellezza complessiva di quest'opera tocca tutti gli aspetti dell'essere umano: le speranze, i limiti, i sogni, le delusioni, i dolori. Ed è talmente ricca che ognuno di noi, ascoltandola, ha margini per ritrovare se stesso". Non ha dubbi, Chailly: lui che ha anche avuto la fortuna di studiare la partitura originale manoscritta, apportando centinaia di piccole correzioni rispetto alle rappresentazioni precedenti, crede che il Don Pasquale abbia una forza e una freschezza incredibili. "Ma un titolo da solo non basta", aggiunge il maestro, "se non hai anche le voci migliori". Ecco quindi Ambrogio Maestri (Don Pasquale), Rosa Feola (Norina), René Barbera (Ernesto) e Mattia Olivieri (Malatesta): i 4 cantanti protagonisti. "Solo quando hai la certezza di avere un cast straordinario, decidi di mettere l'opera in cartellone. A quel punto ho pensato al regista, uno che fosse capace di prendersi cura dei singoli personaggi, che avesse il senso del racconto e fosse in grado di metterci la sua fantasia. Ma senza dimenticare che anche i colpi di teatro devono essere al servizio dell'ascolto". 
Identikit che combacia con Davide Livermore. Sorride, l'interessato, seduto nel palchetto laterale dove ci siamo rifugiati durante un cambio di scena. Lo descrivono tutti così, Livermore: un vulcano di idee. "Quando mi chiamarono prima Chailly e poi Alexander Pereira (il sovrintendente e direttore artistico della Scala, ndr), non ero né incuriosito né spaventato, ma stravolto dall'idea di lavorare a un'opera di tale bellezza. E se ancora oggi quando finisce, io finisco in lacrime, una ragione ci sarà. La verità è che è una commedia di mezzo carattere, con personaggi cattivi (tutti tranne Don Pasquale) e momenti di grande comicità, grazie ai quali possiamo avere uno specchio terrificante di noi stessi. Io mi ci sono avvicinato in maniera molto seria, quindi molto giocosa. Ho pensato di ambientarla nella Roma degli anni '50 perché quella è stata un'epoca con delle regole, una poetica e un'ingenuità affini al mondo dell'opera. La città viveva ancora l'euforia del dopoguerra e delle Olimpiadi che sarebbero arrivate nel '60: c'è un vecchio che sogna il riscatto e due giovani irriverenti che se ne fregano di tutto, proiettati verso il futuro. Solo qualche anno dopo, con le contestazioni e il '68, Don Pasquale sarebbe stato il potere da abbattere ed Ernesto e Norina i rivoluzionari. Al giorno d'oggi, invece, il protagonista sarebbe un anziano con lo smartphone che avrebbe smascherato la burla di Sofronia cercandola su Facebook. O peggio, un vecchietto preso in giro dalla badante. E non potevo fare tanto male a una partitura così bella". 
 
ATTO II: LA REALIZZAZIONE
Per fare del bene alla scenografia, invece, Livermore ha pensato ai Giò Forma: Cristiana Picco e Florian Boje. Con Claudio Santucci a completare il trio di questo studio di artisti, designer e architetti - reduci dal successo del live tour di Jovanotti - che per dirla con il regista sono "Compagni di viaggio, veri pirati come me". Li intervistiamo nel foyer, sotto la statua di Rossini: Cristiana con il suo faldone di bozzetti e un entusiasmo contagioso, Florian con quell'aria assertiva da creativo-filosofo. "Abbiamo studiato una Roma fatta di strati, felliniana e neorealista, sgretolata e bellissima. Con le lambrette  orginali e la macchina del Sorpasso stampata in 3D, il pavimento ripreso da Villa Borghese, le sfilate di moda delle sorelle Fontana e le foto di Pasquale De Antonis", dice lei. "È una composizione che si prende un po' gioco dell'architettura, che prende un pezzo del Teatro di Marcello e lo trasforma in una casa borghese", aggiunge lui. "Bisogna immaginare l'Italia del dopoguerra, i fantasmi del fascismo, la grande edilizia romana di cui ancora paghiamo la "bolletta"". La parola giusta è puzzle, concordano: il risultato è un insieme di pezzetti di storie, contaminazioni, icone del periodo. "Livermore? È una Ferrari: quando va è una scheggia, il difficile è parcheggiarla. Con lui lavoriamo come rabdomanti, cercando di arrivare a un risultato finale che sia folle e perfetto". 

Ovviamente nulla sarebbe possibile senza le maestranze della Scala, che le scenografie le realizzano fisicamente: "Sono pazzeschi, lavorano con un'abilità incredibile, usano materiali innovativi e hanno grande attenzione all'ambiente". Concorda Gianluca Falaschi, il costumista: è lui che ha pensato gli oltre 130 abiti di scena, lui che ha inventato la gonna con la stampa di Trinità dei Monti con cui Norina incarna la propria gioventù sfacciata e la "primavera" di Roma. "È scaltra, romantica, sensibile, bugiarda, poliedrica: come la capitale. Quando Livermore mi ha chiesto di lavorare con lui, alla Scala, come potevo dire di no? Per me è una grande emozione, questo debutto scaligero. Ma la cosa più bella è stata poter collaborare con i lavoratori di questo teatro: dalle sartorie al laboratorio di pittura, dagli addetti alla camiceria ai parrucchieri. Centinaia di persone che fanno in modo che ciò che è scritto sulla carta o disegnato sui bozzetti, diventi poi questa meraviglia". 
 
ATTO III: LO SPETTACOLO

A supervisionare tutto c'è Franco Malgrande, direttore dell'allestimento scenico. Dietro quest'uomo apparentemente schivo si nasconde il cuore della grande macchina del teatro. "Per un'opera così partiamo almeno sei mesi prima, lavorando contemporaneamente su più fronti. Il mio compito è ascoltare i desideri di tutti e controllare che lo spettacolo sia compatibile con le dimensioni del palcoscenico, con gli altri spettacoli in cartellone, con le persone che possono lavorarci e il budget che ci siamo dati. Ovviamente è un lavoro di team". E i numeri del Don Pasquale non lasciano dubbi: 25 falegnami, 8 meccanici, 6 scultori, 45 macchinisti, 10 attrezzisti, 15 elettricisti, 2 fonici, più costumisti, sarti e addetti alle acconciature. A questi si aggiungono: 71 professori d'orchestra in buca, 40 coristi, i pianisti per le prove, 4 solisti in scena, le comparse e 10 mimi. 

Un universo che Patrizia Carmine, 50 regie televisive di spettacoli teatrali alle spalle, racconterà in diretta su Rai5 e sul circuito Microcinema il prossimo 19 aprile. "Per un evento così ci si prepara musicalmente e tecnicamente, cercando di parlare il più possibile con tutti, assistendo alle prove, non lasciando nulla al caso. È così che decido quante telecamere usare, da quali palchi riprendere, se ricorrere alle riprese dall'alto. La diretta ha cambiato il nostro mestiere e io ho avuto la fortuna di firmare qui alla Scala le regie tv della Madama Batterfly e dell'Andrea Chénier. Per quest'opera le sfide più interessanti saranno la scena dell'automobile che vola e quella dell'ouverture, letteralmente inventata da Livermore". L'opera si apre infatti con il funerale della vecchia madre di Don Pasquale, evento che scatena in lui un sogno di riscatto esistenziale. "Mi piacerebbe che i giovani riscoprissero l'opera", ci dice Livermore. "Non è un caso che tanti governi abbiano tolto dal piano di studi la storia dell'arte: la cultura rende liberi. E fa diventare più difficile il lavoro degli uomini di marketing, pronti a vendere sogni a 99,9 euro. Un'opera lirica non scade come una promozione e non si rompe come un telefonino. Ha una garanzia che dura più di un anno: 175 nel caso di questo Don Pasquale".

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