Com'è hi-tech il campo del futuro
Ettore Livini , di ETTORE LIVINITrattori a guida autonoma, droni, satelliti e sensori: e nei campi si coltivano (anche) i dati. Con risparmi e ottimizzazioni che possono far bene all'economia e all'ambiente
Pomodori? Grano? Uva? No, o almeno non solo. Il mondo cambia e i contadini - per stare al passo con i tempi - aprono al business del futuro: la coltivazione di dati. La scelta è obbligata, dice la Fao. La popolazione della Terra cresce, la terra arabile diminuisce, "la produttività dei campi dovrà aumentare del 70% nel 2050 per garantire cibo per tutti". E un esercito di trattori a guida autonoma, droni, telecamere a infrarossi, satelliti e sensori - l'armata hi-tech dell'agricoltura di precisione - ha fatto scattare la rivoluzione destinata a cambiare il volto del settore.
La transizione dalla zappa all'era di Big data e dei coltivatori 4.0 - più manager che contadini - è meno tortuosa di quanto si pensi. E poggia su un criterio molto semplice: dare a ogni pianta (o a ogni animale d'allevamento) solo ciò di cui ha bisogno quando ne ha bisogno. Come? "Coltivando dati", spiega Filippo Renga, direttore dell…
La transizione dalla zappa all'era di Big data e dei coltivatori 4.0 - più manager che contadini - è meno tortuosa di quanto si pensi. E poggia su un criterio molto semplice: dare a ogni pianta (o a ogni animale d'allevamento) solo ciò di cui ha bisogno quando ne ha bisogno. Come? "Coltivando dati", spiega Filippo Renga, direttore dell…
Pomodori? Grano? Uva? No, o almeno non solo. Il mondo cambia e i contadini - per stare al passo con i tempi - aprono al business del futuro: la coltivazione di dati. La scelta è obbligata, dice la Fao. La popolazione della Terra cresce, la terra arabile diminuisce, "la produttività dei campi dovrà aumentare del 70% nel 2050 per garantire cibo per tutti". E un esercito di trattori a guida autonoma, droni, telecamere a infrarossi, satelliti e sensori - l'armata hi-tech dell'agricoltura di precisione - ha fatto scattare la rivoluzione destinata a cambiare il volto del settore.
La transizione dalla zappa all'era di Big data e dei coltivatori 4.0 - più manager che contadini - è meno tortuosa di quanto si pensi. E poggia su un criterio molto semplice: dare a ogni pianta (o a ogni animale d'allevamento) solo ciò di cui ha bisogno quando ne ha bisogno. Come? "Coltivando dati", spiega Filippo Renga, direttore dell'Osservatorio Smart Agrifood del Politecnico di Milano. "Tecnologie e digitalizzazione mi dicono minuto per minuto come sta il mio terreno, il vigore vegetativo di ogni foglia e dove crescono le malerbe". Poi gli algoritmi elaborano le informazioni "e stabiliscono con precisione chirurgica se, dove e quanto concime, acqua e antiparassitari usare, tagliando gli sprechi e aumentando la produzione. Un bene per l'ambiente e il contadino-imprenditore".
Fanta-agricoltura? Tutt'altro. Il mercato delle macchine per colture e allevamento di precisione vale negli Usa 4,8 miliardi di dollari l'anno e cresce del 23% ogni 12 mesi. E anche in Italia stanno nascendo le prime fattorie del futuro, gestite da "torri di controllo" hi-tech che - mietendo dati ed elaborandoli - hanno sostituito lunari e "fiuto" del contadino nella gestione dei lavori.
"Il primo "compito" del coltivatore 4.0 è fare l'identikit del terreno su cui lavora", racconta Francesco Pugliese, direttore ricerca delle Bonifiche Ferraresi (Bf), la più grande azienda agricola tricolore con 6.500 ettari seguiti con il precision farming. A misurare la resa del terreno in casa Bf, per dire, è una mietitrebbia a guida autonoma (prezzo circa 400mila euro) "in grado di pesare il raccolto in ogni metro quadro di campo" per disegnare una mappa di produzione. Il secondo atto è fare la carta d'identità della composizione chimica e fisica del suolo, calcolandone con sensori elettromagnetici la consistenza e il contenuto di potassio, fosforo e azoto.
Questo primo raccolto di dati, rimasticato dal software, è la base della semina "intelligente". Un software decide dove e quanti semi vanno piantati in ogni centimetro di terra "e passa le istruzioni", continua Pugliese, "a una seminatrice pneumatica che dosa la distribuzione". La precisione del trattore comandato dal gps - che ha un margine d'errore di 3 cm - permette di ridurre le aree di sovrapposizione (quelle dove i bordi esterni della seminatrice passano due volte lavorando il campo) con un risparmio tra il 10 e il 25% rispetto alla guida manuale.
Nate le piante, parte la fase due: monitorarle e aiutarne lo sviluppo. L'agricoltura tradizionale distribuisce acqua, concime e fitofarmaci "a tappeto" quando lo suggerisce l'esperienza del contadino. Quella 4.0 - grazie all'uso di Big data - lo fa solo se e dove è necessario. "Noi usiamo mappe satellitari che fotografano quotidianamente il vigore vegetativo del campo, segnalando le zone in sofferenza idrica o dove si stanno sviluppando malattie e erbacce, consentendoci di intervenire solo dove c'è bisogno", racconta Pugliese. Altre aziende affidano lo stesso compito ai droni. Oppure, come Berlucchi, a un trattore con telecamere a infrarossi "che passa tra i filari e misura la clorofilla nelle foglie", come spiega Diego Cortinovis, capoagronomo del produttore di spumante, altro pioniere del precision farming italiano. "Questo occhio bionico - continua - crea una cartella clinica per ogni metro di vigna e ci consente di calibrare i fertilizzanti grazie allo spargi-concime a rateo variabile".
Il catalogo dell'agricoltura di precisione è amplissimo. Ci sono i droni in grado di attaccare i parassiti su superfici ridotte, i robot intelligenti che strappano le erbacce senza danneggiare il raccolto, i collari elettronici per vacche che misurano i parametri fisiologi e raccontano se e quanto si muovono. Lanciando l'allarme sul computer in caso di anomalie. Oppure le mungitrici fai-da-te che non richiedono intervento dell'uomo.
C'è anche chi vuole usare le nuove tecnologie sul fronte dei controlli: Wwf e associazioni ambientaliste inglesi hanno appena consegnato al ministero dell'Ambiente di Londra un progetto per utilizzare squadriglie di droni per sorvegliare il territorio e multare gli agricoltori che non tengono in ordine fossi e campi accentuando l'erosione del suolo. Oggi - dicono i promotori - le agenzie pubbliche sono in grado di vigilare solo sullo 0,5% dei terreni e un monitoraggio a tappeto di questi ispettori volanti hi-tech consentirebbe di risparmiare ogni anno 1,2 miliardi di sterline in spese di bonifica.
Ma la rivoluzione hi-tech - dice chi la usa - ha un suo ritorno economico anche per gli agricoltori: "Noi abbiamo dimezzato l'uso del concime grazie a mappe intelligenti che costano 30-40 euro a ettaro", dice Cortinovis. "Bonifiche Ferraresi ha aumentato di 200 euro a ettaro (+12%) la resa del frumento - dice Pugliese - tagliando i costi del 7% e aumentando del 5% la produttività. Sul mais siamo a 350 euro e sul pomodoro a 4-500". Il controllo digitale delle coltivazioni - ha calcolato l'Onu - ha incrementato del 18% le entrate degli agricoltori negli Usa, dove l'80% dei trattori ha il Gps e il 20% della superficie è mappato dal satellite. In Italia - dove il ministero dell'agricoltura punta al 10% della superficie coltivata con precision farming entro il 2021 - "dobbiamo cavalcare questa rivoluzione per difendere qualità e prodotti Dop", dice Renga. L'utilizzo del blockchain, la catena di condivisione dei dati senza un'autorità centrale su cui si basa anche bitcoin, ad esempio consentirà di monitorare senza burocrazia e con trasparenza il percorso della filiera, dal seme fino al piatto del consumatore". A quel punto le imitazioni tipo Parmesan & C avrebbero le ore contate.
La transizione dalla zappa all'era di Big data e dei coltivatori 4.0 - più manager che contadini - è meno tortuosa di quanto si pensi. E poggia su un criterio molto semplice: dare a ogni pianta (o a ogni animale d'allevamento) solo ciò di cui ha bisogno quando ne ha bisogno. Come? "Coltivando dati", spiega Filippo Renga, direttore dell'Osservatorio Smart Agrifood del Politecnico di Milano. "Tecnologie e digitalizzazione mi dicono minuto per minuto come sta il mio terreno, il vigore vegetativo di ogni foglia e dove crescono le malerbe". Poi gli algoritmi elaborano le informazioni "e stabiliscono con precisione chirurgica se, dove e quanto concime, acqua e antiparassitari usare, tagliando gli sprechi e aumentando la produzione. Un bene per l'ambiente e il contadino-imprenditore".
Fanta-agricoltura? Tutt'altro. Il mercato delle macchine per colture e allevamento di precisione vale negli Usa 4,8 miliardi di dollari l'anno e cresce del 23% ogni 12 mesi. E anche in Italia stanno nascendo le prime fattorie del futuro, gestite da "torri di controllo" hi-tech che - mietendo dati ed elaborandoli - hanno sostituito lunari e "fiuto" del contadino nella gestione dei lavori.
"Il primo "compito" del coltivatore 4.0 è fare l'identikit del terreno su cui lavora", racconta Francesco Pugliese, direttore ricerca delle Bonifiche Ferraresi (Bf), la più grande azienda agricola tricolore con 6.500 ettari seguiti con il precision farming. A misurare la resa del terreno in casa Bf, per dire, è una mietitrebbia a guida autonoma (prezzo circa 400mila euro) "in grado di pesare il raccolto in ogni metro quadro di campo" per disegnare una mappa di produzione. Il secondo atto è fare la carta d'identità della composizione chimica e fisica del suolo, calcolandone con sensori elettromagnetici la consistenza e il contenuto di potassio, fosforo e azoto.
Questo primo raccolto di dati, rimasticato dal software, è la base della semina "intelligente". Un software decide dove e quanti semi vanno piantati in ogni centimetro di terra "e passa le istruzioni", continua Pugliese, "a una seminatrice pneumatica che dosa la distribuzione". La precisione del trattore comandato dal gps - che ha un margine d'errore di 3 cm - permette di ridurre le aree di sovrapposizione (quelle dove i bordi esterni della seminatrice passano due volte lavorando il campo) con un risparmio tra il 10 e il 25% rispetto alla guida manuale.
Nate le piante, parte la fase due: monitorarle e aiutarne lo sviluppo. L'agricoltura tradizionale distribuisce acqua, concime e fitofarmaci "a tappeto" quando lo suggerisce l'esperienza del contadino. Quella 4.0 - grazie all'uso di Big data - lo fa solo se e dove è necessario. "Noi usiamo mappe satellitari che fotografano quotidianamente il vigore vegetativo del campo, segnalando le zone in sofferenza idrica o dove si stanno sviluppando malattie e erbacce, consentendoci di intervenire solo dove c'è bisogno", racconta Pugliese. Altre aziende affidano lo stesso compito ai droni. Oppure, come Berlucchi, a un trattore con telecamere a infrarossi "che passa tra i filari e misura la clorofilla nelle foglie", come spiega Diego Cortinovis, capoagronomo del produttore di spumante, altro pioniere del precision farming italiano. "Questo occhio bionico - continua - crea una cartella clinica per ogni metro di vigna e ci consente di calibrare i fertilizzanti grazie allo spargi-concime a rateo variabile".
Il catalogo dell'agricoltura di precisione è amplissimo. Ci sono i droni in grado di attaccare i parassiti su superfici ridotte, i robot intelligenti che strappano le erbacce senza danneggiare il raccolto, i collari elettronici per vacche che misurano i parametri fisiologi e raccontano se e quanto si muovono. Lanciando l'allarme sul computer in caso di anomalie. Oppure le mungitrici fai-da-te che non richiedono intervento dell'uomo.
C'è anche chi vuole usare le nuove tecnologie sul fronte dei controlli: Wwf e associazioni ambientaliste inglesi hanno appena consegnato al ministero dell'Ambiente di Londra un progetto per utilizzare squadriglie di droni per sorvegliare il territorio e multare gli agricoltori che non tengono in ordine fossi e campi accentuando l'erosione del suolo. Oggi - dicono i promotori - le agenzie pubbliche sono in grado di vigilare solo sullo 0,5% dei terreni e un monitoraggio a tappeto di questi ispettori volanti hi-tech consentirebbe di risparmiare ogni anno 1,2 miliardi di sterline in spese di bonifica.
Ma la rivoluzione hi-tech - dice chi la usa - ha un suo ritorno economico anche per gli agricoltori: "Noi abbiamo dimezzato l'uso del concime grazie a mappe intelligenti che costano 30-40 euro a ettaro", dice Cortinovis. "Bonifiche Ferraresi ha aumentato di 200 euro a ettaro (+12%) la resa del frumento - dice Pugliese - tagliando i costi del 7% e aumentando del 5% la produttività. Sul mais siamo a 350 euro e sul pomodoro a 4-500". Il controllo digitale delle coltivazioni - ha calcolato l'Onu - ha incrementato del 18% le entrate degli agricoltori negli Usa, dove l'80% dei trattori ha il Gps e il 20% della superficie è mappato dal satellite. In Italia - dove il ministero dell'agricoltura punta al 10% della superficie coltivata con precision farming entro il 2021 - "dobbiamo cavalcare questa rivoluzione per difendere qualità e prodotti Dop", dice Renga. L'utilizzo del blockchain, la catena di condivisione dei dati senza un'autorità centrale su cui si basa anche bitcoin, ad esempio consentirà di monitorare senza burocrazia e con trasparenza il percorso della filiera, dal seme fino al piatto del consumatore". A quel punto le imitazioni tipo Parmesan & C avrebbero le ore contate.