MILANO - Spotify, debutta al Nyse a 165,9 dollari con un rialzo del 26% sulla forchetta iniziale per un valore complessivo di 29,5 miliardi di dollari, non poco per una società che non fa un centesimo di utile. Dopo una lunga serie di ritocchi al rialzo, l'ultima indicazione sulla forchetta di prezzo di debutto era stata data a 167-170 dollari per azione.
Spotify ha iniziato le contrattazioni alle 12.43 (le 18.43 In italia) in rialzo del 26% rispetto ai 132 dollari del prezzo di riferimento indicato dal Nyse, visto che non c'era un prezzo di collocamento come succede per le normali Ipo. Tuttavia rispetto all'ultimo prezzo previsto indicato poco prima della quotazione (167 dollari) il titolo ha iniziato con un ribasso del 2,4%. In chiusura il valore dell'azione di Spotify si è attestato poco sotto i 150 dollari (149,01) con un rialzo di quasi il 13% rispetto al prezzo di riferimento, ma ulteriormente in calo nel confronto con quello previsto poco prima dell'esordio.
Con la quotazione diretta il gruppo non emette nuovi titoli ma permette a quelli esistenti di essere scambiati sul mercato: secondo quanto sostiene Cnbc circa il 90% dei titoli possono essere scambiati sul mercato. Inoltre non prevede l'intermediazione delle banche, anche se Morgan Stanley sta seguendo la quotazione con consulenze agli azionisti. La quotazione diretta permette al gruppo di risparmiare decine di milioni di dollari (le banche chiedono il 7% di commissioni) ma allo stesso tempo non protegge il gruppo dalle oscillazioni del mercato. Solitamente vengono scelte da gruppi piccoli e da non profit, quasi mai da colossi come Spotify.
Lo sbarco dell'app della musica arriva in un momento certo difficile per il comparto tech, reduce da giornate borsistiche di passione. A spiegare i recenti cali, dopo mesi di corsa sfrenata, ci sono sia lo scandalo sui dati di Facebook trafugati via Cambridge Analytica che le sparate di Trump contro Amazon. Spotify cerca di reggere a queste raffiche di vento: è diffuso in 60 paesi, ha 157 milioni di utenti di cui 71 milioni paganti, un catalogo musicale di 35 milioni di canzoni, due miliardi di playlist caricate.
Con la quotazione in Borsa punta ad arginare l'avanzata del concorrente Apple Music. Il servizio è stato sviluppato a partire dal 2006 e lanciato nell'ottobre 2008 da Daniel Ek e Martin Lorentzon, prevede due tipi di utenti, gratuiti (sentono canzoni mischiate alla pubblicità) e a pagamento (ascoltano musica senza interruzioni e possono accedere ad una migliore qualità del suono). Di recente Spotify ha rivelato che 2 milioni di utenti 'free' sono riusciti a rimuovere gli annunci grazie ad una versione piratata, per questo ha abbassato le stime degli utenti da 159 a 157 milioni.
Dal 2015 al 2017 la società ha avuto un boom dei ricavi - passati da 1,9 a 4,09 miliardi - ma ha visto aumentare le perdite chiudendo lo scorso anno con un rosso di 324 milioni di euro. Il principale concorrente è Apple Music che funziona solo a pagamento: ha 36 milioni di abbonanti e secondo previsioni del Wall Street Journal entro l'estate, negli Usa, potrebbe diventare il primo servizio di musica in abbonamento. Deezer, Pandora e Tidal hanno numeri poco competitivi, a dare fastidio in futuro potrebbe essere Facebook che sta chiudendo accordi con le case discografiche.
Un fronte aperto è quello dei compensi agli artisti, soprattutto quelli indipendenti, che negli anni ha visto le critiche eccellenti di David Byrne e Radiohead (questi ultimi poi hanno fatto pace). Secondo uno studio della Riia, l'associazione che riunisce le case discografiche mondiali, ogni mille ascolti Spotify paga circa 7,50 dollari. Più di YouTube (1,50 dollari) e meno di Apple Music (12 dollari). L'app e la diffusione degli smartphone hanno dato però una mano alla musica: sempre secondo la Riia, solo nel mercato Usa nel 2017, quasi i due terzi di tutti i ricavi del settore provenivano dallo streaming, con un incremento del 43%.
Spotify ha iniziato le contrattazioni alle 12.43 (le 18.43 In italia) in rialzo del 26% rispetto ai 132 dollari del prezzo di riferimento indicato dal Nyse, visto che non c'era un prezzo di collocamento come succede per le normali Ipo. Tuttavia rispetto all'ultimo prezzo previsto indicato poco prima della quotazione (167 dollari) il titolo ha iniziato con un ribasso del 2,4%. In chiusura il valore dell'azione di Spotify si è attestato poco sotto i 150 dollari (149,01) con un rialzo di quasi il 13% rispetto al prezzo di riferimento, ma ulteriormente in calo nel confronto con quello previsto poco prima dell'esordio.
Con la quotazione diretta il gruppo non emette nuovi titoli ma permette a quelli esistenti di essere scambiati sul mercato: secondo quanto sostiene Cnbc circa il 90% dei titoli possono essere scambiati sul mercato. Inoltre non prevede l'intermediazione delle banche, anche se Morgan Stanley sta seguendo la quotazione con consulenze agli azionisti. La quotazione diretta permette al gruppo di risparmiare decine di milioni di dollari (le banche chiedono il 7% di commissioni) ma allo stesso tempo non protegge il gruppo dalle oscillazioni del mercato. Solitamente vengono scelte da gruppi piccoli e da non profit, quasi mai da colossi come Spotify.
Lo sbarco dell'app della musica arriva in un momento certo difficile per il comparto tech, reduce da giornate borsistiche di passione. A spiegare i recenti cali, dopo mesi di corsa sfrenata, ci sono sia lo scandalo sui dati di Facebook trafugati via Cambridge Analytica che le sparate di Trump contro Amazon. Spotify cerca di reggere a queste raffiche di vento: è diffuso in 60 paesi, ha 157 milioni di utenti di cui 71 milioni paganti, un catalogo musicale di 35 milioni di canzoni, due miliardi di playlist caricate.
Con la quotazione in Borsa punta ad arginare l'avanzata del concorrente Apple Music. Il servizio è stato sviluppato a partire dal 2006 e lanciato nell'ottobre 2008 da Daniel Ek e Martin Lorentzon, prevede due tipi di utenti, gratuiti (sentono canzoni mischiate alla pubblicità) e a pagamento (ascoltano musica senza interruzioni e possono accedere ad una migliore qualità del suono). Di recente Spotify ha rivelato che 2 milioni di utenti 'free' sono riusciti a rimuovere gli annunci grazie ad una versione piratata, per questo ha abbassato le stime degli utenti da 159 a 157 milioni.
Dal 2015 al 2017 la società ha avuto un boom dei ricavi - passati da 1,9 a 4,09 miliardi - ma ha visto aumentare le perdite chiudendo lo scorso anno con un rosso di 324 milioni di euro. Il principale concorrente è Apple Music che funziona solo a pagamento: ha 36 milioni di abbonanti e secondo previsioni del Wall Street Journal entro l'estate, negli Usa, potrebbe diventare il primo servizio di musica in abbonamento. Deezer, Pandora e Tidal hanno numeri poco competitivi, a dare fastidio in futuro potrebbe essere Facebook che sta chiudendo accordi con le case discografiche.
Un fronte aperto è quello dei compensi agli artisti, soprattutto quelli indipendenti, che negli anni ha visto le critiche eccellenti di David Byrne e Radiohead (questi ultimi poi hanno fatto pace). Secondo uno studio della Riia, l'associazione che riunisce le case discografiche mondiali, ogni mille ascolti Spotify paga circa 7,50 dollari. Più di YouTube (1,50 dollari) e meno di Apple Music (12 dollari). L'app e la diffusione degli smartphone hanno dato però una mano alla musica: sempre secondo la Riia, solo nel mercato Usa nel 2017, quasi i due terzi di tutti i ricavi del settore provenivano dallo streaming, con un incremento del 43%.