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La deriva razzista di Monfalcone, la città-cantiere

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Su 28mila residenti, il 22 per cento, cioè oltre 6mila, sono stranieri. Di questi i due terzi abbondanti sono bengalesi. Musulmani
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MONFALCONE. Un mare di biciclette attende gli operai alla fine del turno, appena fuori dall'ingresso del cantiere. Centinaia di uomini in tuta blu, scarpe anti-infortunio e caschetto bianco appeso alla cintura le inforcano e sciamano verso il centro città. Vanno a fare la spesa, a bere un caffè, a salutare mogli e bambini che giocano al parchetto di piazza della Repubblica. In via Sant'Ambrogio, una bella strada pedonale con i negozietti sotto i portici, si formano i capannelli del dopolavoro. Scene di ordinaria quotidianità monfalconese. Senza quell'enorme cantiere - 750mila metri quadrati, 4 chilometri di perimetro - che le dà lavoro e ricchezza da oltre un secolo, Monfalcone semplicemente non esisterebbe. Quantomeno non sarebbe quella che è. Eppure quel cantiere non è più l'orgoglio della città, almeno non per tutti. Almeno non per coloro che, nelle scorse settimane, hanno costruito una polemica sulla presenza …
MONFALCONE. Un mare di biciclette attende gli operai alla fine del turno, appena fuori dall'ingresso del cantiere. Centinaia di uomini in tuta blu, scarpe anti-infortunio e caschetto bianco appeso alla cintura le inforcano e sciamano verso il centro città. Vanno a fare la spesa, a bere un caffè, a salutare mogli e bambini che giocano al parchetto di piazza della Repubblica. In via Sant'Ambrogio, una bella strada pedonale con i negozietti sotto i portici, si formano i capannelli del dopolavoro. Scene di ordinaria quotidianità monfalconese. Senza quell'enorme cantiere - 750mila metri quadrati, 4 chilometri di perimetro - che le dà lavoro e ricchezza da oltre un secolo, Monfalcone semplicemente non esisterebbe. Quantomeno non sarebbe quella che è. Eppure quel cantiere non è più l'orgoglio della città, almeno non per tutti. Almeno non per coloro che, nelle scorse settimane, hanno costruito una polemica sulla presenza "invadente e sgradita" di quelle tute blu nel centro della città.

L'hanno travisata dietro mal motivate ragioni igienico sanitarie: in passato le tute blu intrise d'amianto hanno causato decine di morti. Ma l'amianto - anche se continua a mietere vittime, avendo una latenza di parecchi decenni - nel cantiere non c'è più da anni. E allora, come a Monfalcone hanno capito tutti, l'oggetto della polemica non è il "terlìs", la tuta blu degli operai, ma chi la indossa. E cioè, in stragrande maggioranza, operai di origine straniera. E siamo al cuore del problema: su 28mila residenti, il 22%, cioè oltre 6mila, sono stranieri. Di questi 6mila i due terzi abbondanti sono bengalesi. Musulmani. Una comunità numerosissima, pacifica, molto colorata nell'abbigliamento, quasi dominante in alcune zone del centro. Gli altri sono romeni o balcanici. Di sera padroni della città: i monfalconesi (molti anziani), di indole schiva, poco mondani, tendenzialmente stanno a casa. Morale, la città è un laboratorio sociale. Un puzzle fragilissimo: se tutti i pezzi andassero al loro posto ne uscirebbe un capolavoro. Se saltasse, un'emergenza sociale dalle proporzioni imprevedibili. Monfalcone oggi danza pericolosamente su quel filo che divide i due scenari.

Dal novembre 2016, sovvertendo le previsioni e una tradizione che durava da decenni, Monfalcone ha una sindaca leghista, Anna Cisint. Primi provvedimenti: eliminate parte delle panchine di piazza della Repubblica (quelle su cui sedevano gli immigrati). Riaperto al traffico il corso del Popolo, per il timore che la pedonalizzazione (parziale) favorisse la formazione di capannelli. Decisa opposizione alla nascita di un centro culturale islamico, in via 1° Maggio, dentro un edificio acquisito dalla comunità bengalese. Riqualificazione della piazza centrale della città: pare che il parco giochi popolato da mamme e bambini bengalesi non sia più previsto. Insomma, tutto l'armamentario tipico delle amministrazioni leghiste.

Solo che qui l'immigrazione non è un optional, né una trascurabile componente della città. Sull'immigrazione si regge l'enorme indotto del cantiere, le centinaia di piccole imprese che nel cantiere lavorano tutti i giorni. E il cantiere senza appalti e subappalti non potrebbe funzionare, perché i dipendenti diretti della Fincantieri sono soltanto 1.500 sui 6-7mila (con punte di 8mila) totali. Ci sono reparti dove gli stranieri sono la grandissima maggioranza. Tutti quelli con le lavorazioni pesanti: sullo scafo, il taglio, la saldatura, la molatura delle lamiere d'acciaio lavorano 500 italiani e circa 2mila stranieri. Oltre mille stranieri (280 italiani) si occupano delle fasi di isolamento, delle pitturazioni, della posa dei sottofondi. Più della metà dei lavoratori dell'indotto sono stranieri. Malpagati, spesso sfruttati, senza diritti e tutele, secondo l'accusa dei sindacati. "Qui non esiste lavoro nero - giura al contrario il direttore del personale del cantiere, Stefano D'Agata - facciamo controlli capillari sulle buste paga, sui versamenti contributivi, su tutti i passaggi dei rapporti di lavoro tra le ditte dell'indotto e i loro dipendenti". E i dirigenti del cantiere assicurano anche che spogliatoi e docce esistono. Solo che per l'accesso ad armadietti e docce le aziende devono pagare 1 euro al giorno per dipendente. Ed è probabile che quell'euro finisca a carico dei lavoratori, pagati pochi euro all'ora. Ecco perché rinunciano e vanno a casa in tuta.

"L'occupazione degli spazi pubblici da parte degli immigrati colpisce molto i monfalconesi. Ma certo migliaia di cittadini non possono smaterializzarsi", accusa un monfalconese simpatizzante di quel che resta della sinistra, annichilita dalle sconfitte. Né l'immigrazione, a Monfalcone, è un accidente della storia della città. Ne è anzi l'architrave, a meno che qualcuno non pensi di rinunciare al cantiere. L'eco della minaccia di Fincantieri ("se diamo fastidio possiamo anche ripensare la nostra presenza") aleggia nell'aria. Certo è che il puzzle delicatissimo della convivenza, dell'integrazione, della costruzione di un futuro comune tra monfalconesi e immigrati non può essere montato soltanto da un'amministrazione comunale, tantomeno leghista. Servirebbe un gioco di squadra che coinvolga anche la politica regionale e nazionale: "Ma qui la politica si vede solo il giorno del varo della nuova nave da crociera". Il prossimo, quello della Msc Seaview, è in calendario per la fine di maggio (intanto nel bacino del cantiere già si apprezza l'avanzato stato di lavorazione della Costa Venezia, varo in autunno). Resta intatto il nodoaggrovigliato del rapporto controverso tra la città e il suo cantiere. L'orgoglio del passato, il fastidio del presente, la paura del futuro.