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Spagnoli più ricchi degli italiani, ma la remuntada di Madrid scivola sul lavoro

La salute delle banche è migliorata e il debito cala, ma non tutto è cambiato. La disoccupazione è ancora alta e i salari scendono
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Dalle stelle alle stalle e ritorno. Il Derby (economico) del Mediterraneo - molto più incerto di quello tra gli Azzurri e le Furie rosse del calcio - registra l'ennesimo colpo di scena: la Spagna ha coronato la seconda Remuntada del millennio, è risorta dall'abisso in cui l'aveva cacciata la bolla immobiliare e ha messo di nuovo il naso davanti all'Italia nella classifica della ricchezza europea: il Pil-pro capite iberico - certifica l'Fmi - è salito nel 2017 a quota 38.286 dollari contro i 38.140,3 di ogni cittadino tricolore.

La classifica assoluta, ovviamente, vede il Belpaese - nona economia mondiale per dimensione - ben davanti a Madrid ferma (per ora) al 14esimo posto. Il trend però è chiaro. Il Pil spagnolo cresce ormai da tre anni a ritmi quasi tripli rispetto a quello dell'Italia. E la forbice del reddito per abitante - graduatoria dove arranchiamo al trentesimo posto mondiale, preceduti anche da Oman, Corea del sud …
Dalle stelle alle stalle e ritorno. Il Derby (economico) del Mediterraneo - molto più incerto di quello tra gli Azzurri e le Furie rosse del calcio - registra l'ennesimo colpo di scena: la Spagna ha coronato la seconda Remuntada del millennio, è risorta dall'abisso in cui l'aveva cacciata la bolla immobiliare e ha messo di nuovo il naso davanti all'Italia nella classifica della ricchezza europea: il Pil-pro capite iberico - certifica l'Fmi - è salito nel 2017 a quota 38.286 dollari contro i 38.140,3 di ogni cittadino tricolore.

La classifica assoluta, ovviamente, vede il Belpaese - nona economia mondiale per dimensione - ben davanti a Madrid ferma (per ora) al 14esimo posto. Il trend però è chiaro. Il Pil spagnolo cresce ormai da tre anni a ritmi quasi tripli rispetto a quello dell'Italia. E la forbice del reddito per abitante - graduatoria dove arranchiamo al trentesimo posto mondiale, preceduti anche da Oman, Corea del sud e Nuova Zelanda - pare destinata ad allargarsi nei prossimi anni.
Il sorpasso certificato dai tecnici del Fondo è una sorta di déjà-vu: a cavallo tra il 2007 e il 2008, dopo un decennio di crescita tumultuosa, il premier Jose Luis Rodriguez Zapatero aveva già auto-proclamato la Spagna più benestante dell'Italia in termini di ricchezza pro-capite, confortato da alcuni dati di Eurostat. Romano Prodi - inquilino all'epoca di Palazzo Chigi - aveva rispedito i calcoli al mittente ("siamo ancora davanti noi del 13%"). La polemica però è durata poco: lo scoppio della burbuja del ladrillo - la bolla del mattone che aveva innescato il boom iberico - ha messo in ginocchio Madrid. Il Pil (e il reddito) sono andati a picco, nel 2009 Moody's ha messo l'ex-astro nascente dell'economia Ue al primo posto del Misery Index continentale, la poco ambita classifica dei paesi più a rischio d'Europa. E la Spagna, con tutte queste gatte da pelare sul fronte domestico, ha messo in un cassetto la grandeur e rimandando a data da destinarsi il "colpaccio" del sorpasso sull'Italia. Qualche Cassandra, allora, aveva già intonato il de profundis: "Madrid rischia di vivere un decennio a crescita zero come il Giappone", vaticinava all'epoca il guru Nouriel Roubini, l'uomo che aveva previsto il crac di Wall Street.

I gufi invece avevano torto. L'appuntamento per superare l'Italia era solo rinviato. Il governo di Mariano Rajoy si è rimboccato le maniche, ha preso il toro della crisi per le corna e in un decennio ha fatto il miracolo: le banche - l'epicentro del terremoto finanziario - sono state sistemate parcheggiando in una bad-bank i crediti in sofferenza (all'epoca quasi 300 miliardi) e puntellandole grazie a un aiutino della Ue da 40 miliardi. La riforma del mercato del lavoro voluta dal premier e il boom dell'export hanno fatto il resto. L'economia nazionale ha ripreso a correre - anche quando è rimasta senza governo per 10 mesi tra il 2015 e il 2016 - e ora è riuscita a rimettere la freccia per superare, questa volta senza se e senza ma, quella tricolore.

I numeri complessivi di Madrid, a dire il vero, sono ancora in chiaroscuro. Anche se la direzione, lo dicono tutti gli economisti, è quella giusta e il ritmo della crescita è decisamente superiore a quello dell'Italia. Il costo del lavoro in Spagna è sceso dal 2010 del 4,3% mentre nel Belpaese è salito del 3.9%. La salute delle banche iberiche è molto migliore di quelle italiane, mentre la crescita del debito pubblico, che si è impennato dal 35% del Pil del 2007 al 100% del 2014 si è arrestata e ora il rapporto è tornato due cifre.

Lo spread, il termometro dello stato di salute più credibile nella Ue, ha certificato il sorpasso di Madrid su Roma già dal 2016, quando la forbice tra Bonos e Bund è scesa sotto il livello di quella tra i Btp e i titoli di stato tedeschi. Il divario oggi è ampio, con l'Italia a quota 119 e la Spagna a 69. Le leggi dell'economia sono però uguali per tutti. E la remuntada spagnola soffre degli stessi problemi (anche se è meno anemica) di quella di casa nostra. Il Prodotto interno lordo è tornato ai livelli pre-crisi, ma il lavoro latita e gli stipendi sono rimasti sotto pressione, come se la tempesta non fosse passata.

I salari aggregati sono inferiori di 30 miliardi a quelli di dieci anni da, il tasso di disoccupazione è al 16,5%, meglio del 22% del 2014 ma un dato comunque da brividi. Il saldo comunque, a giudicare dalle urne, è positivo visto che il governo Rajoy è l'unico tra quelli che hanno gestito l'austerity degli ultimi anni a essere stato riconfermato dagli elettori senza pagare il conto dei tagli in occasione delle elezioni.