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Le Fondazioni bancarie fanno il pieno di utili

I bilanci 2017 mostrano diffusi miglioramenti e il ritorno in utile dell’ente lombardo, dopo il pareggio raggiunto da Siena nel 2016. I fondi destinati ai territori restano però lontani da quelli degli anni d’oro
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Più patrimonio e ancor più utili (per quanto essendo enti no profit preferiscono chiamarli più pudicamente “avanzo di gestione»); qualche volta un po’ meno erogazioni. Per le Fondazioni bancarie il 2017 è stato un anno quasi sempre da incorniciare, spesso al top da dieci anni a questa parte. I dati, ancora parziali ma ormai significativi del sistema, parlano chiaro: le Fondazioni già arrivate all’appuntamento con il bilancio hanno realizzato tutte insieme poco meno di un miliardo di utile netto (990,87 milioni), in crescita del 120% rispetto al 2016. Le stime degli analisti, a marzo scorso, parlavano di un risultato cumulato per le 88 Fondazioni bancarie in rialzo dell’80%. In totale si arriva a un miliardo e mezzo di utili (a fronte di erogazioni stabili).

Le conferme che stanno arrivando in questi giorni vanno in quella direzione. Del resto, sono già un paio di anni che persino la Fondazione Monte dei Pasc…
Più patrimonio e ancor più utili (per quanto essendo enti no profit preferiscono chiamarli più pudicamente “avanzo di gestione»); qualche volta un po’ meno erogazioni. Per le Fondazioni bancarie il 2017 è stato un anno quasi sempre da incorniciare, spesso al top da dieci anni a questa parte. I dati, ancora parziali ma ormai significativi del sistema, parlano chiaro: le Fondazioni già arrivate all’appuntamento con il bilancio hanno realizzato tutte insieme poco meno di un miliardo di utile netto (990,87 milioni), in crescita del 120% rispetto al 2016. Le stime degli analisti, a marzo scorso, parlavano di un risultato cumulato per le 88 Fondazioni bancarie in rialzo dell’80%. In totale si arriva a un miliardo e mezzo di utili (a fronte di erogazioni stabili).

Le conferme che stanno arrivando in questi giorni vanno in quella direzione. Del resto, sono già un paio di anni che persino la Fondazione Monte dei Paschi di Siena chiude con un risultato positivo, anche se quasi solo simbolico (5,5 milioni di utile) mentre la Fondazione Cariplo ha invertito la direzione di marcia (facendo la differenza, anche a livello di settore) passando da un rosso di 30 milioni nel 2016 ad un utile di 403. L’ente guidato da Giuseppe Guzzetti - che resterà in carica fino all’approvazione del bilancio del 2018 e alla guida anche dell’Acri fino alla primavera 2019 - ha ritrovato l’orgoglio dei primati sia come redditività sia come patrimonio (è in vetta alle classifiche su entrambi i valori) dopo aver assorbito agevolmente gli 80 milioni di svalutazioni per il Fondo Atlante. La partecipazione nella struttura falcidiata dall’investimento nelle due banche venete andate in liquidazione (la parte sana l’ha rilevata per un euro Intesa Sanpaolo) è costata svalutazioni per 60,6 milioni anche alla Compagnia di San Paolo (che senza questa voce avrebbe avuto un avanzo di gestione di 313,7 milioni, in crescita del 9% rispetto alla voce riclassificata del 2016) mentre per la Fondazione Crt il conto finale della quota in Atlante è stato pari a 39,9 milioni di rettifiche di valore su un investimento complessivo di 50. 

Risultati con il turbo
In generale però l’andamento positivo dei mercati e la generale buona gestione degli attivi (per Cariplo ad esempio la gestione finanziaria ha reso il 6,95%) ha permesso di mettere il turbo ai risultati: a livello di sistema, le stime a parità di costi parlano di un rendimento complessivo del patrimonio superiore al 5%. Stabile, invece la destinazione degli investimenti che perseguono gli stessi fini delle Fondazioni - cioè l’utilità sociale e la promozione e sviluppo economico - che nel 2017 si dovrebbero assestare complessivamente intorno ai 4,5 miliardi, pari grosso modo all’11% del patrimonio complessivo delle Fondazioni bancarie. 

I conti definitivi saranno disponibili più avanti, ma le linee di tendenza sembrano confermate da questa prima tornata di risultati. Compresa un’altra tendenza, che ha aiutato a far cassa e plusvalenze: l’alleggerimento delle partecipazioni. Fino a qualche tempo fa era più difficile cedere quote azionarie, l’andamento dei mercati nel 2017 ha aiutato il dimagrimento (chiesto anche dal regolatore). Così ad esempio la Compagnia di San Paolo ha venduto azioni di Intesa realizzando un incasso di 740 milioni, con una plusvalenza contabile di 140. Attualmente la Compagnia ha in pancia il 7,64% del capitale ordinario della banca conferitaria, che ormai pesa per 45,9% del portafoglio complessivo della Fondazione (era circa il 53% l’anno prima). Una partecipazioni importante ma anche ricca: il total return del titolo (andamento in Borsa più dividendo) è stato pari al 21,8% nel 2017. La stessa banca ha garantito ricchi dividendi anche alla Fondazione Cariplo, che in bilancio ha una plusvalenza latente sul pacchetto Intesa di 350 milioni sulla partecipazione pari al 4,836% (ad oggi la plus latente è già salita a circa 630 milioni). La Fondazione di Guzzetti non ha toccato la quota, mentre la Fondazione di Padova e Rovigo attualmente ha un pacchetto pari al 2,11% di Intesa, rispetto al 3,24% di fine 2016.

Vendite
Anche Fondazione Crt ha venduto partecipazioni. Ad esempio ha dimezzato la quota in Mediobanca (pari allo 0,25% a fine 2017) e complessivamente sugli investimenti finanziari ha una plusvalenza latente di circa 500 milioni (su un totale di 3,2 miliardi di asset a valore di mercato). Ma ovviamente per Torino la “nota dolente” per il 2017 si chiama Unicredit. Nel corso dell’esercizio la Fondazione ha limato la partecipazione (dal 2,34% all’attuale 1,65%) contabilizzando una minus pari a 7,6 milioni, e inoltre ha sborsato oltre 200 milioni per partecipare all’aumento di capitale. 

Nessuna vendita di azioni Unicredit invece per Fondazione Cariverona, che ha mantenuto la quota dell’1,8% e partecipato all’aumento con un investimento di 213 milioni. Altri 250 sono serviti per svalutare la quota, avvicinando il valore di carico a quello di mercato. A chiusura di bilancio tuttavia la minus latente è ancora intorno ai 350 milioni (anche se nella prima parte del 2018 le cose sono migliorate). Insieme alle svalutazioni su alcune partecipazioni immobiliari, questo aiuta a spiegare come mai l’utile di Cariverona, pur quasi raddoppiato rispetto al 2016, continua ad essere poco soddisfacente: 17,6 milioni di avanzo, su un patrimonio di 1,8 miliardi. Nota positiva (insieme alle plusvalenze latenti su doBank e su Cattolica) gli attivi della Fondazione sono cresciuti di circa 100 milioni. Attualmente la quota Unicredit pesa per un terzo degli attivi (a prezzi di mercato). Non è escluso che in un futuro prossimo ma non immediato questo valore possa ridursi. 

Caduto il tabù
Di sicuro è caduto il tabù relativo ad un alleggerimento delle quote; non è detto che questo avvenga in tempi rapidi e in misura traumatica, ma se i prezzi di Borsa dovessero aiutare ci si può ragionare sopra. 
Ma il mondo Fondazioni è anche - e forse soprattutto - erogazioni. E sotto questo profilo gli incrementi ci sono - ma non in tutti i casi - e comunque hanno tassi di crescita più contenuti rispetto al boom degli utili. Un paio di elementi contribuiscono a spiegare questa tendenza: uno legato alla congiuntura e uno contabile. Sotto il primo aspetto, infatti, le Fondazioni hanno in molti casi preferito rimpinguare i Fondi di stabilizzazione per le erogazioni, da cui erano stati attinti i mezzi per pagare i vari interventi negli anni difficili (ad esempio Cariplo ha raddoppiato la dotazione di questo fondo, portandolo a 225 milioni), preferendo mettere fieno in cascina in questo anno molto positivo. La ragione contabile invece risiede nel diverso modo di calcolo, ormai a consuntivo: semplificando un po’, significa che gli effetti positivi di questi bilanci si vedranno appieno l’anno prossimo.
In generale poi le Fondazioni stanno adottando criteri che puntano alla stabilizzazione delle erogazioni, con obiettivi di lungo termine: ad esempio Cariplo punta a 150 milioni l’anno, Cariverona a 40. In entrambi i casi le erogazioni sono state inferiori a quelle dell’anno precedente, ma superiori al target obiettivo.