La svolta di Piombino, una lezione anche per l’acciaio di Taranto
Marco Patucchi , di MARCO PATUCCHIIl gruppo indiano Jindal, uno dei colossi mondiali della siderurgia, pronto a far ripartire la storia della fabbrica con un piano che prova a risolvere il conflitto tra due interessi sacrosanti, lavoro e salute
"La mia generazione è nata con i finti tramonti dell'acciaieria, dispensati ad ogni ora del giorno, ben dopo il crepuscolo, persino a notte fonda. I tramonti della colata continua dell'acciaieria, quel residuo ferroso maleodorante ebbro di fascino antico, profumo di lavoro, sudore, lotte operaie, sentore di contestazioni e scioperi, licenziamenti ingiusti, fatica per andare avanti e sognare". Lo scrittore Gordiano Lupi conosce bene Piombino. Nelle sue parole c'è come una nostalgia per la città nella città, la fabbrica siderurgica ultima erede di una tradizione industriale ultracentenaria nata con la Ferriera Perseveranza, che nel 1866 impiegava settanta detenuti del carcere locale, passata attraverso tanti proprietari, Stato compreso, poi la privatizzazione del 1992 con i 38 giorni di sciopero per scongiurare la chiusura dell'altoforno, l'era di Lucchini, quella dei russi di Severstal.
Il lungo declino che si pensava di risolv…
Il lungo declino che si pensava di risolv…
"La mia generazione è nata con i finti tramonti dell'acciaieria, dispensati ad ogni ora del giorno, ben dopo il crepuscolo, persino a notte fonda. I tramonti della colata continua dell'acciaieria, quel residuo ferroso maleodorante ebbro di fascino antico, profumo di lavoro, sudore, lotte operaie, sentore di contestazioni e scioperi, licenziamenti ingiusti, fatica per andare avanti e sognare". Lo scrittore Gordiano Lupi conosce bene Piombino. Nelle sue parole c'è come una nostalgia per la città nella città, la fabbrica siderurgica ultima erede di una tradizione industriale ultracentenaria nata con la Ferriera Perseveranza, che nel 1866 impiegava settanta detenuti del carcere locale, passata attraverso tanti proprietari, Stato compreso, poi la privatizzazione del 1992 con i 38 giorni di sciopero per scongiurare la chiusura dell'altoforno, l'era di Lucchini, quella dei russi di Severstal.
Il lungo declino che si pensava di risolvere con la scommessa del tycoon algerino Issad Rebrab che ha passato la mano dopo quattro anni di promesse disattese e di laminatoi praticamente fermi. L'accordo firmato con il gruppo indiano Jindal, uno dei colossi mondiali della siderurgia, può far ripartire la storia dell'acciaio di Piombino e, soprattutto, restituire un futuro di speranza per i duemila operai (erano quasi ottomila negli anni d'oro dello stabilimento) che ogni giorno varcano i cancelli della fabbrica solo grazie agli ammortizzatori sociali.
La svolta, oltretutto, insegna qualcosa anche alle vicende dell'altra grande capitale italiana dell'acciaio, Taranto: le dimensioni, soprattutto occupazionali, dei due stabilimenti non sono comparabili (all'Ilva in ballo c'è il lavoro di oltre 12mila operai), ma in fondo lo schema che ha portato ad una soluzione per la Aferpi di Piombino potrebbe funzionare ovunque (lo dimostrano anche i casi delle siderurgie di altri Paesi europei). Mettere intorno al tavolo governo, sindacati, amministrazioni locali e un gruppo internazionale con la giusta competenza di settore (Rebrab, ricordiamolo, veniva invece dall'agroindustriale) per provare a risolvere il conflitto tra due interessi sacrosanti, lavoro e salute, senza costringere l'Italia a rinunciare ad una siderurgia nazionale (il paradosso è che mentre Ilva e Aferpi arrancano, il Paese è importatore netto di acciaio).
Perché i tramonti evocati da Lupi erano il simbolo dell'altoforno, ovvero della tecnologia che inquina di più e che Jindal aveva inizialmente pensato di utilizzare anche a Piombino. Il piano industriale definitivo, poi, ha sostituito la riaccensione dell'altoforno con due forni elettrici che produrranno, a regime, circa tre milioni di tonnellate di acciaio annui e alimenteranno quattro laminatoi (i tre attuali più uno nuovo dedicato ai prodotti piani), garantendo il posto di lavoro a non meno di 1500 caschi gialli.
Ecco, calando questo schema sulla realtà dell'Ilva di Taranto si intravede un possibile percorso: in fondo, Jindal sta a ArcelorMittal (il gruppo indoeuropeo in pista per l'impianto di Taranto), come il Cotone, storico quartiere operaio a ridosso dell'acciaieria di Piombino, sta a Tamburi, la borgata dei veleni di Taranto. Sono gli stessi anche i sindacati, mentre sul fronte politico lo scenario cambia: a Piombino, anche se in extremis, la quadratura del cerchio l'ha trovata il governo uscente mentre per l'Ilva il ministro Carlo Calenda ha passato la mano al futuro esecutivo che, se sarà targato anche M5S, potrebbe addirittura ragionare sulla chiusura della fabbrica. Una soluzione definitiva, certo, per l'ambiente, ma qualcuno dovrà spiegare a dodicimila famiglie che non esiste una terza via per salvare occupazione e salute.
Il lungo declino che si pensava di risolvere con la scommessa del tycoon algerino Issad Rebrab che ha passato la mano dopo quattro anni di promesse disattese e di laminatoi praticamente fermi. L'accordo firmato con il gruppo indiano Jindal, uno dei colossi mondiali della siderurgia, può far ripartire la storia dell'acciaio di Piombino e, soprattutto, restituire un futuro di speranza per i duemila operai (erano quasi ottomila negli anni d'oro dello stabilimento) che ogni giorno varcano i cancelli della fabbrica solo grazie agli ammortizzatori sociali.
La svolta, oltretutto, insegna qualcosa anche alle vicende dell'altra grande capitale italiana dell'acciaio, Taranto: le dimensioni, soprattutto occupazionali, dei due stabilimenti non sono comparabili (all'Ilva in ballo c'è il lavoro di oltre 12mila operai), ma in fondo lo schema che ha portato ad una soluzione per la Aferpi di Piombino potrebbe funzionare ovunque (lo dimostrano anche i casi delle siderurgie di altri Paesi europei). Mettere intorno al tavolo governo, sindacati, amministrazioni locali e un gruppo internazionale con la giusta competenza di settore (Rebrab, ricordiamolo, veniva invece dall'agroindustriale) per provare a risolvere il conflitto tra due interessi sacrosanti, lavoro e salute, senza costringere l'Italia a rinunciare ad una siderurgia nazionale (il paradosso è che mentre Ilva e Aferpi arrancano, il Paese è importatore netto di acciaio).
Perché i tramonti evocati da Lupi erano il simbolo dell'altoforno, ovvero della tecnologia che inquina di più e che Jindal aveva inizialmente pensato di utilizzare anche a Piombino. Il piano industriale definitivo, poi, ha sostituito la riaccensione dell'altoforno con due forni elettrici che produrranno, a regime, circa tre milioni di tonnellate di acciaio annui e alimenteranno quattro laminatoi (i tre attuali più uno nuovo dedicato ai prodotti piani), garantendo il posto di lavoro a non meno di 1500 caschi gialli.
Ecco, calando questo schema sulla realtà dell'Ilva di Taranto si intravede un possibile percorso: in fondo, Jindal sta a ArcelorMittal (il gruppo indoeuropeo in pista per l'impianto di Taranto), come il Cotone, storico quartiere operaio a ridosso dell'acciaieria di Piombino, sta a Tamburi, la borgata dei veleni di Taranto. Sono gli stessi anche i sindacati, mentre sul fronte politico lo scenario cambia: a Piombino, anche se in extremis, la quadratura del cerchio l'ha trovata il governo uscente mentre per l'Ilva il ministro Carlo Calenda ha passato la mano al futuro esecutivo che, se sarà targato anche M5S, potrebbe addirittura ragionare sulla chiusura della fabbrica. Una soluzione definitiva, certo, per l'ambiente, ma qualcuno dovrà spiegare a dodicimila famiglie che non esiste una terza via per salvare occupazione e salute.