Economia

Arianna Vulpiani, la scoperta degli orti grazie alla celiachia

Donne impresa 93. Romana, classe 1977, dopo gli inizi come impiegata e consulente aziendale ha scelto di cambiare in seguito alal diagnosi della malattia. Così è nata Biofarm orto, azienda agricola di prodotti biologici. E avverte: "I cibi a basso prezzo sono un'illusione. O paga l'ambiente o paga la nostra salute"

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Legge alla voce celiachia: malattia genetica, autoimmune, cronica, invalidante. E pensa a un’impresa che puntando sulla natura e sui prodotti della terra ribalti tutto ciò per trasformare una diagnosi infausta in una esaltante avventura nel mondo del cibo sano. È stato così che Arianna Vulpiani, romana, classe 1977, con un diploma di ragioniera e il sogno di laurearsi in Economia, ha creato Biofarm orto, dirottando il suo obiettivo professionale su un’azienda agricola. Il progetto è partito un anno fa a Roma, in via Tiberina, su un terreno di quattro ettari a un chilometro dal Raccordo, all’uscita della via Flaminia, che è stato suddiviso in tanti piccoli orti, 120, tutti uguali, recintati da fili di canapa e canne di bambù. Coltivazione di ortaggi biologici certificati Icea, tutto ciò di cui può aver bisogno una famiglia stagione per stagione, dalla cipolla all’aglio, a ogni tipo di verdura adatta ai periodi dell’anno.

A ciascuno il suo orto. L’hanno ribattezzata la share economy dell’agricoltura. “Gli orti sono stati adottati – spiega l’imprenditrice – mi piace molto questo termine più che noleggiati. Noi coltiviamo e gli ortisti raccolgono”.

Quattro dipendenti e tre consulenti agronomi formano lo staff di Arianna Vulpiani. “Al cliente, spesso una famiglia, costa 100 euro al mese. Io ci vivo bene. Sono all’inizio, ho tutto l’avviamento da ammortizzare. Il mio progetto grande è diventare un punto di riferimento alimentare. Per gli ortaggi da piantare faccio riferimento a una precisa tabella nutrizionale. Sul cibo sano c’è tanto già in campo, ma il mio business è non avere intermediari, sono il produttore e metto la mia etica, dalle mie mani alle loro mani, il centimetro zero. La condizione è che devono raccogliere gli ortaggi, perché questo ha portato molta differenza. Se vogliono un aiuto, volentieri, ma qui sta il bello. Le prime volte lo facciamo insieme, sono il loro tutor, e sono tutti molto felici. I miei dipendenti si occupano della coltivazione bio, irrigano, eseguono i lavori agricoli, l’agronomo controlla lo stato di salute, facciamo l’analisi del terreno, e tra tutti i protagonisti si stabiliscono rapporti positivi, siamo una comunità di amici, davvero tanti”.

Il progetto è nato per mangiar sano, per instaurare un contatto con la natura e tenere un filo diretto vero tra produttore e consumatore. “Sono riuscita a coinvolgerli. A Roma ho molti fan, ci sono professionisti, avvocati, medici, direttori di banca. Mangiano tutti i prodotti di stagione. Da quando ho inserito anche un piccolo allevamento di gallinelle ovaiole, vengono a prendere anche le uova. Ho costruito un armadio dove la gallina depone l’uovo con uno sportello esterno in lieve pendìo e anche i bambini possono prenderle. È bello anche quello che avviene con i piccoli, prima non mangiavano ortaggi, ora fanno le coccole alle gallinelle”. Il miele, il polline e i propoli vengono dal Monte Soratte dove ha portato le arnie. Le api sono lì e forniscono tutti i prodotti dell’alveare.

Fino al 2013 la routine di Arianna Vulpiani aveva tutt’altra piega. A Passo Corese, dove abita, l’ultimo paese del Reatino, a un’ora da Rieti e a venti minuti da Roma, ci viveva con il papà Alessandro, agente di commercio, con la mamma Vanda, casalinga e figlia di agricoltori, un fratello Daniele, più piccolo di due anni.

“Preso il diploma mi sono iscritta a Economia e commercio, ma purtroppo ho mollato due anni dopo e mi dispiace perché la mia idea all’inizio era laurearmi e intraprendere un’attività di tipo economico. Sono andata a lavorare come impiegata nell’ufficio amministrativo alla Bricofer di Roma, un’azienda in crescita, dinamica, assieme a molti colleghi, appassionata di questo lavoro, con un contratto a tempo indeterminato. Lavoravo anche 10 ore, posso dire di essere una stakanovista, avevo trovato un ambiente perfetto che mi ha totalmente assorbito”.

Ci rimane quasi sei anni e nel frattempo matura la decisione di diventare consulente aziendale. Apre una partita Iva e con il suo bagaglio di esperienza di gare e contratti abbraccia la libera professione. “Mi sono avvicinata al settore edile e gestivo per le aziende gli aspetti contrattuali delle gare d’appalto. Sono riuscita portare il mio know how anche in imprese piccole che non avevano tanta formazione, e questo mi piaceva molto”.

La celiachia si presenta nella sua forma più subdola. “Stavo male, avevo reazioni allergiche improvvise: mi sono dovuta fermare per tanto tempo, e non sapevo di essere malata. Mi sono sposata nel 2007, ma non ho avuto figli. Non si riusciva a capire cosa avessi. Mi dicevano che ero stressata, la vita di un consulente è dura, non ci sono sabati né domeniche, sempre a disposizione. Mentre di solito sono un vulcano, quando arrivavano le crisi sono stata spesso costretta a rivolgermi al pronto soccorso in preda a choc anafilattici. Finché una dottoressa, Rossella Filippetti, dermatologa e allergologa dell’ospedale romano San Camillo, mi ha salvato la vita. In dieci giorni sono arrivate le risposte all’esame del sangue e la sua diagnosi. Non era la vita che facevo la causa dei problemi, non era lo stress, ma era il cibo che ingerivo fin dalla nascita a farmi male”.

In quel periodo si è fatto strada in Arianna Vulpiani il progetto agricolo che per lei è stato subito una strategia di tipo alimentare. Ha cominciato a frequentare convegni sulla celiachia e sulla nutrizione, a studiare le regole di una corretta alimentazione, scoprendo un mondo che guardava al ritmo delle stagioni, al bisogno per l’organismo di assumere al momento giusto cibi ricchi di alcune vitamine e non di altre, imparando che natura e corpo umano viaggiano in sincronia.  

Il dna dell’agricoltura le è stato trasmesso dal nonno materno, Lorenzo, proprietario di un’azienda in Sabina, nel borgo antico di Toffia, dove si produce l’olio extravergine e si allevano animali da cortile.
“Mi dicevano che ero fortunata, beata te Arianna, beata te. Questo mi ha determinata a mettere a punto il progetto. Faticoso. L’agricoltura non è uno scherzo soprattutto in questo periodo con il clima impazzito, ma sono contenta e soddisfatta delle conferme che dall’anno scorso mi sono arrivate da tutti i miei ortisti. Replicherò il format imprenditoriale in altre zone di Roma, perché ho tantissime richieste, poi l’obiettivo sarà far partire una rete di franchising per tutta Italia, partendo da Milano, Firenze e Bologna con una particolare formula. Sto studiando il piano ma voglio esserci io, so molto sul franchising e so che bisogna strutturarsi in un determinato modo e l’agricoltura che pratico io non è semplice. Non è solo questione di farsi pagare il canone. Sto già valutando su quali appezzamenti di terra far nascere i nuovi Biofarm orto. Non voglio terreno già coltivato, deve avere acqua, essere vicino al centro, raggiungibile e le analisi del suolo devono risultare idonee alla coltivazione”.

L’imprenditrice ora sta bene, “né vegana né vegetariana, cerco di stare attenta, di far ruotare gli alimenti. Solo farina e cereali mi sono proibiti, non mangio troppi grassi e formaggio, cerco di non mettere la digestione in affanno. Dalla sera alla mattina la mia vita è cambiata. Ma continuo a fare molto sport, sono un’ex velocista di atletica leggera, ho gareggiato, sono arrivata sesta ai campionati italiani dei 100 metri: per me lo sport è fondamentale. Vado in bici, nuoto, sto all’aria aperta, amo i cani, ho un pastore tedesco, mi piace cucinare tutto quello che non posso mangiare fuori, non è facile trovare buon cibo senza glutine al ristorante. Ho viaggiato parecchio, ho passato tre mesi in Africa, in Senegal. Sono partita in macchina da Roma, a Barcellona mi sono imbracata sul traghetto fino a Tangeri, ho attraversato il Marocco e sono arrivata a Dakar, in tutto ci sono voluti 13 giorni. E poiché sono curiosa, mi sono immersa negli usi e costumi di una famiglia senegalese. Ho visitato anche Sud Africa, Zimbabwe, Egitto e Dubai. Mi piace la loro cultura e mi interessa vedere come si vive laggiù”.

Per l’imprenditrice romana e il suo percorso lavorativo, l’appartenere a Confagricoltura è stata fondamentale. Si è associata fin dal principio e ha trovato aiuto e stimoli. “L’agricoltura ha altre leggi, non è facile trovare consulenti fiscali, ci sono bandi europei e opportunità da cogliere ma si ha bisogno del supporto di esperti, e l’associazione di settore ha creduto tantissimo nella mia idea”. È diventata più tardi consigliere dell’associazione, continua a studiare i progetti e il modo di mandarli avanti sostenendo i nuovi imprenditori che si vogliono avvicinare all’agricoltura. “Tanti vogliono cimentarsi, le donne sono quelle che danno più soddisfazione perché sta cambiando la cultura di un lavoro che prima era considerato prettamente maschile: si mettono in campo, salgono sui trattori, scelgono le specie e le qualità di prodotti da coltivare secondo criteri moderni e più avanzati. Così pure i giovani, che studiano, ricercano, magari riscoprono un pomodoro o un cavolo che non si vedevano da 30 anni, diversificano le varietà”.

La dottoressa Filippetti le ha detto: sei la mia più grande soddisfazione, hai trovato la forza per ripartire, dalla tua malattia hai creato un’attività. “Quello che raccomando sempre a tutti è che bisogna imparare a leggere le etichette sui cibi, la composizione degli alimenti e la loro provenienza, portare un po’ di cultura tra i consumatori, avere gli occhi aperti, capire cosa mangiamo. Un cibo a basso prezzo è un’illusione, non esiste, perché o lo paga l’ambiente o lo paga la nostra salute”.