✕

Trema la base di Salvini nel Nord produttivo

Preoccupazione tra imprenditori, artigiani, commercianti per gli scossoni legati alla formazione del governo e le sparate antieuropee. E Berlusconi insiste per non lasciare ai 5 Stelle i ministeri chiave dell'economia
3 minuti di lettura
"Non giudico le sparate di Lega e Cinque Stelle. Siamo ancora in pieno carosello elettorale. Ma se e quando arriverà il momento di mettere le mani sul volante, o Salvini e Di Maio capiscono che il contesto europeo è irrinunciabile oppure le imprese del Veneto prendono e vanno via. Arrivederci e grazie". Luciano Vescovi, 55 anni, imprenditore edile, è il presidente della Confindustria di Vicenza, dopo Milano e Torino la provincia più "industriale" d'Italia: 18 miliardi di export, 9 di importazioni. La differenza tra i due valori è il contributo di Vicenza al Pil italiano.

C'è inquietudine, tra gli imprenditori del Nord Est, più di quanto sia emerso dal palco dell'assemblea di Confindustria. I veneti, i lombardi, gli emiliani si sentono in testa al convoglio dell'economia in faticosa transizione verso lidi più tranquilli, ma avvertono gli scossoni dello scontro istituzionale, percepiscono i risc…
"Non giudico le sparate di Lega e Cinque Stelle. Siamo ancora in pieno carosello elettorale. Ma se e quando arriverà il momento di mettere le mani sul volante, o Salvini e Di Maio capiscono che il contesto europeo è irrinunciabile oppure le imprese del Veneto prendono e vanno via. Arrivederci e grazie". Luciano Vescovi, 55 anni, imprenditore edile, è il presidente della Confindustria di Vicenza, dopo Milano e Torino la provincia più "industriale" d'Italia: 18 miliardi di export, 9 di importazioni. La differenza tra i due valori è il contributo di Vicenza al Pil italiano.

C'è inquietudine, tra gli imprenditori del Nord Est, più di quanto sia emerso dal palco dell'assemblea di Confindustria. I veneti, i lombardi, gli emiliani si sentono in testa al convoglio dell'economia in faticosa transizione verso lidi più tranquilli, ma avvertono gli scossoni dello scontro istituzionale, percepiscono i rischi di un programma che giudicano pericoloso, temono un altro deragliamento. Vescovi, che ha un ruolo istituzionale, lo dice senza mezzi termini: "Ci sono tre punti che teniamo d'occhio con apprensione: l'articolo 18, le grandi infrastrutture, l'Ilva. Se qualcuno pensa, riguardo alle leggi sul lavoro, di tornare al passato; se si vogliono bloccare le opere di cui il mondo produttivo ha bisogno; se pensano di chiudere l'Ilva trasformandola in una Gardaland da avanspettacolo... ecco allora le imprese ci metteranno davvero poco a emigrare nei Paesi dove è ancora consentito lavorare. Il mercato globale non ci consente di giocare: o il Paese si dà la disciplina che le sue precarie condizioni di salute richiedono, oppure...".

Suona come un ultimatum, arriva dall'area del Paese più attenta al contesto internazionale e dal bacino elettorale della Lega. Non può sfuggire alle antenne di Matteo Salvini, allertate dai suoi dirigenti locali, dagli imprenditori più vicini al Carroccio e finanche da Silvio Berlusconi, con il quale i contatti sono frequenti. Quello che il mondo produttivo del Nord chiede a Salvini è di non lasciare in mano ai Cinque Stelle i ministeri chiave dell'economia. Berlusconi, oltre al dicastero di via XX Settembre, avrebbe indicato al segretario della Lega espressamente le Infrastrutture (che negli ultimi schemini sono passate in area leghista) e lo Sviluppo Economico, che sarebbe viceversa pentastellato e avrebbe come titolare Di Maio in persona. Ma se i caldi suggerimenti di Berlusconi sono sospetti di interesse privato, per Salvini è più difficile ignorare il pressing che arriva dalle sue terre.

"Ciò di cui abbiamo bisogno è la continuità - dice Bruno Zago, imprenditore della Pro Gest, provincia di Treviso: carta, cartone e imballaggi, un migliaio di dipendenti - Nella Prima Repubblica i governi cambiavano di frequente, ma in realtà cambiava poco, erano sempre gli stessi. Negli ultimi anni cambiano i governi e cambiano i governanti, le idee, i programmi. Senza stabilità non c'è crescita, senza crescita non c'è ricchezza per il Paese". Abolizione della Fornero e del Jobs act, flat tax, reddito di cittadinanza? "Chi ha fatto la legge Fornero intendeva tagliare la spesa pubblica. E certo, se la pressione fiscale si riduce è cosa buona per tutti. È pure possibile che diminuendo le aliquote ci sia più gente che le tasse le paga... Ma - si chiede Zago - abbiamo il tempo necessario? E, con uno Stato così indebitato, abbiamo le risorse che servono per finanziare tutti quei progetti? Aspettiamo i fatti, ma se devo fare una previsione mi sembra che le due forze che si preparano a governare abbiano idee diverse e che difficilmente avranno la forza e le risorse per mantenere le promesse". E ancora Remo Pedon, imprenditore alimentare (cereali, legumi, semi) della provincia di Vicenza: "Se smontiamo tutto, Fornero, Jobs Act, infrastrutture, come possiamo guardare avanti con fiducia? Qui in Veneto viviamo di esportazioni, abbiamo bisogno che chi governa metta al centro della sua azione le politiche industriali. Ma di politiche industriali negli ultimi tre mesi nessuno ha parlato".

L'inquietudine è uscita allo scoperto e se gli ammonimenti del presidente di Confindustria possono essere liquidati - secondo prassi, nella stagione del populismo vincente - come colpi di coda dell'establishment, per Salvini è più difficile snobbare le voci della sua "constituency". Non solo i piccoli e medi imprenditori di Lombardia, Emilia e Veneto, ma perfino la "base" leghista di artigiani, commercianti, professionisti. Gli squilli di tromba ad ogni uscita del "Capitano" occultano una realtà più complessa (non è un caso se i governatori, soprattutto Zaia, esternano con il contagocce): l'alleanza con il M5S, quelli del reddito di cittadinanza, è già difficile da digerire. Bisogna perlomeno evitare che il gioco dei proclami e dei veti incrociati finisca per bloccare la ripresa, frenare i fatturati, incidere sui portafogli.