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Europa, il fantasma dell’Italexit

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Ora per ora, la drammatica ma documentata simulazione del ritorno alla lira: la Borsa chiusa, i canali finanziari internazionali bloccati, il default sul debito pubblico, gli inevitabili aggravi fiscali
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Non esiste costruzione umana o sociale che sia irreversibile. Non è irreversibile la partecipazione all’Ue come dimostra la Brexit, né sono irreversibili i trattati internazionali come quello con l’Iran sul nucleare. Non sono irreversibili gli Stati nazionali, come vorrebbero gli indipendentisti catalani. E non è irreversibile l’euro, anche se poi è da verificare se il suo abbandono più o meno voluto sia un atto di progresso o di regressione. Esibire una sorta di manuale delle istruzioni per gestirne le conseguenze, il famigerato “piano B”, è solo un modo per esorcizzare la paura del salto nel vuoto che ne deriverebbe.

Al di là dei prevedibilissimi effetti finanziari, nessuno infatti sa cosa succederebbe al tessuto sociale e politico del paese il giorno dopo l’uscita. Sarebbe la prima volta nella storia recente che un paese avanzato fallisce e si isola dai mercati finanziari internazionali. Anche la …
Non esiste costruzione umana o sociale che sia irreversibile. Non è irreversibile la partecipazione all’Ue come dimostra la Brexit, né sono irreversibili i trattati internazionali come quello con l’Iran sul nucleare. Non sono irreversibili gli Stati nazionali, come vorrebbero gli indipendentisti catalani. E non è irreversibile l’euro, anche se poi è da verificare se il suo abbandono più o meno voluto sia un atto di progresso o di regressione. Esibire una sorta di manuale delle istruzioni per gestirne le conseguenze, il famigerato “piano B”, è solo un modo per esorcizzare la paura del salto nel vuoto che ne deriverebbe.

Al di là dei prevedibilissimi effetti finanziari, nessuno infatti sa cosa succederebbe al tessuto sociale e politico del paese il giorno dopo l’uscita. Sarebbe la prima volta nella storia recente che un paese avanzato fallisce e si isola dai mercati finanziari internazionali. Anche la struttura demografica non è quella di un paese emergente ed è difficile immaginare che la stessa democrazia possa sopravvivere nelle forme a cui noi oggi siamo abituati, se dovesse saltare il sistema di welfare e la sanità pubblica. Soprattutto, se tale scelta viene effettuata nottetempo, deliberatamente, costruendo le condizioni perché ciò accada e provocando l’episodio, la causa di forza maggiore, che la rende ineluttabile. Perchè, con il debito pubblico che ha l’Italia e nelle condizioni in cui è il sistema bancario europeo ed italiano, non è necessario firmare un atto unilaterale di uscita dall’euro per provocarne la disgregazione. Basta puntare alla tempia delle persone sbagliate la pistola della irresponsabilità fiscale, causare un abbassamento del rating del debito italiano e rendere impossibile alla Banca Centrale Europea acquistare i titoli di Stato attraverso le normali procedure, che poi ci pensano i mercati a rendere il processo di uscita irreversibile.


Il ritorno alla lira

La prima e più naturale delle domande che possiamo porci è di quanto gli italiani si impoverirebbero rispetto ad oggi, avendo come unità di misura la svalutazione della nuova lira rispetto all’euro. Senza considerare le conseguenze di un’inevitabile default sul debito pubblico, l’esclusione dall’Unione europea e la chiusura dei mercati di capitale, prendiamo come parametro di riferimento molto ottimistico la crisi del 1992. Nel giro di pochi mesi il cambio lira-marco perse il 30 per cento. Il massimo fu raggiunto nel marzo del 1995, con il marco a 1.274 lire( una perdita di potere d’acquisto del 40 percento rispetto all’11 settembre 1992). Negli anni successivi la messa in ordine dei conti pubblici e la sconfitta dell’inflazione consentirono un parziale recupero e l’Italia aderì all’euro con un cambio di 990 lire per un marco. Con una perdita del potere d’acquisto del 22% rispetto a 7 anni prima. Al lettore decidere cosa succederà alla nuova lira e quindi al potere d’acquisto del suo stipendio o della sua pensione. Personalmente, ritengo piuttosto ottimistica anche l’ipotesi di una perdita limitata al 40 percento, per i motivi di seguito illustrati.


La ridenominazione

Uno dei motivi per cui il ritorno alla lira non è paragonabile ad una “semplice” crisi valutaria è che, ad esempio, il debito pubblico italiano andrebbe ridenominato in lire. Non è una questione di orgoglio nazionale, ma una necessità.Nessun paese può sopportare il peso di un debito così elevato denominato in valuta estera e comunque l’effetto della svalutazione della lira lo porterebbe subito a livelli insostenibili rispetto al Pil. La ridenominazione, equivalente ad un default, porterebbe con sè l’aumento dei tassi d’interesse e allora non rimarrebbe che la doppia opzione di eliminarne una parte subito attraverso il ripudio, lasciando alla tassa d’inflazione il compito di mangiarsi la parte residua che rimarrebbe in mano agli italiani. Anche il ripudio andrebbe deciso nottetempo, per evitare inarrestabili fughe di capitale. Quanto potrebbe essere necessario tagliare? Dovendo contare esclusivamente sulla capacità di risparmio degli italiani, un punto di riferimento potrebbe essere il parametro del 60% del debito/Pil elaborato, guarda caso, proprio negli anni pre-euro quando non ci si poteva appoggiare sulla credibilità fiscale della Germania. Rispetto ai livelli attuali, una perdita del 50% circa al netto delle quote acquistate da Bankitalia nell’ambito del quantitative easing.

Gli aumenti dei tassi

Sarebbe sufficiente? Difficile dirlo. L’Italia riuscì ad emettere il suo primo Btp decennale nel 1991 e la cedola era del 12,5%. Prima di allora il Tesoro si finanziava solo a brevissimo termine con i Bot e solo gli investitori più arditi osavano investire in Cct. Oggi l’Italia si finanzia a tassi inferiori a quelli degli Stati Uniti e su scadenze lunghe. Le perdite per i risparmiatori e per gli intermediari finanziari causate dal ritorno al mondo pre-euro sarebbero superiori a quelle subite in seguito alla crisi Lehman, anche perchè colpirebbero un’attività considerata risk-free. Lo shock rimarrebbe impresso nella memoria di generazioni di investitori e l’Italia sarebbe costretta a pagare permanentemente un elevato premio per il rischio che renderebbe insostenibile per le aziende italiane competere nell’arena globale. L’esperienza della Grecia insegna: meglio tagliare subito e di netto il debito, che continuare a sanguinare per anni. Quindi, anche in questo caso, si potrebbe finire per rimpiangere il Fiscal Compact e la sua manica larga nel fissare i paletti di consolidamento fiscale. È evidente che un intervento radicale sul debito pubblico e la svalutazione della lira e conseguente inflazione genererebbero una enorme diseguaglianza tra chi ha diversificato il proprio portafoglio all’estero e chi no.

La tassa patrimoniale

Anche prescindendo dalle conseguenze sulle pensioni e sulla sanità, l’impoverimento della classe media rende difficilmente valutabili le conseguenze sulla vita sociale e democratica del paese. Sarebbe quindi inevitabile e in un certo senso auspicabile, una tassa patrimoniale in grado di ripartire l’onere del fallimento su tutti gli italiani, anche su coloro che non hanno più in portafogliio titoli di Stato. D’altro canto, rispetto a 20 o 30 anni fa, le informazioni a disposizione della Agenzia delle Entrate e gli accordi fiscali internazionali rendono un tale intervento facilmente realizzabile, senza doverlo limitare alle disponibilità sui conti bancari, come accadde sempre nel settembre del 1992.

La gabbia anti-collasso

In ogni caso, le autorità italiane non potranno lasciare il tempo ai capitali privati di abbandonare il paese e causare così il collasso del sistema finanziario italiano per la mancanza di liquidità. È plausibile ritenere che verrà decretata la chiusura dell’Italia ai movimenti di capitale, la sospensione delle contrattazioni in Borsa, la limitazione dei prelievi dal bancomat e questo stato di cose durerà per tutto il tempo necessario a completare la transizione dall’euro alla lira. Anche le esperienze del passato confermano che tenere aperti i mercati è impossibile. Nel settembre del 1992, proprio per cercare di fermare i movimenti di capitale in uscita, i tassi interbancari toccarono il livello del 40 per cento nell’ultima disperata difesa del cambio. Stessa cosa sta accadendo oggi in Argentina e in Turchia. Ovviamente, oggi (come allora) il sistema economico e finanziario italiano non è in grado di tollerare tassi così elevati, se non per poche settimane. Basti pensare alle famiglie che hanno contratto un mutuo indicizzato all’Euribor e che verrebbe re-indicizzato al vecchio Ribor. Al confronto, il ricordo della vicenda dei mutui in Ecu impallidirebbe.

Anche la struttura finanziaria del paese andrà probabilmente ripensata. Le perdite delle banche e delle assicurazioni italiane dovrebbero essere sterilizzate contabilmente, come peraltro già fatto nel 2012. Ma l’intervento sulle regole contabili potrebbe non essere sufficiente. Per entrambe le categorie di operatori finanziari, la sopravvivenza dipenderebbe dal comportamento dei clienti e dalla capacità di chiudere il sistema finanziario domestico in compartimenti stagni. Se, ad esempio, le banche meno solide fossero costrette ad aumentare i tassi sui conti correnti per trattenere i clienti, le perdite da contabili diventerebbero reali. Lo stesso accadrebbe se le assicurazioni dovessero subire significativi deflussi dalle vecchie polizze con bassi rendimenti garantiti. In un contesto come questo, riuscire a evitare il fallimento del sistema bancario e assicurativo sarebbe un miracolo. Più probabile assistere a una sua parziale nazionalizzazione.

Vivere la quotidianità

Infine, la produzione e circolazione delle nuove lire. E’ l’aspetto più pittoresco del ritorno alla valuta nazionale, ma non per questo meno rischioso e meno costoso. Soprattutto per il piccolo commercio, quello dei mercati rionali e dei negozietti, di chi vive con meno di 1.000 euro al mese e regola le transazioni in contanti. Tra il 1999 e il 2002, quando ci fu il passaggio dalle valute nazionali all’euro, per i 300 milioni di cittadini dei paesi interessati furono stampati in tre anni quasi 15 miliardi di banconote e coniati 52 miliardi di monete. Nei primi due mesi dell’euro, furono ritirati dalla circolazione 6 miliardi di banconote e 30 miliardi di monete. Se si ritornasse alla lira, non si avrebbe tutto questo tempo a disposizione. Gli euro sarebbero tesaurizzati e l’economia collasserebbe. Uno scenario divertente per i collezionisti, ma da incubo per l’economia di prossimità. D’altro canto, anche la conversione di tutta la moneta digitale da una valuta all’altra può avvenire, una volta preparata, in un weekend. Ma quel weekend va, appunto, preparato. Nel frattempo, cosa si fa? Ci prendimo tutti un mese di vacanza?

Eredità di sospetto

Di elementi e di spunti per evitare un salto nel buio ce ne sono a sufficienza. Un minimo di ragionevolezza ed è plausibile che la vicenda di questi giorni diventi solo un brutto ricordo per gli italiani. Ma non sarà cosi per chi la memoria la deve tenere allenata per mestiere (i tecnocrati) o per indole (i mercati). In questi anni si è discusso di riforma del fiscal compact e di unione bancaria e all’ordine del giorno ci sono forme più o meno velate di mutualizzazione dei rischi. Ebbene, se i falchi europei avevano bisogno di una scusa per togliere tali opzioni dal tavolo, qualcuno in Italia gliel’ha fornita su un piatto d’argento.