Il burrone dello spread secondo Visco
Ettore Livini , di ETTORE LIVINII rendimenti dei titoli italiani ora sono di poco superiori anche a quelli della Grecia
Il fronte dello spread, già costato carissimo nel 2011 a Silvio Berlusconi, torna - un pugno di centesimi alla volta - a scaldarsi. E inizia ad allungare la sua ombra lunga sui conti pubblici italiani. L'allarme, ovviamente, non è ancora rosso. Il differenziale tra i Btp e i Bund tedeschi è salito ieri fino a 280 punti, per chiudere a 268, ma è molto lontano dal record di 574 punti di sette anni fa che ha costretto alle dimissioni l'ex-Cav. Il segnale dei mercati (che hanno affondato dell'1,89% anche Piazza Affari, bruciando 11 miliardi di capitalizzazione) è però inequivocabile: l'Italia è di nuovo sotto esame.
Il faro degli investitori sul Belpaese si è acceso all'improvviso il 15 maggio, quando la bozza di contratto Lega-M5S - poi per fortuna rivista - ha ipotizzato la richiesta di cancellazione di 250 miliardi del debito pubblico. Da allora trovare compratori per i nostri titoli di Stato è stato se…
Il faro degli investitori sul Belpaese si è acceso all'improvviso il 15 maggio, quando la bozza di contratto Lega-M5S - poi per fortuna rivista - ha ipotizzato la richiesta di cancellazione di 250 miliardi del debito pubblico. Da allora trovare compratori per i nostri titoli di Stato è stato se…
Il fronte dello spread, già costato carissimo nel 2011 a Silvio Berlusconi, torna - un pugno di centesimi alla volta - a scaldarsi. E inizia ad allungare la sua ombra lunga sui conti pubblici italiani. L'allarme, ovviamente, non è ancora rosso. Il differenziale tra i Btp e i Bund tedeschi è salito ieri fino a 280 punti, per chiudere a 268, ma è molto lontano dal record di 574 punti di sette anni fa che ha costretto alle dimissioni l'ex-Cav. Il segnale dei mercati (che hanno affondato dell'1,89% anche Piazza Affari, bruciando 11 miliardi di capitalizzazione) è però inequivocabile: l'Italia è di nuovo sotto esame.
Il faro degli investitori sul Belpaese si è acceso all'improvviso il 15 maggio, quando la bozza di contratto Lega-M5S - poi per fortuna rivista - ha ipotizzato la richiesta di cancellazione di 250 miliardi del debito pubblico. Da allora trovare compratori per i nostri titoli di Stato è stato sempre più difficile: venti giorni fa il Btp decennale garantiva un rendimento dell'1,9%. Oggi - per riuscire a vendere lo stesso bond - l'Italia è costretta a pagare un tasso del 3,13%. Se il mercato rimanesse su questi livelli per un anno, il Tesoro vedrebbe salire di circa 5 miliardi in dodici mesi il conto per gli interessi sul debito pubblico. Un salasso che renderebbe ancor più complessa la strada dell'equilibrio dei conti pubblici per l'esecutivo gialloverde.
Le fibrillazioni di queste settimane - in attesa delle prime mosse in campo economico del governo Conte - hanno fatto precipitare le quotazioni finanziarie dell'Italia all'interno della Ue. I nostri titoli a due anni rendevano ieri sera l'1,64%, venti centesimi in più di quelli della Grecia, considerata fino ad oggi il malato più grave della Ue. Il Btp decennale due mesi fa tallonava a brevissima distanza i Bonos spagnoli, con un tasso superiore di appena 30 centesimi. Oggi la forbice tra Roma e Madrid si è allargata a 166, un distacco che non si vedeva dal 2012.
"Lo spread - ha ricordato ieri il direttore generale della Banca d'Italia, Salvatore Rossi - non è una cosa demoniaca misteriosa manovrata da pochissimi speculatori". È la fotografia della credibilità di un Paese. E la nostra non è altissima: il debito pubblico - malgrado gli "aiutini" della Bce che ha spedito i tassi sottozero - è cresciuto anche negli ultimi anni fino al record di 2.302 miliardi. La mancanza di coperture delle promesse elettorali di Lega e M5S e le loro ambiguità sull'euro preoccupano gli investitori. Chiaro il messaggio che ha lanciato il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco: "Non bisogna fare il passo più lungo della gamba, se no si finisce nel burrone".
Da fine anno, poi, l'Italia rischia di rimanere senza paracadute, complice la fine delle iniezioni di liquidità sul mercato volute da Mario Draghi per salvare l'euro. Fino a pochi mesi fa la Bce comprava fino a 10 miliardi al mese di titoli di Stato italiani. Ora - con l'avvicinarsi della fine del programma di quantitative easing - lo shopping è calato a 3,6 miliardi. A fine anno gli acquisti potrebbero smettere del tutto. E chiuso l'ombrello di Eurotower, Roma rimarrà da sola esposta ai capricci dei mercati. Le Cassandre, non a caso, sono entrate in azione. Moody's si è portata avanti mettendo sotto esame il nostro rating. Il livello di "obbligazione spazzatura", l'anticamera dell'inferno finanziario, è lontano ancora due gradini. Ma con i titoli tricolori trattati peggio di quelli della Grecia, la "tempesta perfetta" (magari con Troika annessa, come ad Atene) evocata ieri dal deputato di Fi Renato Brunetta - rischia di non esser più un'ipotesi dell'irrealtà.
Il faro degli investitori sul Belpaese si è acceso all'improvviso il 15 maggio, quando la bozza di contratto Lega-M5S - poi per fortuna rivista - ha ipotizzato la richiesta di cancellazione di 250 miliardi del debito pubblico. Da allora trovare compratori per i nostri titoli di Stato è stato sempre più difficile: venti giorni fa il Btp decennale garantiva un rendimento dell'1,9%. Oggi - per riuscire a vendere lo stesso bond - l'Italia è costretta a pagare un tasso del 3,13%. Se il mercato rimanesse su questi livelli per un anno, il Tesoro vedrebbe salire di circa 5 miliardi in dodici mesi il conto per gli interessi sul debito pubblico. Un salasso che renderebbe ancor più complessa la strada dell'equilibrio dei conti pubblici per l'esecutivo gialloverde.
Le fibrillazioni di queste settimane - in attesa delle prime mosse in campo economico del governo Conte - hanno fatto precipitare le quotazioni finanziarie dell'Italia all'interno della Ue. I nostri titoli a due anni rendevano ieri sera l'1,64%, venti centesimi in più di quelli della Grecia, considerata fino ad oggi il malato più grave della Ue. Il Btp decennale due mesi fa tallonava a brevissima distanza i Bonos spagnoli, con un tasso superiore di appena 30 centesimi. Oggi la forbice tra Roma e Madrid si è allargata a 166, un distacco che non si vedeva dal 2012.
"Lo spread - ha ricordato ieri il direttore generale della Banca d'Italia, Salvatore Rossi - non è una cosa demoniaca misteriosa manovrata da pochissimi speculatori". È la fotografia della credibilità di un Paese. E la nostra non è altissima: il debito pubblico - malgrado gli "aiutini" della Bce che ha spedito i tassi sottozero - è cresciuto anche negli ultimi anni fino al record di 2.302 miliardi. La mancanza di coperture delle promesse elettorali di Lega e M5S e le loro ambiguità sull'euro preoccupano gli investitori. Chiaro il messaggio che ha lanciato il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco: "Non bisogna fare il passo più lungo della gamba, se no si finisce nel burrone".
Da fine anno, poi, l'Italia rischia di rimanere senza paracadute, complice la fine delle iniezioni di liquidità sul mercato volute da Mario Draghi per salvare l'euro. Fino a pochi mesi fa la Bce comprava fino a 10 miliardi al mese di titoli di Stato italiani. Ora - con l'avvicinarsi della fine del programma di quantitative easing - lo shopping è calato a 3,6 miliardi. A fine anno gli acquisti potrebbero smettere del tutto. E chiuso l'ombrello di Eurotower, Roma rimarrà da sola esposta ai capricci dei mercati. Le Cassandre, non a caso, sono entrate in azione. Moody's si è portata avanti mettendo sotto esame il nostro rating. Il livello di "obbligazione spazzatura", l'anticamera dell'inferno finanziario, è lontano ancora due gradini. Ma con i titoli tricolori trattati peggio di quelli della Grecia, la "tempesta perfetta" (magari con Troika annessa, come ad Atene) evocata ieri dal deputato di Fi Renato Brunetta - rischia di non esser più un'ipotesi dell'irrealtà.