Marco Patucchi
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di RAFFAELLA CORTESE DE BOSIS e MARCO PATUCCHI
Quindici ragazzi italoamericani trucidati dai nazisti in Liguria nel 1944, dopo il fallimento di una missione di sabotaggio. Giovani nati da famiglie di migranti, che hanno combattuto e sacrificato la loro vita per la libertà di tutti noi
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Il 26 marzo 1944 è una domenica di Quaresima. Il sole è già basso, laggiù, sulla linea dell'orizzonte che separa il blu scuro del mare dall'azzurro del cielo: nella piazzetta di Ameglia, sotto la torre del castello incendiata dai raggi del tramonto, come tutti i giorni di festa una manciata di ragazzini tira calci al pallone. E anche quel tardo pomeriggio arrivano alla spicciolata i soldati tedeschi del comando di Villa Angelo per la partita della libera uscita. Il vigore atletico e un po' goffo dei militari contro le furbizie sguscianti dei ragazzi. Vincono gli italiani e i giovani nazisti alla fine dell'incontro come a volersi attestare una rivalsa raccontano, più che altro a gesti, che la mattina hanno sconfitto quindici soldati americani. "Kaputt", dicono orgogliosi mimando il gesto del fucile e indicando in alto i boschi di Punta Bianca, tra il paese e l'altro braccio di mare. I ragazzini intuiscono che non si era t…
Il 26 marzo 1944 è una domenica di Quaresima. Il sole è già basso, laggiù, sulla linea dell'orizzonte che separa il blu scuro del mare dall'azzurro del cielo: nella piazzetta di Ameglia, sotto la torre del castello incendiata dai raggi del tramonto, come tutti i giorni di festa una manciata di ragazzini tira calci al pallone. E anche quel tardo pomeriggio arrivano alla spicciolata i soldati tedeschi del comando di Villa Angelo per la partita della libera uscita. Il vigore atletico e un po' goffo dei militari contro le furbizie sguscianti dei ragazzi. Vincono gli italiani e i giovani nazisti alla fine dell'incontro come a volersi attestare una rivalsa raccontano, più che altro a gesti, che la mattina hanno sconfitto quindici soldati americani. "Kaputt", dicono orgogliosi mimando il gesto del fucile e indicando in alto i boschi di Punta Bianca, tra il paese e l'altro braccio di mare. I ragazzini intuiscono che non si era trattato di una partita di calcio ma di un atto di guerra.
Il generale Anton Dostler qualche attimo prima della sua fucilazione alle otto di mattina del primo dicembre del 1945 ad Aversa. Gli fu concesso di indossare la divisa con i gradi e il berretto (Universal History Archive/UIG via Getty Images)
Uno di loro lo riferirà al parroco che poi farà arrivare le prime, frammentarie notizie al comando statunitense. Una rete di contatti e relazioni imbastita da persone comuni che, insieme ai partigiani, hanno combattuto la loro guerra contro il nazifascismo. Tra loro molti sacerdoti, come il prete di Ameglia o come don Nilo Greco, il viceparroco della vicina Sarzana arrestato e deportato in un campo di concentramento. Inizia da una sfida di pallone in piazza, il filo di una vicenda che si srotolerà poi nelle pagine della storia militare ufficiale, ma che solo oggi possiamo raccontare nei suoi risvolti più umani, nelle biografie che siamo riusciti a ricostruire di quindici giovani eroi dei quali rimanevano appena i nomi incisi su una lapide in un borgo perso tra il mare e i monti della Liguria.
La storia di una manciata di ragazzi che, come altre centinaia di migliaia, oltre settant'anni fa hanno lasciato le loro case, le loro famiglie in ogni angolo del mondo per combattere in Europa la guerra che ci ha reso tutti liberi. Lo hanno fatto da un giorno all'altro, senza se e senza ma, interrompendo la sacrosanta normalità della vita. Perché era giusto così. Lo hanno fatto alla stessa età dei nostri giovani che oggi, proprio grazie a loro, possono studiare, giocare, lavorare, sperare, senza l'incubo di non vedere il domani, magari rannicchiati in una trincea, a bordo di una nave o di un aereo, in un deserto infinito. I quindici soldati americani hanno tutti cognomi italiani: Calcara, Leone, Mauro, De Flumeri, Di Sclafani, Noia, Tremonte, Traficante, Vieceli, Squatrito, Russo, Savino, Sirico, Libardi; c'è anche Farrell, un ragazzo con cognome americano ma di origini italiane pure lui. Non è un caso perché l'OSS (Office of Strategic Services) arruola molto spesso personale bilingue per facilitare le missioni dietro le linee nemiche nei vari fronti della guerra. Una prassi non proprio rigorosa visto che, come ci dirà l'anziano fratello di Leone: "John non sapeva una parola di italiano...".
L'OSS è l'antenato della CIA (Central Intelligence Agency): fu ideato nel 1942 per provare a coordinare le attività di spionaggio fino ad allora svolte separatamente da diversi ministeri e armi. Ruolo super partes che non appartenne mai all'OSS, perché l'FBI (Federal Bureau of Investigation) continuò a dirigere le operazioni per la sicurezza interna e il controspionaggio, mentre marina e esercito rimasero titolari delle rispettive attività di spionaggio: insomma, gelosie e interessi di vario tipo (memorabile, nel 1929, la spiegazione del segretario di Stato Henry Stimson per accantonare un progetto di coordinamento della crittoanalisi: "Le persone per bene non leggono la posta altrui") affossarono l'idea affidata dal presidente Roosevelt al generale William Joseph Donovan. Prima di essere sciolto nel 1945 dal presidente Harry Truman, l'OSS realizzò missioni di spionaggio e sabotaggio spesso determinanti per l'esito del conflitto, ma che tante altre volte sfociate in drammatici fallimenti. Senza dimenticare risvolti grotteschi, come il progetto di diffondere attraverso le mosche nelle linee nemiche sterco di capra patogeno per diffondere l'antrace o quello di introdurre l'estrogeno nel cibo consumato da Adolf Hitler.
I soldati americani sbarcano in Corsica nel 1943. L’isola, che si riempì di enormi forze di uomini e mezzi alleati, venne ribattezzata “Uss Corsica”, la portaerei inaffondabile (Roger Viollet/Getty Images)
In previsione dello sbarco degli Alleati in Europa, l'OSS e l'organizzazione gemella inglese SOE (Special Operations Executive) ricevono una direttiva dal quartier generale delle Forze Alleate, che li invita a realizzare missioni in stile commando per attaccare il sistema di comunicazioni e di trasporti nell'Italia occupata; distruggere l'aviazione nemica mentre si trova al suolo e i depositi di rifornimenti nemici; incitare la popolazione italiana ad avviare la resistenza. Il primo punto della direttiva innescherà, appunto, la vicenda dei quindici italoamericani. Si diceva delle approssimazioni nelle pratiche dell'OSS: Mario Forte, un veterano dell'Office, racconta che quando l'Italia dichiarò guerra agli Stati Uniti, lui era di stanza in un reparto di fanteria a Fort Jackson, South Carolina: "Fecero un appello e distaccarono tutti quelli di noi che avevano un cognome italiano", ma un altro veterano, Joe Genco, spiega che una volta scelto nessuno gli chiese se fosse davvero in grado di parlare l'italiano.
Un po' naif anche i test per misurare le attitudini di autocontrollo dei candidati: "Mi chiesero a bruciapelo se avessi mai scopato con mia sorella. Senza i nervi saldi, non ci avrei pensato due volte a dargli un pugno in faccia", ricorda Frank Zabatta che ha combattuto in Italia nei ranghi dell'OSS. Il presidente Roosevelt il 12 ottobre 1944, ritirando un premio dell'Italian American Labor Council dirà che "migliaia di americani di origine italiana sono sbarcati sulla penisola non come conquistatori ma come liberatori. Quando l'obiettivo sarà raggiunto gli italiani saranno liberi di decidere del proprio destino con un governo che avranno scelto loro stessi". Una promessa di autonomia politica ridimensionata nel dopoguerra e negli anni della Guerra Fredda.
Carmela Catinella, fidanzata di Santoro Calcara, in una foto con la madre
L'Operazione "Ginny"
A cavallo tra il 1943 e il 1944 i "quindici" appartenenti alla 2677^ Headquarters Company (Detachment C, Unit A) sono in Corsica, dove dopo la liberazione dai tedeschi si sono concentrate enormi forze di uomini e mezzi alleati. L'isola è stata ribattezzata "USS Corsica", la portaerei inaffondabile, e da lì partono operazioni di spionaggio e sabotaggio (compreso, tra gli altri, il volo senza ritorno di Antoine de Saint Exupéry, l'autore de "Il Piccolo principe"). L'obiettivo dell'Operazione "Ginny" - nome in codice ispirato, pare, alla fidanzata di uno dei "quindici" - è un tunnel ferroviario della linea Genova-Pisa, all'altezza di Framura, da far saltare per interrompere le comunicazioni dell'esercito tedesco lungo la linea Gustav. Il primo tentativo ("Ginny I") fallisce nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 1944 perché il commando sbarca in un punto sbagliato della costa. Il blitz viene annullato e tutti gli uomini tornano alla base. Il mese successivo un nuovo tentativo, quello fatale. A coordinare Ginny I e II c'è un altro militare originario del nostro Paese: Albert R. Materazzi, nato in Pennsylvania da una famiglia di Montemerano (Grosseto). Laureato in chimica nel 1935, nel 1937 ha studiato anche all'Università di Roma e ha conosciuto in presa diretta l'Italia fascista: "Quando sono entrato nell'OSS mi dicevo "potrei trovarmi a sparare ai miei cugini...", ma nello stesso tempo pensavo anche che li avrei potuti liberare". E' lo stato d'animo di tutti gli oriundi italiani che ripercorrono, all'inverso, il viaggio fatto dai loro genitori o dai loro nonni. E questa volta non per inseguire il sogno di una vita migliore, ma per combattere la più crudele delle guerre.
Livio Vieceli in una foto con dedica ai genitori
Storie di emigrazione
Due dei "quindici" sono addirittura nati in Italia: Santoro Calcara e Angelo Sirico. Loro, dunque, quel viaggio in nave dall'Europa a New York l'hanno fatto in prima persona. Uno dicassettenne e l'altro neonato, dopo due settimane di navigazione oceanica sono arrivati a Ellis Island, il "cancello" della speranza che ha visto transitare milioni di migranti durante almeno metà del Secolo Breve. Frank Capra, il grande regista nato in Sicilia, emigrato negli States quando aveva sei anni e tornato in Italia durante la guerra come cineoperatore dell'esercito, ha raccontato che "quello del viaggio verso l'America è il momento originario. Da lì parte la mia memoria. Prima della grande nave non ricordo niente". E altre parole di Capra sembrano parlare proprio della storia dei "quindici eroi": "Pensavo che fosse il mio lavoro mostrare ai nostri ragazzi le ragioni della guerra. Avevano 18 anni, quei ragazzi, e non sapevano niente di cose di guerra. Non erano soldati, non avevano alcuna disciplina militare. Erano i peggiori soldati del mondo, quando la guerra scoppiò. Ma in due anni, erano i migliori del mondo. E c'è una ragione, per questo: avevano una mente aperta. La prima cosa che facevano era vedere i miei film. E quando li vedevano, sapevano cosa fare, sapevano perché combattevano. Capivano che non era un gioco. Era vero".
Santoro Calcara (matricola 36131251), in una foto che abbiamo recuperato nel nostro lavoro di "paleontologi" dei ricordi, spunta fuori con lo sguardo fiero e la divisa piena di tasche: quella cartolina l'ha spedita alla fidanzata Carmela e con la penna l'ha orgogliosamente intitolata "me" ("io"). Santoro è nato nel 1920 in Sicilia, nella Mazara del Vallo dei pescatori che ancora oggi faticano a caccia di tonni e pesci spada: per i genitori, Giuseppe e Rosa, quel bambino è l'unica luce di gioia in una vita circondata dagli stenti e dall'epidemia spagnola che tra il 1918 e il 1920 in Italia ha mietuto quasi mezzo milione di vite. Non resta che seguire la scelta disperata di tantissimi meridionali: Giuseppe porta il suo metro e sessanta, che ne fa un piccolo Charlot siciliano, a bordo del piroscafo "Patria" che in luglio salpa dal porto di Palermo destinazione New York. Dal molo lo saluta in lacrime Rosa con in braccio il piccolo Santoro. Si trasferirà prima a Boston poi a Detroit dove trova un lavoro e abita al 2675 di Scott Street dividendo l'appartamento con altri venti emigranti. Santoro a diciotto anni seguirà la "rotta" del padre, a bordo del "Conte di Savoia". A Detroit la comunità dei mazaresi è molto folta e si riannodano i legami stretti in Sicilia: così Santoro ritrova gli amici dell'infanzia, soprattutto la fidanzatina Carmela, conosciuta nei vicoli barocchi di Mazzara. Santoro frequenta per due anni la Cass Technical High School, diventa cittadino americano e inizia un lavoro da macchinista. Sogna le nozze con Carmela assunta in una fabbrica di vestiti, ma i venti di guerra spazzano via tutto. Il 23 ottobre del 1941, a ventuno anni, si arruola nell'esercito americano.
Thomas N.Savino insieme alla moglie Margaret e la piccola Grace Angelo Sirico (matricola 32542008) è di Ottaviano, alle falde del Vesuvio, dove nasce nel 1921, figlio di un boscaiolo, Domenico, che nella Prima Guerra Mondiale è stato ferito combattendo da Bersagliere. A giugno del '21 Domenico emigra negli Stati Uniti dove a fine anno lo raggiungono la moglie e i piccoli Mario e Angelo: a Brooklyn nasceranno altri cinque figli. Angelo, che ha la passione del disegno, frequenta la High School, si arruola nel 1942, ventunenne, e finisce a combattere in Europa: dall'altra parte della barricata ci sono alcuni suoi parenti che indossano l'uniforme dell'esercito italiano. Quando nella casa di Brooklyn arriva la notizia che Angelo è "missing in action", Domenico la tiene nascosta alla moglie per risparmiarle l'angoscia. Farà lo stesso con il telegramma che comunica la morte del ragazzo. Anna morirà nel 1945 senza sapere di raggiungere il figlio.
Alfred L. De Flumeri (matricola 31252071) è il "vecchio" del commando, essendo nato il 26 maggio 1911 a Natick, nel Massachusets, dove si è stabilita la sua famiglia originaria di Melito Valle Bonito (oggi Melito Irpino) nella provincia di Avellino. Da lì è iniziata la storia, uguale a tante altre migliaia, degli emigranti De Flumeri: il papà di Alfred, Nicola, e la mamma Angela Maria arrivano in America all'inizio del secolo, passano per New York, Boston e, appunto, Natick dove vivono in una casa di Harrison Street e dove nascono i cinque figli. Nicola fa il muratore, poi il caposquadra in una fabbrica di scatole. Alfred intanto cresce e inizia a lavorare anche lui: prima alla guida di una escavatrice nei cantieri, quindi come operaio in una fabbrica di tubature. Nel 1932 sposa Ida Lodi, una sua coetanea (avrà anche una seconda moglie, Clara): nel 1942, trentunenne, si arruola nell'esercito, in Pennsylvania.
Salvatore Di Sclafani (matricola 32297264) in teoria non doveva esserci nell'OSS, perché insieme al cugino aveva pensato di arruolarsi nella Marina: ma il cugino non viene ammesso per motivi di salute e così anche Salvatore rinuncia ed entra in un altro corpo. Salvatore, soprannominato "Sammy" dagli amici, è figlio di Paolo Di Sclafani e di Carmela Lomino che sono emigrati negli Stati Uniti a inizio secolo partendo da Marineo, vicino Palermo. Paolo, che ha seguito i fratelli John e Frank, lavora prima come contadino a New Orleans e poi come caposquadra in un'impresa edile a Manhattan: dal matrimonio con Carmela nascono sette figli, Salvatore è il secondogenito e viene alla luce il 6 gennaio 1916. Paolo prende la cittadinanza americana nel 1918, nel 1926 la famiglia si trasferisce a Brooklyn, Ashford Street. Prima di arruolarsi, Sammy lavora come lucidatore.
Joseph M. Farrell (matricola 31329187) é nato a Stamford, Connecticut, il 17 aprile 1922 da padre americano e madre italiana (Carmela De Mattia di Eboli). Poco tempo prima dell'operazione "Ginny" ha partecipato allo sbarco di Anzio e su quelle spiagge si è guadagnato la "Bronze Arrowhead", una piccola punta di lancia appuntata sul nastrino: "Questo riconoscimento - spiega l'Us Army - viene assegnato alle Unità dell'Esercito che, in zona di combattimento di una battaglia, campagna o spedizione, hanno portato a termine determinati tipi di assalto: lancio dal paracadute in territorio nemico; partecipazione in ondate di assalto di mezzi anfibi in territori nemici; assalto tramite lancio dall'elicottero scendendo in territorio nemico". Prima di arruolarsi nel 1942, appena ventenne, Joseph lavora nella Home Comfort Insulation.
Angelo Sirico (a destra nella foto) al matrimonio della sorella Josephine con un altro componente dell’Oss
Il papà di John J. Leone (matricola 32577443) si chiamava Emilio, era nato a Postiglione in provincia di Salerno nel 1893. Era emigrato negli Stati Uniti andando ad abitare al 26 di Conklin Street, Poughkeepsie, New York. Intorno al 1925 lo troviamo barbiere nel negozio di 189 Main. Con la moglie Carmela De Carlo, di Maddaloni (Caserta), avranno 7 figli: Carmela, Marie, Peter J., Minnie, John J., Emile, e Anthony. John è nato il 24 giugno 1922, frequenta la Poughkeepsie High School, si arruola. Il 2 novembre 1943, a ventuno anni, scrive ai genitori da Bastia da dove qualche mese dopo partirà per la missione senza ritorno: "Cari Mamma e Papà, vi mando queste poche righe per dirvi che sono in perfetta salute. Mi mancate tutti, spero che questa guerra finisca per tornare da voi presto. Mamma, mi hanno pagato con 100 dollari, ma qui non cè nulla da comprare quindi te li mando tramite il governo: mettili da parte. Spero di sentirvi presto. Saluti a tutti. Vostro figlio Johnny". Abbiamo rintracciato il fratello Emile, 93 anni, in una residenza per anziani di Crozet, Virginia: "John era più grande di me di tre anni - ci racconta commosso - dormivamo nella stessa stanza. Un tipo indipendente, sregolato, pieno di amici e di ragazze. Se non erano le tre di mattina non rientrava a casa".
Joseph A. Libardi (matricola 31212732) é nato il 21 settembre 1921 a Stockbridge, Massachusetts. Nella foto che abbiamo recuperato sorride timidamente guardando verso un punto o verso qualcuno alla sua sinistra. È figlio di Giuseppe Giocondo Libardi, nato a Levico nel 1888 quando il paesino era ancora in territorio austriaco e molte persone emigravano in America per fuggire la miseria. A Stockbridge Giuseppe trova lavoro presso la Lee Lime Corp., una cava di pietra a cielo aperto con la minaccia costante della silicosi. Nel 1919 sposa Rose Merci, emigrata anche lei dal Trentino: oltre a Joseph avranno altri sei figli.
Pietro, il padre di Dominick C. Mauro (matricola 32650582), era nato nel 1882 a Baucina, venti chilometri da Palermo. La mamma, Biagia Randazzo, dello stesso paesino, era del 1889. Si conoscono a New York, si sposano e vanno a vivere al numero 2 di Prince Street dove nascono Dominick, nel 1917, e altri otto figli. A Brooklyn c'è una chiesa, fatta edificare dagli emigranti, dedicata a Santa Fortunata, patrona di Baucina. Dominick dopo quattro anni di High School si arruola nel dicembre del 1942, a venticinque anni, come faranno anche gli altri fratelli (a casa arriverà una cartolina di Saverio nella quale dice di essere "da qualche parte in Nuova Guinea"). Pure Dominick scrive ai suoi: "Cara mamma, non avrai miei notizie per varie settimane, una precauzione necessaria alla nostra protezione. Non preoccuparti per la divisa khaki che ho dimenticato a casa: l'Esercito ha più vestiti di quanti non potremo mai indossarne. Ti scrivo appena non sarà pericoloso farlo".
Anche la storia della famiglia di Joseph Noia (matricola 32536119) che nella foto in divisa con il cappello sulle ventitré sembra un attore, è una classica epopea di emigrazione familiare. Nicola Noia, padre di Joseph, nel 1912 lascia i monti di San Lorenzo Bellizzi, nella provincia di Cosenza, si imbarca a Napoli sul piroscafo "Oceania" e raggiunge il padre emigrato a New York. Lavora come fabbro e sposa Concetta De Simone. Cambieranno casa varie volte, da Baltimora a Manhattan. Nascono tre figli: Joseph (nel 1919), Maddalena e Rosalia. A Manhattan abitano al numero 98 della 118th street. Joseph studia, poi lavora come istruttore di ginnastica in una scuola, frequenta due anni di college. Si arruola nell'ottobre del 1942, dopo aver perso due anni prima la sorella Rosalia sedicenne.
Vincent J. Russo (matricola 01109637) è del 1916. Il padre Giovanni era emigrato da Rocchetta Sant'Antonio in provincia di Foggia nel 1906, imbarcandosi sulla "Città di Napoli" non prima di raccomandarsi alla "venerata Madonna del Pozzo" che nel suo paese "ha fatto miracoli". Giovanni, che è muratore, ha sposato nel Bronx nel 1911 Luisa Marano (anche lei di Rocchetta). Abiteranno a Montclair nel New Jersey dove nasceranno i cinque figli: Mary Ripalda, che farà la commessa di un grande magazzino, Josephine, si occuperà di contabilità, Vincent, anche lui muratore, John Jr. e Adelina.
A Thomas N. Savino (matricola 32540701) arriviamo attraverso la figlia Grace che oggi ha 74 anni e vive in Virginia. Anzi, è Grace che arriva alla storia del padre attraverso questa nostra indagine nell'oblio: lei aveva un anno quando il papà morì, la madre Margaret successivamente si risposò e nessuno raccontò mai a Grace come era finito Thomas o forse lo ha saputo da bambina e ora ha dimenticato tutto. Dalla famiglia ci è arrivata la foto che ritrae Thomas, Margaret e la piccola Grace. Abbiamo inviato a Grace il testo della motivazione della "Silver Star" di cui non sapeva nulla: "Il mio nonno paterno quando mi incontrava mi stringeva forte a sé. Non parlava inglese, veniva dalla Puglia, ma mi faceva capire che gli ricordavo tanto il figlio. Mio padre".
La famiglia Vieceli: Livio, che è ancora un ragazzino, è l’ultimo in piedi a destra Rosario F. Squatrito (matricola. 32542038) è figlio di emigrati siciliani: il padre è partito da Monreale nel 1905 e si è imbarcato sul piroscafo "Italia", la madre nel 1903 sulla nave "Neapolitan Prince". Si conoscono a New York e dal matrimonio nasceranno nove figli: Rosario è del 1922, tutti lo chiamano Saddo, un ragazzo con la passione del football e dei sigari "De Nobili" che rubava al padre. Trova lavoro alla Superior Die Cutting, a Little Italy. Si arruola e decide di entrare nei Commandos, nonostante la famiglia cerchi di dissuaderlo in tutti i modi. C'è anche Ann nella sua vita, la fidanzata che, il giorno prima della partenza per l'addestramento, dice in lacrime a Rosario: "Spero che domani non arrivi mai". L'addestramento è pesante, comprende esercitazioni in acqua che però non lo spaventano perché lui è cresciuto a South Beach. "Mia carissima Ann - si legge in una lettera spedita dall'Europa - finalmente riesco a scriverti. Sono in Corsica, un'isola della Francia. Spero che tu abbia ricevuto la mia lettera dalla nave "Monticello". Non è facile scrivere stesi su una branda con la nave che va su e giù. C'è stato mare mosso e anche diverse tempeste per questo non ho scritto molto. E in effetti non c'era granché da scrivere, salvo che ti amo e che mi manchi. Ma questo già lo sai. Io e Frank Zabatta siamo diventati amici e ci hanno assegnato la stessa stanza. La casa dove siamo è un vecchio albergo, lo Splendid. Sempre meglio che dormire in tenda come facevano a Washington o su una branda dondolante su una nave. Ho dato il tuo nome a Frank che lo girerà alla moglie Rose. Lei ti chiamerà e magari potrete vedervi e andare a qualche spettacolo insieme. Siete due ragazze italiane attaccate alla famiglia e avete gli stessi valori e affetti. Abbiamo iniziato gli addestramenti e ho notato che dopo tre settimane sulla nave i muscoli ne hanno risentito. Condividi questa lettera con papà e mamma. Dì loro che gli voglio bene e che mi mancano. Ti scrivo presto. Con tutto l'amore che ho nel cuore, per te e solo per te. Stai bene e che Dio benedica tutti noi. Sonny". La mamma di Rosario non ha mai voluto credere alla scomparsa del figlio: la piastrina non le è stata restituita e lei è morta con la convinzione che Rosario fosse sopravvissuto e si trovasse, salvo, in qualche parte.
Il 7 marzo 1944 Paul J. Traficante (matricola 01308399) scrive alla famiglia dal centro di addestramento nei paraggi di New York: "Giusto due righe per dirvi che sto bene e spero stiate bene anche voi. Ho ricevuto un altro dei vostri pacchi e questa volta ho trovato la macchina fotografica: sono stati gentili Jimmy e Frances a mandarmela. Qui non c'è molto da fare e la routine è molto noiosa. Hanno fatto vedere un film americano oggi ma era talmente vecchio che non mi sono divertito. Che notizie da casa? Niente di nuovo? Immagino che le strade saranno diventate deserte con tutti i ragazzi arruolati. Qui non si vedono che soldati e ancora soldati". Jimmy è suo fratello maggiore che ha sposato Frances nel 1941. Durante la festa di nozze è arrivata la notizia dell'attacco di Pearl Harbor: Paul, che aveva finito un periodo di ferma solo due mesi prima, rientra nell'esercito. È ventitreenne: il padre, Calogero, e la madre, Accursia, sono emigrati in America da Caltabellotta, vicino ad Agrigento. Oltre a Jimmy ha due sorelle gemelle, Vincenza e Pellegrina.
Liberty J. Tremonte (matricola 31329179) racchiude nel suo nome di battesimo lo spirito che lo ha animato fino alla fine. Il padre, Edoardo, è emigrato in America da Serino (Avellino); la mamma, Vita Renzulli, è di San Michele a Serino. Liberty nasce il 16 febbraio 1920 a Westport, Connecticut: ha quattro sorelle e quattro fratelli e tutti questi ultimi saranno soldati (tre nella Seconda Guerra e il più giovane, Albert, in Corea). Nell'agosto del 1943 Liberty scrive alla sorella Carmela: "Forse non passerà tanto tempo prima che ci potremo rivedere. Qui è molto bello, facciamo molta attività sportiva, che è quella più importante. Ci chiamano Gorilla... immagina un po' un gamberetto come me chiamato gorilla! Sono in qualche posto vicino Washington, non posso dire di più. E' molto segreto, non possiamo dire quasi niente". Un "gamberetto" che, come Farrell, si è guadagnato la "Bronze Arrowhead" sulle spiagge di Anzio.
La storia di Livio Vieceli (matricola 33037797) inizia in Veneto. Ottobre 1906, nella casa di Fonzàso, dalle parti di Belluno, dove è nato nel 1884, Angelo Vieceli sta mettendo in valigia quei pochi vestiti che possiede: ha deciso di raggiungere il fratello Giovanni emigrato negli Stati Uniti. Viaggia per 1.500 chilometri fino al porto di Cherbourg, estremo nord della Francia, si imbarca insieme ad altri duemila disperati e dopo oltre una settimana di navigazione approda in America. A Manor, Pennsylvania, Angelo sposa Angelina, arrivata lì da Ognano di Conegliano. Nascono otto bambini: Frank, Dominic, Delfina, Livio, Louis detto Gino, Celestina, Blanche e Gildo. La guerra travolge il mondo: si arruolano in quattro, compresa Blanche, che diventerà capitano della Croce Rossa. Livio, che è nato nel 1916, si arruola in Pennsylvania e diventa sergente della Us Army. Nel 1944 arriva in Europa e porta con sé la fotografia della famiglia: otto persone in posa con il vestito della festa, il padre orgoglioso con i suoi bei baffi, i ragazzi e i ragazzini (Livio è l'ultimo in alto a destra) che sembrano fatti con lo stampo.
Paul Traficante insieme ad un’amica
La missione
La sera del 22 marzo 1944, a Bastia, l'unità OSS dei "quindici" sale a bordo delle torpediniere americane PT 214 e PT 210. Su un mezzo di quel tipo ha combattuto la guerra del Pacifico il futuro presidente John Fitzgerald Kennedy. La costa ligure dista oltre 280 chilometri. Il commando raggiunge la terraferma a ovest della stazione ferroviaria di Framura alle 23, remando a bordo di tre gommoni.Una volta a riva, Russo con tre dei suoi uomini va in ricognizione. Sono approdati a Carpeneggio, a metà strada tra Bonassola e la stazione di Framura: l'obiettivo dunque è distante oltre un miglio e mezzo, ma non è la sola complicazione di quei momenti delicatissimi. Improvvisamente si interrompono i contatti radio con le navi, le due PT sono costrette a lasciare la zona per la presenza di imbarcazioni tedesche, poi si fermano per il guasto dei motori di una delle due unità. La riparazione va avanti fino all'alba, quando con la luce del sole la missione di assistenza al commando viene annullata e rimandata al giorno successivo.
Durante l'intera giornata del 23 i "quindici" rimangono nascosti, con i gommoni e l'esplosivo riparati alla meglio tra le cavità rocciose della spiaggia. Con l'oscurità della sera scalano la scogliera a picco sul mare e raggiungono una stalla abbandonata. Non mangiano ormai da più di ventiquattro ore, così due di loro si spingono sulla collina in cerca di cibo. Sarà un giovane contadino, Franco Lagaxo, ad incontrarli vicino alla sua casa: gli fornisce del cibo e, soprattutto, li porta fino alla galleria di Framura, l'obiettivo dell'operazione "Ginny". Quella stessa sera altre imbarcazioni americane salpano da Bastia per tentare il supporto alla missione dei "quindici", ma anche questa volta sono costrette a rientrare alla base per problemi tecnici.
La mattina del 24 un pescatore, rientrando verso la costa, scopre i gommoni e informa la polizia fascista. Lagaxo cerca di avvertire gli americani, si precipita verso la stalla. Ma è troppo tardi: un drappello di camicie nere e di soldati tedeschi cattura il commando che in quel momento indossa divise militari. Un dettaglio, come vedremo, decisivo nell'epilogo dell'intera storia. Fallisce così definitivamente l'operazione "Ginny", nonostante un ulteriore tentativo di soccorso via mare da Bastia.
Nel corso del primo, sommario interrogatorio nelle stanze del commissariato locale, al tenente Russo viene chiesto con disprezzo se lui, figlio di italiani, non si vergogni di combattere contro la patria dei suoi avi. Russo non replica. In quelle stesse ore, a Roma, si consuma la strage delle Fosse Ardeatine. Gli interrogatori successivi sono condotti dai nazisti, al quartiere generale del colonnello Kurt Almers in una villa a Carozzo poco a nord di La Spezia. Ammassano i "quindici" in uno scantinato e Georg Sessler, assistente di Friederich Klaps, capo dell'Intelligence della Marina tedesca a La Spezia, li interroga usando il suo perfetto inglese e spingendoli a confessare con una serie di sotterfugi. Sessler torna a La Spezia e di lì a poco parte l'ordine superiore di passare per le armi il commando.
La notte tra il 25 e il 26 marzo i "quindici" attendono l'ora dell'esecuzione nel quartier generale di Almers. Il sottotenente Wolfgang Korbitz telefona al collega Bolze, comandante della Prima Compagnia del Festungs Batallion 905, e gli ordina di far scavare una buca sufficiente a contenere quindici corpi. Bolze, che si trova ad Ameglia nella Villa Angelo requisita ad una famiglia del posto, sceglie Punta Bianca, una lingua di terra lungo la foce del fiume Magra. Domenica 26 marzo all'alba i prigionieri vengono caricati su alcuni camion. Da Punta Bianca si sente il mare ed è l'ultima voce amica che ascoltano i quindici ragazzi. Mentre sono allineati sul prato, giunge scoppiettando una Topolino: dalla portiera dipinta con una grande croce rossa, scende il medico militare tedesco. Tutto è pronto per l'esecuzione. Li fucilano con le mani legate dietro la schiena, li gettano nella fossa comune, li ricoprono con terra e rovi. Il giorno dopo, in beffardo ritardo, arriva il contrordine di annullare l'esecuzione. La radio fascista e quella tedesca annunciano che un commando americano "è stato annientato", inscenando la falsa notizia di una schermaglia come causa della morte dei nemici.
Joseph Libardi
La fine
A Bastia, intanto, c'è grande preoccupazione: una ricognizione aerea ha evidenziato che il tunnel è ancora intatto, segno che l'operazione è fallita, ma non si sa nulla sulla sorte dei "quindici". Questione di qualche ora e la conferma di quanto si temeva arriva da "Jerry's Front Calling", il programma radiofonico che fa contropropaganda tra i soldati americani di stanza in Europa. A condurlo è la voce saudente di Axis Sally personaggio immaginario incarnato dall'italoamericana Rita Luisa Zucca. Dopo la guerra pagherà lo scotto della sua attività di collaborazionista. "Easy, boys, there is danger ahead (attenti ragazzi, il pericolo è in agguato)", era la frase ricorrente che alternava a musica jazz, canzoni americane e al subdolo invito ad arrendersi. Quel giorno Axis Sally elenca i nomi dei "quindici".
Dall'altra parte dell'Oceano genitori, mogli, amici, fidanzate e fratelli non sanno nulla: continuano l'esistenza di emigranti, come sospesi tra la loro patria di origine che ha dichiarato guerra agli Stati Uniti, e il Paese che li ha accolti. Nessuno ancora è stato informato che un figlio, il marito, l'amico, il fidanzato, il fratello, ha finito la propria vita in una fossa all'ombra degli alberi di Punta Bianca. Quindici eroi che secondo le autopsie effettuate dai medici militari americani una volta individuata la fossa nell'Italia liberata, potrebbero addirittura essere stati trucidati a colpi di badile: in alcuni esami autoptici, infatti, viene rilevata l'assenza di fori di proiettile. Una versione controversa però, anche se in un manoscritto spuntato dall'Istituto Ligure per la Storia della Resistenza, il partigiano Giulio Mongatti, accennando a "un intero Commando trucidato dai tedeschi nella IV^ Zona spezzina", aggiunge che "da accertamenti compiuti dalle truppe americane alcuni dei giustiziati furono sepolti ancora vivi".
Poi nelle case sparse per l'America arriveranno i telegrammi del cordoglio e le medaglie. Il dolore e la fierezza passeranno di padre in figlio, finiranno in un cassetto insieme a foto sbiadite dal tempo. Giovani americani oggi custodiscono solo quel cognome che li lega ad un Paese lontano, molti di loro neanche sanno dei "quindici" eroi. Spesso gli raccontiamo noi una storia così remota. Conoscono il soldato Ryan, ma non Alfred, Livio, Angelo e gli altri che riposano al cimitero militare di Firenze, dove le croci bianche sembrano un esercito schierato sul prato verde smeraldo, sacrario "contronatura" perché lì ci sono solo giovani. O che sono tornati a casa avvolti in una bandiera americana. Oppure Santoro che abbiamo ritrovato nel cimitero comunale di Mazara del Vallo, davanti al mare: "Ce l'abbiamo noi! - ha urlato al telefono il custode del camposanto alla fine della nostra ricerca - È quel ragazzo in divisa americana, che non avevo mai capito perché fosse qui. Sta vicino al padre". Oggi persi, dimenticati. Come le medaglie che invece abbagliavano negli anni della pace riconquistata: la "Purple Heart" e la "Silver Star" assegnate a ognuno dei "quindici", la "Bronze Arrowhead" del caporale Tremonte e del caporale Farrell.
La busta di una lettera dalla Corsica inviata da John J. Leone alla madre Carmela
Il processo Dostler
Il fulgore delle medaglie illuminava chi era caduto per la democrazia, mentre l'oscurità inghiottiva gli uomini del male assoluto. Come il generale Anton Dostler, protagonista anche lui di questa storia. Nel marzo del 1944 guida il LXXV Corpo d'Armata in Italia che ha l'incarico di presidiare le coste della Liguria. È una unità di seconda linea senza grandi successi militari alle spalle e lo stesso Dostler viene definito dai suoi colleghi "sciatto e superficiale", più attento ai capricci della sua amante che ai doveri del comando. Eppure negli anni precedenti era stato un brillante ufficiale, nel 1941 aveva condotto la 57^Divisione di fanteria alla conquista della città industriale di Char'kov in Ucraina. È di Dostler il telegramma del 25 marzo 1944 che dispone la fucilazione dei "quindici", così come quello successivo che conferma l'ordine respingendo le richieste di soprassedere arrivate dai suoi sottoposti. Dostler agisce in linea con il "Kommandobefehl", direttiva segreta impartita da Hitler nel 1942: imponeva l'eliminazione immediata di ogni commando nemico catturato in Europa o in Africa, anche se in uniforme militare. In spregio, dunque, della Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra. Disobbedire alla "Kommandobefehl" poteva comportare la Corte Marziale.
La cartolina di Dominick Mauro al padre: “Mi sono goduto gli spaghetti”
Per l'uccisione dei "quindici", Dostler viene processato e condannato a morte nel 1945, un dibattimento che si svolge nel "Palazzaccio" di Roma, oggi sede della Corte di Cassazione. Gli viene assegnato come interprete Albert Otto Hirschmann, ebreo tedesco che in Francia aveva collaborato al salvataggio di centinaia di perseguitati, tra i quali i pittori Marc Chagall, Max Ernst e Marcel Duchamp. Albert era il fratello di Ursula Hirschmann, grande amore della vita di Altiero Spinelli, padre fondatore dell'Unione europea, che l'aveva conosciuta durante il confino a Ventotene. Il caso giudiziario Dostler è considerato l'apripista del processo di Norimberga: il generale tedesco, infatti, imposta la difesa affermando di essersi limitato ad eseguire un ordine superiore, riferendo inoltre che la fucilazione dei componenti del commnado era stata disposta dal feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante supremo delle truppe tedesche in Italia. Kesselring negherà di essere a conoscenza a conoscenza della vicenda, anche se alcune testimonianze attestano che tra il 22 e il 25 marzo si trovava proprio in Liguria. La condanna di Dostler fissò dunque per la prima volta un concetto poi codificato nei "Principi di Norimberga", ovvero l'impossibilità di appellarsi ad ordini superiori per giustificare atti criminali. Dostler viene fucilato ad Aversa alle otto della mattina del primo dicembre 1945. Gli concedono di indossare davanti al plotone d'esecuzione l'uniforme con i gradi e il berretto che, poco prima dei colpi di fucile, viene sostituito da un cappuccio. Tutti i proiettili lo raggiungono al petto.
Il telegramma che comunica a Carmela “morte in azione” in Italia del figlio John
Per non dimenticare
L'indagine storica è un'attività che si svolge in gran parte lungo sentieri invisibili. Poi il ricercatore emerge come un sub dopo una lunga permanenza in acqua: è spaesato, deve riprendere fiato e energie per raccontare cosa ha visto. Si siede sulla spiaggia deserta e guarda un orizzonte diverso da come lo aveva lasciato. Un lavoro senza fine, ma essenziale in questi anni di smarrimento della memoria, di strisciante ripresa di fascismi più o meno espliciti, più o meno consapevoli. Gli uomini e le donne che hanno vissuto in prima persona anni sconvolgenti e decisivi per la libertà di tutti noi, uno alla volta ci lasceranno per sempre: ed allora il ricordo diventa risorsa preziosissima per non confondere vittime e carnefici, per non cancellare come una linea di gesso spolverata dal vento il confine tra il bene e il male. Oltre settanta anni fa quel confine era chiarissimo, senza se e senza ma. Ricordiamolo e ritracciamolo, affinché quanto è accaduto non si ripeta mai più. "Il tempo frantuma e poi disperde la verità - ha scritto Nuto Revelli - e quel che rimane diventa leggenda, mito".