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(reuters)

Carige, Consob indaga sulle dimissioni in serie

La commissione ha convocato i protagonisti dello scontro per fare chiarezza. Mentre si alza la tensione sulla richiesta di aggregazione della Bce presentata dall’ad fiorentino il 10 luglio. E subito cavalcata dal raider mincione
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Il giorno in cui in Banca Carige scoppia il finimondo è il 10 luglio scorso. Che la riunione del consiglio di amministrazione non sarebbe stata tranquilla era prevedibile, visto che due settimane prima il presidente Giuseppe Tesauro aveva dato le dimissioni con una dura lettera di critiche all'amministratore delegato, Paolo Fiorentino. Ma il colpo di scena supera le aspettative: Fiorentino illustra una relazione che ha redatto per informare il consiglio dei contenuti di un incontro avuto il 28 giugno con la Banca centrale europea (Bce), a Francoforte. È lì, in quel documento, che viene messo per la prima volta nero su bianco un concetto a cui non tutti erano preparati.

L'autorità di vigilanza, scrive Fiorentino, considera una priorità che Carige proceda a un'aggregazione con un'altra banca. Non è cosa da poco. Nonostante l'idea che la banca genovese debba prima o poi accasarsi sia diffusa, nei documenti esaminati fino a ie…
Il giorno in cui in Banca Carige scoppia il finimondo è il 10 luglio scorso. Che la riunione del consiglio di amministrazione non sarebbe stata tranquilla era prevedibile, visto che due settimane prima il presidente Giuseppe Tesauro aveva dato le dimissioni con una dura lettera di critiche all'amministratore delegato, Paolo Fiorentino. Ma il colpo di scena supera le aspettative: Fiorentino illustra una relazione che ha redatto per informare il consiglio dei contenuti di un incontro avuto il 28 giugno con la Banca centrale europea (Bce), a Francoforte. È lì, in quel documento, che viene messo per la prima volta nero su bianco un concetto a cui non tutti erano preparati.

L'autorità di vigilanza, scrive Fiorentino, considera una priorità che Carige proceda a un'aggregazione con un'altra banca. Non è cosa da poco. Nonostante l'idea che la banca genovese debba prima o poi accasarsi sia diffusa, nei documenti esaminati fino a ieri dal consiglio un'indicazione di questa incisività rappresenta una novità. L'ipotesi di finire in un altro gruppo era stata limitata al massimo tra le opzioni possibili, mai a quello delle necessità stringenti. E l'aumento di capitale da 544 milioni terminato a fine dicembre era stato lanciato con il presupposto di dotare la banca delle risorse necessarie per camminare con le proprie gambe e mettersi nelle condizioni di decidere da sola il proprio futuro. Di qui la sensazione provocata dalla relazione di Fiorentino, in una seduta dove i motivi di discussione certamente non mancano.

La mattina successiva, l'11 luglio, "Il Secolo XIX" pubblica un'intervista a Raffaele Mincione, il raider che ufficialmente ha rastrellato il 5,4 per cento di Carige ma che, di fronte alle domande del quotidiano, sostiene in modo sibillino di avere "una quota fra il 5,4 e il 9,9 per cento, non mi faccia dire di più". Nel colloquio Mincione mostra, quanto meno, di essere stato capace di leggere con grande acume le intenzioni delle autorità di Francoforte, palesate da Fiorentino al consiglio di amministrazione soltanto il giorno prima e mai espresse in pubblico: "Ho sempre detto che il tempo massimo per arrivare a un'aggregazione sarebbe stato di diciotto mesi. Oggi sono convinto che sia necessario accelerare. Bce, Bankitalia e non ultimo il buon senso hanno già tracciato la strada", dice il raider, che ha chiesto di convocare un'assemblea per mettere ai voti la revoca dell'intero consiglio di amministrazione.


Due giorni di ritardo

L'eco di queste parole non si è ancora esaurita che, il 12 luglio, i soci vengono messi di fronte a un'ulteriore novità deflagrata nella riunione del 10, e per due giorni passata sotto silenzio: il vicepresidente della banca, Vittorio Malacalza, ha preannunciato l'intenzione di dimettersi. È lui stesso a ribadirlo, in una lettera ricevuta dalla banca alle otto di sera dell'11 luglio e diramata il giorno dopo.

Malacalza non è il primo ad abbandonare il cda. Dopo Tesauro, che si era dimesso il 26 giugno, ha lasciato anche Stefano Lunardi, un commercialista che era stato chiamato a presiedere il collegio sindacale dopo la fine dell'era di Giovanni Berneschi e che, nel 2017, era salito in consiglio. Poi, il 6 luglio, ha rassegnato le dimissioni Francesca Balzani, una tributarista che, dopo aver lavorato nello studio di Victor Uckmar, ha ricoperto diversi incarichi politici, assessore a Genova, deputata in Europa, vice-sindaco a Milano. A differenza di Tesauro e Lunardi, Balzani non esce subito dal consiglio: lo farà con l'assemblea che nominerà il nuovo presidente, la stessa strada scelta da Malacalza. Il quale, però, rispetto agli altri "fuggitivi" ha ben altro peso: la sua famiglia controlla infatti il 20,6 per cento di Carige, di cui è il primo azionista. Questa serie di dimissioni non poteva passare inosservata. Oltre alle indagini della magistratura, di cui hanno riferito i quotidiani, si è mossa così con grande tempestività anche la Consob.

L'autorità che vigila sui mercati ha iniziato una serie di audizioni con i vari protagonisti della tempesta che si è abbattuta sul consiglio. Ha messo sotto osservazione il modo in cui finora sono state prese le decisioni e sta valutando la natura dei contatti tra amministratori prima delle riunioni ufficiali del consiglio, per verificare che non fossero tesi a costruire il consenso in anticipo, prima che tutti i partecipanti potessero esprimere eventuali dissensi. E sta, tra l'altro, esaminando i contenuti della lettera di critiche scritta al momento delle dimissioni da Lunardi, che ha sollevato diversi interrogativi sull'esplosione dei costi per le consulenze e sulle modalità con cui sono state sottoposte al consiglio alcune operazioni, come ad esempio la cessione al gruppo Gavio del 10 per cento detenuto dalla banca nell'Autostrada dei Fiori. Stando alla proposta presentata da Fiorentino, la banca avrebbe ceduto a valore di libro (89 milioni di euro) una partecipazione che rende il 10 per cento l'anno in termini di dividendi e che le società di Gavio, in Borsa, valorizzano il doppio.

Origini profonde

È chiaro però che uno scontro di tale portata ha origini ben più profonde rispetto ai fatti di queste ultime settimane. La questione che fin da subito ha messo su fronti opposti Malacalza e Fiorentino è l'aumento di capitale chiuso a dicembre. Esattamente un anno fa, all'inizio di luglio, il consiglio dà mandato all'amministratore delegato di studiare un aumento di capitale che preveda il diritto di opzione per i soci, e cioè la possibilità per chi è già azionista di esercitare una prelazione per l'acquisto dei titoli che vengono messi all'asta. Un mese più tardi, in agosto, il manager propone una strada diversa, e cioè un aumento senza diritto d'opzione: per gli investitori terzi che volessero entrare sarebbe infatti meno oneroso poterlo fare senza acquistare i diritti di prelazione dai vecchi soci. C'è un però: in Carige ci sono due grandi azionisti, Malacalza e Gabriele Volpi, che assorbiranno una fetta rilevante dell'aumento. Non c'è il pericolo del vuoto di domanda che si è verificato in casi come la Popolare Vicenza e Veneto Banca, e il cui pericolo potrebbe motivare, sulla carta, la scelta di giocarsi il tutto per tutto offrendo agli investitori internazionali le condizioni più accattivanti possibili.


I diritti dei piccoli

In consiglio la discussione si alza di tono. A verbale finisce l'esplicita opposizione di Malacalza. A dispetto di quanto si potrebbe immaginare, l'imprenditore classe 1937 non mostra di difendere il suo interesse, in quanto principale azionista. È infatti chiaro a molti dei presenti che i soci "più pesanti" troverebbero comunque il modo di garantirsi una quota dei nuovi titoli. A veder azzerato il valore delle loro vecchie azioni, se prive di diritto, sarebbero invece i piccoli. Ed è a loro che Malacalza fa esplicito riferimento nel dibattito in consiglio. La discussione evidentemente non si chiude, perché all'assemblea del 28 settembre vengono presentate due proposte. La prima arriva dal consiglio di amministrazione, e prevede di attribuire al consiglio stesso la delega di effettuare l'aumento scegliendo fra entrambe le opzioni, con o senza il diritto di opzione. La seconda proposta la presenta la Malacalza Investimenti. Offre un'unica alternativa ed è in chiara contrapposizione alla prima: i nuovi titoli saranno offerti con diritto d'opzione. Manca a dirlo, in assemblea vince Malacalza.

I guai non sono finiti, però. In estrema sintesi: prima dell'aumento si verifica un forte scambio di accuse incrociate fra le banche del consorzio di garanzia dell'aumento e Malacalza, che in un giorno di passione, il 16 novembre, tra crolli di Borsa e correntisti preoccupati, costringe la banca a intervenire per ripristinare le proprie condizioni di liquidità. Il costo di quell'unica giornata per l'istituto alla fine avrebbe raggiunto i 15 milioni. Denari che, in un conto ideale dell'operazione aumento, vanno aggiunti ai 52 milioni pagati come consulenze e commissioni alle stesse banche. Nonostante i piccoli soci, quelli che dovevano essere tagliati fuori escludendo il diritto d'opzione, alla fine abbiano sottoscritto il 40% dell'aumento. Non stupisce che, in un clima come questo, si sia arrivati ora a un redde rationem dagli esiti difficili da prevedere.