Di Maio: “Autostrade torni allo Stato”. Ora 30 mila concessioni nel mirino
Luca Pagni , Sara Bennewitz , di SARA BENNEWITZ E LUCA PAGNINon solo grandi opere, anche ambulanti e spiagge. L’affido ai privati fa incassare 1,4 miliardi, ma aumenta la voglia di nazionalizzazione
Sembrava una iniziativa sopita, messa da parte per evitare divisioni nella maggioranza. Ma la tregua è durata solo qualche giorno: dal governo si levano nuove ombre minacciose nei confronti dei concessionari pubblici. In un caso particolare, Autostrade per l’Italia, si affaccia addirittura l’ipotesi “nazionalizzazione”, come ha ribadito ieri il vicepremier e ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio: «Non nazionalizzare significa ridare le autostrade italiane ai Benetton, e io non voglio», ha avvisato l’esponente Cinquestelle.
Per tutte le altre, invece, si prospetta la possibilità che ogni contratto venga rivisto, anche prima della naturale scadenza, ipotesi confermata solo pochi giorni fa anche dall’altro vicepremier, il leghista Matteo Salvini. Con tutta una serie di ricadute che andranno a inficiare i rapporti con le associazioni industriali - che già non hanno digerito il decreto Dignità - e che av…
Per tutte le altre, invece, si prospetta la possibilità che ogni contratto venga rivisto, anche prima della naturale scadenza, ipotesi confermata solo pochi giorni fa anche dall’altro vicepremier, il leghista Matteo Salvini. Con tutta una serie di ricadute che andranno a inficiare i rapporti con le associazioni industriali - che già non hanno digerito il decreto Dignità - e che av…
Sembrava una iniziativa sopita, messa da parte per evitare divisioni nella maggioranza. Ma la tregua è durata solo qualche giorno: dal governo si levano nuove ombre minacciose nei confronti dei concessionari pubblici. In un caso particolare, Autostrade per l’Italia, si affaccia addirittura l’ipotesi “nazionalizzazione”, come ha ribadito ieri il vicepremier e ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio: «Non nazionalizzare significa ridare le autostrade italiane ai Benetton, e io non voglio», ha avvisato l’esponente Cinquestelle.
Per tutte le altre, invece, si prospetta la possibilità che ogni contratto venga rivisto, anche prima della naturale scadenza, ipotesi confermata solo pochi giorni fa anche dall’altro vicepremier, il leghista Matteo Salvini. Con tutta una serie di ricadute che andranno a inficiare i rapporti con le associazioni industriali - che già non hanno digerito il decreto Dignità - e che avranno ripercussioni in Borsa, visto che molte società concessionarie sono quotate a Piazza Affari.
I prossimi passi del governo saranno monitorati con molta attenzione ad alto livello. Perchè una buona parte delle concessioni sono intestate a famiglie di primo piano dell’economia italiana. A partire da quel Silvio Berlusconi che teme interventi sulle frequenze tv, non solo per eventuali ricadute su Mediaset e - di conseguenza - su Fininvest, ma anche come arma politica per fare pressione su Forza Italia, finora non proprio scatenata all’opposizione in Parlamento.
Oltre ai Benetton e a Berlusconi, ci sono poi i Boroli-Drago, Gavio, Garrone, Zoppas, preoccupati e già pronti a dare battaglia per la gioia degli uffici legali. Certo, la revisione potrebbe richiedere tempo. Secondo uno studio della società di consulenza Kempen, in Italia ci sono circa 30mila concessioni: un numero che da solo basta a spiegare quanto potrebbe complicato il compito per il governo.
Di sicuro, dopo quanto successo a Genova, il primo a doversi preoccupare potrebbe essere il gruppo Gavio, il secondo concessionario in Italia dopo i Benetton: giusto lo scorso 2 agosto hanno ceduto il 40 % delle loro attività nelle autostrade, al fondo di investimento francese Ardian. Ma, in realtà, fino a quando non sarà chiaro come vorrà procedere il governo, chiunque gestisca strade, porti, aeroporti, dighe, acque minerali, giochi, frequenze digitali in teoria da domani potrebbe essere chiamato a spendere qualcosa in più per il suo canone di concessione.
Il punto è trovare quei casi in cui la sproporzione tra quanto il privato realizza dallo sfruttamento di una risorsa pubblica rispetto all’incasso dello Stato è eclatante, per quanto spesso ci si dimentichi di quanto il privato abbia investito per lo sviluppo del business. Questo vale soprattutto per le aziende di telefonia, le quali fatto salvo per Open Fiber (50% di proprietà di Enel e 50% Cdp) e una quota di minoranza (il 5%) di Telecom Italia in mano Cdp, sono tutte controllate da imprenditori esteri (inglesi, francesi, svizzeri, cinesi e russi). Tuttavia altri colossi dell’industria, come Nestlé - che solo imbottigliando l’acqua che esce dalla fonte della San Pellegrino realizza oltre un miliardo di ricavi l’anno - hanno però investito costantemente non solo in stabilimenti personale e marketing, ma anche a livello locale per rilanciare i luoghi dove si trova la sorgente, facendo dei marchi italiani griffe globali dell’alimentazione salutista.
Restando nel settore idrico, il caso riguarda anche le dighe. Sebbene la prima concessione importante in scadenza riguardi gli impianti idroelettrici gestiti dall’utility lombarda A2a (nel 2020), tutti sono in allerta. Non solo le ex municipalizzate e le utility (dalla romana Acea a Edison ed Enel) ma anche la Erg della famiglia genovese dei Garrone, che ha un 20 % della sua redditività nell’idroelettrico. Nella distribuzione dell’acqua potabile, la società di consulenza finanziaria Equita stima che la più esposta sia Acea (43% della reddittività), seguita da Hera (23%) e dall’ex municipalizzata Iren (19%).
Nei giochi, dove la Lottomatica delle famiglie Boroli-Drago è leader di mercato, c’è da aspettarsi interventi alle prossime scadenze di lotterie, slot machine e Gratta e vinci. Nel digitale, la vicenda interessa Mediaset, ma anche Persidera (70% Telecom e 30% Gedi – la società della famiglia De Benedetti partecipata dagli Agnelli che edita Repubblica), e anche alla Cairo Communication di Urbano Cairo. I multiplex digitali – e i loro canoni – scadranno nel 2032 quando è già previsto che il numero si dimezzerà.
Inoltre, nel caso delle concessioni a piccoli commercianti, spesso il biglietto più oneroso è quello per rilevare da un altro privato l’attività-licenza, come nel caso degli ambulanti. Piccole attività, ma che coprono il grosso degli incassi per lo Stato: su 1,4 miliardi di incassi dalle concessioni di prossima scadenza, 850 milioni vengono da concessioni balneari e ambulanti, categorie che Lega e M5s in campagna elettorale hanno promesso di difendere dalla scure della normativa europea Bolkestein.
Per tutte le altre, invece, si prospetta la possibilità che ogni contratto venga rivisto, anche prima della naturale scadenza, ipotesi confermata solo pochi giorni fa anche dall’altro vicepremier, il leghista Matteo Salvini. Con tutta una serie di ricadute che andranno a inficiare i rapporti con le associazioni industriali - che già non hanno digerito il decreto Dignità - e che avranno ripercussioni in Borsa, visto che molte società concessionarie sono quotate a Piazza Affari.
I prossimi passi del governo saranno monitorati con molta attenzione ad alto livello. Perchè una buona parte delle concessioni sono intestate a famiglie di primo piano dell’economia italiana. A partire da quel Silvio Berlusconi che teme interventi sulle frequenze tv, non solo per eventuali ricadute su Mediaset e - di conseguenza - su Fininvest, ma anche come arma politica per fare pressione su Forza Italia, finora non proprio scatenata all’opposizione in Parlamento.
Oltre ai Benetton e a Berlusconi, ci sono poi i Boroli-Drago, Gavio, Garrone, Zoppas, preoccupati e già pronti a dare battaglia per la gioia degli uffici legali. Certo, la revisione potrebbe richiedere tempo. Secondo uno studio della società di consulenza Kempen, in Italia ci sono circa 30mila concessioni: un numero che da solo basta a spiegare quanto potrebbe complicato il compito per il governo.
Di sicuro, dopo quanto successo a Genova, il primo a doversi preoccupare potrebbe essere il gruppo Gavio, il secondo concessionario in Italia dopo i Benetton: giusto lo scorso 2 agosto hanno ceduto il 40 % delle loro attività nelle autostrade, al fondo di investimento francese Ardian. Ma, in realtà, fino a quando non sarà chiaro come vorrà procedere il governo, chiunque gestisca strade, porti, aeroporti, dighe, acque minerali, giochi, frequenze digitali in teoria da domani potrebbe essere chiamato a spendere qualcosa in più per il suo canone di concessione.
Il punto è trovare quei casi in cui la sproporzione tra quanto il privato realizza dallo sfruttamento di una risorsa pubblica rispetto all’incasso dello Stato è eclatante, per quanto spesso ci si dimentichi di quanto il privato abbia investito per lo sviluppo del business. Questo vale soprattutto per le aziende di telefonia, le quali fatto salvo per Open Fiber (50% di proprietà di Enel e 50% Cdp) e una quota di minoranza (il 5%) di Telecom Italia in mano Cdp, sono tutte controllate da imprenditori esteri (inglesi, francesi, svizzeri, cinesi e russi). Tuttavia altri colossi dell’industria, come Nestlé - che solo imbottigliando l’acqua che esce dalla fonte della San Pellegrino realizza oltre un miliardo di ricavi l’anno - hanno però investito costantemente non solo in stabilimenti personale e marketing, ma anche a livello locale per rilanciare i luoghi dove si trova la sorgente, facendo dei marchi italiani griffe globali dell’alimentazione salutista.
Restando nel settore idrico, il caso riguarda anche le dighe. Sebbene la prima concessione importante in scadenza riguardi gli impianti idroelettrici gestiti dall’utility lombarda A2a (nel 2020), tutti sono in allerta. Non solo le ex municipalizzate e le utility (dalla romana Acea a Edison ed Enel) ma anche la Erg della famiglia genovese dei Garrone, che ha un 20 % della sua redditività nell’idroelettrico. Nella distribuzione dell’acqua potabile, la società di consulenza finanziaria Equita stima che la più esposta sia Acea (43% della reddittività), seguita da Hera (23%) e dall’ex municipalizzata Iren (19%).
Nei giochi, dove la Lottomatica delle famiglie Boroli-Drago è leader di mercato, c’è da aspettarsi interventi alle prossime scadenze di lotterie, slot machine e Gratta e vinci. Nel digitale, la vicenda interessa Mediaset, ma anche Persidera (70% Telecom e 30% Gedi – la società della famiglia De Benedetti partecipata dagli Agnelli che edita Repubblica), e anche alla Cairo Communication di Urbano Cairo. I multiplex digitali – e i loro canoni – scadranno nel 2032 quando è già previsto che il numero si dimezzerà.
Inoltre, nel caso delle concessioni a piccoli commercianti, spesso il biglietto più oneroso è quello per rilevare da un altro privato l’attività-licenza, come nel caso degli ambulanti. Piccole attività, ma che coprono il grosso degli incassi per lo Stato: su 1,4 miliardi di incassi dalle concessioni di prossima scadenza, 850 milioni vengono da concessioni balneari e ambulanti, categorie che Lega e M5s in campagna elettorale hanno promesso di difendere dalla scure della normativa europea Bolkestein.