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Lego vuole un futuro lontano dalla plastica

Le costruzioni più famose al mondo entro il 2030 non saranno più ottenute dal petrolio
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La Lego punta alla seconda resurrezione dando l’addio alla plastica. Il percorso non sarà breve (fino al 2030 resisterà ancora qualche mattoncino figlio degli idrocarburi) ma la strada è segnata: nei prossimi anni il gruppo danese sostituirà un pezzo alla volta la materia prima di tutti i suoi prodotti, convertendosi a materiali sostenibili derivati con ogni probabilità dalla canna da zucchero.

I primi esperimenti sono già iniziati negli Usa dove alle confezioni più costose vengono allegati come omaggio alcune componenti “ecologiche” sperimentali. «Procederemo un passo alla volta perché ancora dobbiamo capire quanto ci costerà la metamorfosi», dice con prudenza il nuovo numero uno Niels Christiansen. I laboratori interni sono al lavoro per trovare la soluzione più conveniente ma tra 12 anni l’unico colore dei mattoncini Lego sarà il verde.

La conversione anti-plastica ser…
La Lego punta alla seconda resurrezione dando l’addio alla plastica. Il percorso non sarà breve (fino al 2030 resisterà ancora qualche mattoncino figlio degli idrocarburi) ma la strada è segnata: nei prossimi anni il gruppo danese sostituirà un pezzo alla volta la materia prima di tutti i suoi prodotti, convertendosi a materiali sostenibili derivati con ogni probabilità dalla canna da zucchero.

I primi esperimenti sono già iniziati negli Usa dove alle confezioni più costose vengono allegati come omaggio alcune componenti “ecologiche” sperimentali. «Procederemo un passo alla volta perché ancora dobbiamo capire quanto ci costerà la metamorfosi», dice con prudenza il nuovo numero uno Niels Christiansen. I laboratori interni sono al lavoro per trovare la soluzione più conveniente ma tra 12 anni l’unico colore dei mattoncini Lego sarà il verde.

La conversione anti-plastica serve anche a regalare una nuova immagine alla società costretta per l’ennesima volta a cambiar pelle per sopravvivere. La prima volta è stata a inizio millennio quando l’avvento dei primi videogiochi ha messo un po’ fuori mercato i passatempo più tradizionali. Tra il 2000 e i 2010, l’azienda è stata salvata dai tagli al personale e da Star Wars: le collezioni legate agli eroi di Guerre Stellari hanno fatto il pieno di ordini rimettendo in carreggiata i conti.

Il rigido controllo dei costi e le royalties legate alle saghe cinematografiche hanno continuato negli ultimi dieci anni a tenere a galla i conti, puntellati pure da alcune diversificazioni digitali e perfino in celluloide con il lancio di un film sul Lego.

Gli smartphone e la disponibilità dei videogames su decine di piattaforme differenti hanno però ripreso negli ultimi tempi a mettere in difficoltà l’equilibrio economico del gruppo, che lo scorso anno è stato costretto ad annunciare 1.400 esuberi. Un modo per allungarsi la vita senza risolvere del tutto i problemi alla radice.

La prova? I conti del primo semestre del 2018 si sono chiusi con una flessione di ricavi e profitti. Colpa del dollaro troppo debole, ha detto l’azienda, senza l’effetto valutario le cose sarebbero andate molto meglio. Ma i numeri confermano in realtà che il Lego, come tutti i giochi della old economy, Barbie compresa, rischia di essere arrivato all’età della pensione.

La conversione ecologica è così un modo per provare a ribaltare il trend, anche se gli analisti - al netto dell’applauso “sociale” all’iniziativa - sono perplessi sulla sua reale convenienza economica.

Uno dei grandi difetti del gruppo danese a inizio millennio, dicono in molti, era quello di non avere il controllo dei conti, producendo spesso intere confezioni che costavano molto di più rispetto ai prezzi cui poi riuscivano a venderle. Proprio per questo motivo Christiansen ha deciso ora di procedere con i piedi di piombo nella lunga strada che porterà la sua azienda a dare l’addio definitivo allo storico mattoncino di plastica.