Marchionne, il ricordo in Duomo a Torino. Ma il governo diserta la commemorazione del “metalmeccanico”
Paolo Griseri , di PAOLO GRISERIIl manager scomparso il 25 luglio. John Elkann commosso lo chiama "il mio amico". Tra la folla anche le tute blu dell'Alfa Romeo. Ma nessuna delegazione Fiom. L'arcivescovo: "Ci ha aiutato a comprendere che non dobbiamo aver paura del nuovo"
TORINO - C’è una macchia grigia e rossa nel mare di grisaglie scure che affolla il Duomo di Torino. Sono le tute degli operai dell’Alfa Romeo di Cassino, quelli che producono gli Stelvio parcheggiati davanti al sagrato, inconsuete auto di rappresentanza per la commemorazione del “metalmeccanico”. Così, tra il serio e il faceto si faceva chiamare Sergio Marchionne. Lo ricorda un commosso John Elkann chiamandolo “il mio amico” al termine di una delle estati più difficili della storia del Lingotto.
”Guai a sostare un attimo, a tirare il fiato dopo una conquista, perché la vita non si ferma, si muove in continuazione”, dice il presidente di Fca. Sono passati poco più di 100 giorni da quando, a Balocco, Elkann aveva regalato la cravatta al suo manager, segno di vittoria per aver finalmente portato l’azienda fuori dal debito. Oggi, tra i banchi del Duomo, accanto ad Elkann c’è Mike Manley,…
”Guai a sostare un attimo, a tirare il fiato dopo una conquista, perché la vita non si ferma, si muove in continuazione”, dice il presidente di Fca. Sono passati poco più di 100 giorni da quando, a Balocco, Elkann aveva regalato la cravatta al suo manager, segno di vittoria per aver finalmente portato l’azienda fuori dal debito. Oggi, tra i banchi del Duomo, accanto ad Elkann c’è Mike Manley,…
TORINO - C’è una macchia grigia e rossa nel mare di grisaglie scure che affolla il Duomo di Torino. Sono le tute degli operai dell’Alfa Romeo di Cassino, quelli che producono gli Stelvio parcheggiati davanti al sagrato, inconsuete auto di rappresentanza per la commemorazione del “metalmeccanico”. Così, tra il serio e il faceto si faceva chiamare Sergio Marchionne. Lo ricorda un commosso John Elkann chiamandolo “il mio amico” al termine di una delle estati più difficili della storia del Lingotto.
”Guai a sostare un attimo, a tirare il fiato dopo una conquista, perché la vita non si ferma, si muove in continuazione”, dice il presidente di Fca. Sono passati poco più di 100 giorni da quando, a Balocco, Elkann aveva regalato la cravatta al suo manager, segno di vittoria per aver finalmente portato l’azienda fuori dal debito. Oggi, tra i banchi del Duomo, accanto ad Elkann c’è Mike Manley, l’uomo della Jeep venuto dall’Inghilterra e gettato all’improvviso in mezzo al rito sabaudo di Fca che rinnova il suo legame con la città dove tutto è cominciato più di un secolo fa. Nel banco oltre il corridoio centrale della chiesa siede Manuela Battezzato, la compagna del manager scomparso, la donna che ha retto da sola il fardello degli ultimi giorni e della drammatica morte di Marchionne. Insieme a lei i parenti abruzzesi dell’amministratore delegato con il maglione.
Entrano in chiesa gli uomini del Novecento politico italiano, quelli che l’effimera rivoluzione grillina si vanta di aver messo nell’angolo. Ci sono Mario Monti e Matteo Renzi. C’è la vicepresidente del Senato, Anna Rossomando. Ci sono i nomi dell’economia: l’ad di Unicredit, Jean Pierre Mustier, il numero uno di Generali, Gabriele Galateri di Genola. Nel banco a fianco siede il patron di Brembo, Alberto Bombassei. Ci sono i Marchionne boys Luca De Meo, (oggi ad di Seat) e Antonio Baravalle (manager di Lavazza). C’è il presidente onorario di Gedi, Carlo De Benedetti. La Torino che conta, dal sindaco, Chiara Appendino, al presidente della Regione, Sergio Chiamparino. L’erede di Armando Testa, Marco, la presidente del Museo Egizio e di Enit, Evelina Christillin. Gli uomini dell’automobile: il presidente della Fia, Jean Todt, l’amministratore delegato di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, il numero uno dell’Acea, l’associazione europea dei costruttori di auto, Ivan Hodac. Gli uomini dello sport: i vertici della Juventus da Marotta ad Allegri a Nedved, al capitano della squadra, Giorgio Chiellini.
La Ferrari è presente con l’amministratore delegato Louis Camilleri. Nei banchi a sinistra dell’altare siedono gli eredi degli Agnelli. John Elkann è in prima fila con la moglie Lavinia, la sorella Ginevra e il padre Alain. Più indietro Maria Sole, la sorella dell’Avvocato, insieme al figlio Eduardo Teodorani Fabbri e al cugino di John, Andrea, presidente della Juventus. In prima fila anche Gianluigi Gabetti, l’uomo che con Umberto Agnelli indicò Marchionne nel ruolo di amministratore delegato al posto di Giuseppe Morchio. Tra i presenti Franzo Grande Stevens, l’avvocato civilista di fiducia, che ha compiuto 90 anni due giorni fa.
Chi manca nella grande chiesa? Le assenze vistose sono due. La prima è quella del governo, la seconda quella della Fiom. Esponenti dell’esecutivo gialloverde hanno tergiversato fino a giovedì sera, prima di scegliere di non essere presenti alla cerimonia in ricordo di uno dei manager che ha salvato più posti di lavoro in Italia, anche a Pomigliano, terra di provenienza del ministro del lavoro Luigi Di Maio. Uno sgarbo meschino. Come suona ripicca la decisione della Cgil di non essere presente. Né con esponenti della Confederazione né con rappresentanze dei metalmeccanici della Fiom. Una caduta di stile in evidente contrasto con la storia di un’organizzazione che ha sempre mantenuto la capacità di condurre battaglie aspre e di riconoscere le controparti. Sono invece tra i banchi esponenti dei sindacati che hanno firmato gli accordi con Marchionne. Dalla Fim alla Uilm, al Fismic.
Nelle parole dell’arcivescovo di Torino c’è tutta l’ansia e la preoccupazione della città per il suo futuro. Quella di Marchionne è l’ennesima morte improvvisa che riapre il problema della prospettiva per decine di migliaia di dipendenti. “Marchionne - dice l’arcivescovo - ci ha aiutato a comprendere che dobbiamo fare i conti con la nostra storia ma che non dobbiamo aver paura del nuovo. Torino oggi deve scuotersi dalla rassegnazione, non limitarci a custodire i talenti ricevuti ma superare uniti l’opaca stagione che stiamo vivendo”. Un invito a guardare avanti, come fecero i servi previdenti che investirono i denari ricevuti in dono dal loro padrone. E a non fare come il guardiano timoroso, che, al contrario, nascose il talento sotto terra per paura di perderlo. Torino e l’Italia sembrano vivere invece la stagione della paura, della disperata difesa dell’esistente.
Sotto le navate del Duomo di Torino l’incertezza del futuro si legge sui volti dei top manager del gruppo. Le decisioni dovranno essere prese rapidamente, Manley ha detto entro fine mese. A cominciare dai nomi del nuovo gruppo dirigente. C’è da sostituire Alfredo Altavilla, già responsabile delle attività europee, oggi dimissionario. E’ presente anche lui, in fondo alla chiesa. Tutto sembrerebbe ripercorrere il cliché delle cerimonie di suffragio per gli altri vertici della Fiat che hanno lasciato nel corso del lungo secolo dell’automobile. In fondo l’unica vera eccezione al rito sabaudo sono le macchie colorate delle tute da lavoro degli operai giunti da tutti gli stabilimenti italiani del gruppo, con le scritte ”Cassino Plant”, “Melfi plant”, “Mirafiori plant”. Segni della vocazione globale dell’azienda creata da Sergio Marchionne. Una novità e anche un segno di rottura degli schemi novecenteschi. In fondo, chi sarebbe andato in tuta al funerale di Gianni Agnelli?
”Guai a sostare un attimo, a tirare il fiato dopo una conquista, perché la vita non si ferma, si muove in continuazione”, dice il presidente di Fca. Sono passati poco più di 100 giorni da quando, a Balocco, Elkann aveva regalato la cravatta al suo manager, segno di vittoria per aver finalmente portato l’azienda fuori dal debito. Oggi, tra i banchi del Duomo, accanto ad Elkann c’è Mike Manley, l’uomo della Jeep venuto dall’Inghilterra e gettato all’improvviso in mezzo al rito sabaudo di Fca che rinnova il suo legame con la città dove tutto è cominciato più di un secolo fa. Nel banco oltre il corridoio centrale della chiesa siede Manuela Battezzato, la compagna del manager scomparso, la donna che ha retto da sola il fardello degli ultimi giorni e della drammatica morte di Marchionne. Insieme a lei i parenti abruzzesi dell’amministratore delegato con il maglione.
Entrano in chiesa gli uomini del Novecento politico italiano, quelli che l’effimera rivoluzione grillina si vanta di aver messo nell’angolo. Ci sono Mario Monti e Matteo Renzi. C’è la vicepresidente del Senato, Anna Rossomando. Ci sono i nomi dell’economia: l’ad di Unicredit, Jean Pierre Mustier, il numero uno di Generali, Gabriele Galateri di Genola. Nel banco a fianco siede il patron di Brembo, Alberto Bombassei. Ci sono i Marchionne boys Luca De Meo, (oggi ad di Seat) e Antonio Baravalle (manager di Lavazza). C’è il presidente onorario di Gedi, Carlo De Benedetti. La Torino che conta, dal sindaco, Chiara Appendino, al presidente della Regione, Sergio Chiamparino. L’erede di Armando Testa, Marco, la presidente del Museo Egizio e di Enit, Evelina Christillin. Gli uomini dell’automobile: il presidente della Fia, Jean Todt, l’amministratore delegato di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, il numero uno dell’Acea, l’associazione europea dei costruttori di auto, Ivan Hodac. Gli uomini dello sport: i vertici della Juventus da Marotta ad Allegri a Nedved, al capitano della squadra, Giorgio Chiellini.
La Ferrari è presente con l’amministratore delegato Louis Camilleri. Nei banchi a sinistra dell’altare siedono gli eredi degli Agnelli. John Elkann è in prima fila con la moglie Lavinia, la sorella Ginevra e il padre Alain. Più indietro Maria Sole, la sorella dell’Avvocato, insieme al figlio Eduardo Teodorani Fabbri e al cugino di John, Andrea, presidente della Juventus. In prima fila anche Gianluigi Gabetti, l’uomo che con Umberto Agnelli indicò Marchionne nel ruolo di amministratore delegato al posto di Giuseppe Morchio. Tra i presenti Franzo Grande Stevens, l’avvocato civilista di fiducia, che ha compiuto 90 anni due giorni fa.
Chi manca nella grande chiesa? Le assenze vistose sono due. La prima è quella del governo, la seconda quella della Fiom. Esponenti dell’esecutivo gialloverde hanno tergiversato fino a giovedì sera, prima di scegliere di non essere presenti alla cerimonia in ricordo di uno dei manager che ha salvato più posti di lavoro in Italia, anche a Pomigliano, terra di provenienza del ministro del lavoro Luigi Di Maio. Uno sgarbo meschino. Come suona ripicca la decisione della Cgil di non essere presente. Né con esponenti della Confederazione né con rappresentanze dei metalmeccanici della Fiom. Una caduta di stile in evidente contrasto con la storia di un’organizzazione che ha sempre mantenuto la capacità di condurre battaglie aspre e di riconoscere le controparti. Sono invece tra i banchi esponenti dei sindacati che hanno firmato gli accordi con Marchionne. Dalla Fim alla Uilm, al Fismic.
Nelle parole dell’arcivescovo di Torino c’è tutta l’ansia e la preoccupazione della città per il suo futuro. Quella di Marchionne è l’ennesima morte improvvisa che riapre il problema della prospettiva per decine di migliaia di dipendenti. “Marchionne - dice l’arcivescovo - ci ha aiutato a comprendere che dobbiamo fare i conti con la nostra storia ma che non dobbiamo aver paura del nuovo. Torino oggi deve scuotersi dalla rassegnazione, non limitarci a custodire i talenti ricevuti ma superare uniti l’opaca stagione che stiamo vivendo”. Un invito a guardare avanti, come fecero i servi previdenti che investirono i denari ricevuti in dono dal loro padrone. E a non fare come il guardiano timoroso, che, al contrario, nascose il talento sotto terra per paura di perderlo. Torino e l’Italia sembrano vivere invece la stagione della paura, della disperata difesa dell’esistente.
Sotto le navate del Duomo di Torino l’incertezza del futuro si legge sui volti dei top manager del gruppo. Le decisioni dovranno essere prese rapidamente, Manley ha detto entro fine mese. A cominciare dai nomi del nuovo gruppo dirigente. C’è da sostituire Alfredo Altavilla, già responsabile delle attività europee, oggi dimissionario. E’ presente anche lui, in fondo alla chiesa. Tutto sembrerebbe ripercorrere il cliché delle cerimonie di suffragio per gli altri vertici della Fiat che hanno lasciato nel corso del lungo secolo dell’automobile. In fondo l’unica vera eccezione al rito sabaudo sono le macchie colorate delle tute da lavoro degli operai giunti da tutti gli stabilimenti italiani del gruppo, con le scritte ”Cassino Plant”, “Melfi plant”, “Mirafiori plant”. Segni della vocazione globale dell’azienda creata da Sergio Marchionne. Una novità e anche un segno di rottura degli schemi novecenteschi. In fondo, chi sarebbe andato in tuta al funerale di Gianni Agnelli?