Manovra, ecco i numeri che ancora mancano al Def
Roberto Petrini , di ROBERTO PETRINITria promette un calo del debito e una clausola di "salvaguardia" che bloccherebbe le spese in deficit se la crescita dovesse deludere, ma non fornisce cifre e obiettivi puntuali
Cinque giorni dopo il consiglio dei ministri che avrebbe dovuto varare la nota di aggiornamento al Def, sappiamo solo (anche per il clamore con cui è stata festeggiato dal balcone di Palazzo Chigi), che il deficit-Pil del prossimo anno sarà al 2,4 per cento, cioè 1,6 punti in più di quanto previsto. E’ evidente che questo tipo di informazione è importante e necessario, ma assolutamente non sufficiente.
Sebbene il ministro dell’Economia abbia detto domenica in una intervista che il debito scenderà di un punto all’anno, la cifra esatta ancora non è nota: quest’anno siamo a quota 130,8 e, secondo i vecchi piani, il prossimo saremmo dovuti scendere al 128 per cento del Pil tondo. Non è escluso che la compatibilità con l’obiettivo di ridurre il debito potrebbe alimentare la tentazione di forzare la riduzione, magari mettendo una somma irrealistica di proventi da privatizzazioni (con un governo che…
Sebbene il ministro dell’Economia abbia detto domenica in una intervista che il debito scenderà di un punto all’anno, la cifra esatta ancora non è nota: quest’anno siamo a quota 130,8 e, secondo i vecchi piani, il prossimo saremmo dovuti scendere al 128 per cento del Pil tondo. Non è escluso che la compatibilità con l’obiettivo di ridurre il debito potrebbe alimentare la tentazione di forzare la riduzione, magari mettendo una somma irrealistica di proventi da privatizzazioni (con un governo che…
Cinque giorni dopo il consiglio dei ministri che avrebbe dovuto varare la nota di aggiornamento al Def, sappiamo solo (anche per il clamore con cui è stata festeggiato dal balcone di Palazzo Chigi), che il deficit-Pil del prossimo anno sarà al 2,4 per cento, cioè 1,6 punti in più di quanto previsto. E’ evidente che questo tipo di informazione è importante e necessario, ma assolutamente non sufficiente.
Sebbene il ministro dell’Economia abbia detto domenica in una intervista che il debito scenderà di un punto all’anno, la cifra esatta ancora non è nota: quest’anno siamo a quota 130,8 e, secondo i vecchi piani, il prossimo saremmo dovuti scendere al 128 per cento del Pil tondo. Non è escluso che la compatibilità con l’obiettivo di ridurre il debito potrebbe alimentare la tentazione di forzare la riduzione, magari mettendo una somma irrealistica di proventi da privatizzazioni (con un governo che sembra andare verso la direzione opposta di uno statalismo di ritorno). È evidente come il nodo andrebbe sciolto a beneficio di tutti.
L’altra questione è la crescita: tutti i maggiori centri studi internazionali danno il Pil dell’Italia, in un panorama di rallentamento internazionale, intorno all’1 per cento. Si potrà arrivare all’1,6 per cento di Pil, come sembra credere Tria, avendolo annunciato nella medesima intervista? Senza contare che il ministro per gli Affari europei, Paolo Savona, ha invece annunciato che il Pil del prossimo anno potrà arrivare al 2 per cento.
La tesi del governo è che gli investimenti pubblici (pari allo 0,2 per cento aggiuntivo di Pil) dovrebbero spingere la crescita. Molti oppongono che l’effetto sul Pil non sia immediato e anche il governatore della Banca d’Italia Visco nei giorni scorsi ha detto che in Italia, vista la burocrazia e la corruzione, gli investimenti rendono meno in termini di crescita.
L’altra questione che emerge è quella della nuova "clausola di salvaguardia" che il governo vorrebbe introdurre a tutela delle crescita e delle spese. Si dice che se la crescita sarà inferiore al previsto, cioè dell’1,6 per cento, scatterebbe una tagliola sul deficit, che a quel punto non arriverebbe più al 2,4 tanto decantato ma scenderebbe. Insomma se a metà anno le cose non andassero bene si potrebbe tornare indietro su molte delle misure annunciate con tanta enfasi.
Non sorprendono le reazioni negative di Bruxelles, e forse più che allo spread bisognerebbe guardare ai Cds, i Credit default swap, cioè una sorta di polizza assicurativa sul rischio di default del debito italiano, che è schizzata, sull'orizzonte quinquennale, a quota 250 mentre Spagna e Portogallo stanno a 100.
Sebbene il ministro dell’Economia abbia detto domenica in una intervista che il debito scenderà di un punto all’anno, la cifra esatta ancora non è nota: quest’anno siamo a quota 130,8 e, secondo i vecchi piani, il prossimo saremmo dovuti scendere al 128 per cento del Pil tondo. Non è escluso che la compatibilità con l’obiettivo di ridurre il debito potrebbe alimentare la tentazione di forzare la riduzione, magari mettendo una somma irrealistica di proventi da privatizzazioni (con un governo che sembra andare verso la direzione opposta di uno statalismo di ritorno). È evidente come il nodo andrebbe sciolto a beneficio di tutti.
L’altra questione è la crescita: tutti i maggiori centri studi internazionali danno il Pil dell’Italia, in un panorama di rallentamento internazionale, intorno all’1 per cento. Si potrà arrivare all’1,6 per cento di Pil, come sembra credere Tria, avendolo annunciato nella medesima intervista? Senza contare che il ministro per gli Affari europei, Paolo Savona, ha invece annunciato che il Pil del prossimo anno potrà arrivare al 2 per cento.
La tesi del governo è che gli investimenti pubblici (pari allo 0,2 per cento aggiuntivo di Pil) dovrebbero spingere la crescita. Molti oppongono che l’effetto sul Pil non sia immediato e anche il governatore della Banca d’Italia Visco nei giorni scorsi ha detto che in Italia, vista la burocrazia e la corruzione, gli investimenti rendono meno in termini di crescita.
L’altra questione che emerge è quella della nuova "clausola di salvaguardia" che il governo vorrebbe introdurre a tutela delle crescita e delle spese. Si dice che se la crescita sarà inferiore al previsto, cioè dell’1,6 per cento, scatterebbe una tagliola sul deficit, che a quel punto non arriverebbe più al 2,4 tanto decantato ma scenderebbe. Insomma se a metà anno le cose non andassero bene si potrebbe tornare indietro su molte delle misure annunciate con tanta enfasi.
Non sorprendono le reazioni negative di Bruxelles, e forse più che allo spread bisognerebbe guardare ai Cds, i Credit default swap, cioè una sorta di polizza assicurativa sul rischio di default del debito italiano, che è schizzata, sull'orizzonte quinquennale, a quota 250 mentre Spagna e Portogallo stanno a 100.