Pensioni e "quota 100", gli statali: "Nessuno tocchi la liquidazione"
di RAFFAELE RICCIARDI
La Cisl stoppa l'idea di dilazionare il pagamento del Trattamento di fine servizio per evitare un conto da 3 miliardi alle casse dello Stato. Il segretario Petriccioli chiede interventi correttivi per agevolare le donne, che difficilmente arrivano ai 38 anni di contributi necessari per il nuovo meccanismo. "Servono assunzioni per bilanciare l'esodo, o scadranno i servizi offerti ai cittadini"
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MILANO - Attivare le assunzioni promesse per bilanciare il maxi-esodo di lavoratori pubblici con la "quota 100" in arrivo; non toccare i tempi di erogazione del Trattamento di fine servizio, che potrebbe essere dilazionato dopo la mina sui conti pronta a esplodere con i nuovi requisiti di pensionamento che richiederebbero il pagamento di ingenti liquidazioni; bilanciare le nuove misure a favore delle donne; mettere sul tavolo le risorse per confermare gli aumenti contrattuali da 20 euro ottenuti dal governo Gentiloni e soprattutto avviare la trattativa per i rinnovi contrattuali del triennio 2019-2021. Sono le richieste che la Cisl Funzione pubblica avanza al governo, impegnato nel definire la riforma previdenziale ma con un nuovo ostacolo da superare. Come ricostruisce Repubblica in edicola, infatti, la possibilità di lasciare il lavoro con 62 anni di età e 38 di contributi (la "quota 100", appunto) investe circa 160mila dipententi della Pa e si abbatte come un boomerang sui conti pubblici: serviranno infatti circa 3 miliardi per pagare le loro liquidazioni.
Maurizio Petriccioli, segretario generale della Cisl Fp, per tamponare il problema il governo sembra accarezzare l'idea di ritardare l'erogazione del Trattamento di fine servizio al momento dell'età della pensione di vecchiaia, 67 anni. Siete preoccupati?
E' un'idea inaccettabile. Abbiamo già presentato diverse cause pilota nei tribunali e aspettiamo una pronuncia a livello costituzonale perché contestiamo l'iniquità già esistente tra i lavoratori del settore privato e del pubblico, visto che questi ultimi possono metterci fino a tre anni per incassare la liquidazione (per le somme oltre i 100mila euro, ndr). Se si ragiona non di livellare queste differenze, ma addirittura di allungare le tempistiche sarebbe una questione assolutamente inaccettabile.
Un'altra possibile via di fuga è il coinvolgimento del banche, alle quali far anticipare il Tfs un po' come per l'Ape. E' fattibile?
E' una forma di cartolarizzazione che non ci sconvolge: si può fare, ma chiaramente non ci devono essere costi per il dipendente pubblico. L'eventuale remunerazione delle banche deve ricadere su chi si fa anticipare i soldi da versare al dipendente: il suo Ministero o l'ente che sia.
Il presidente dell'Inps, Tito Boeri, ha parlato di "quota 100" come una misura a vantaggio degli uomini, premiati in nove casi su dieci. Cosa ne pensa?
Un rilievo pertinente, ma non vuol dire che abbiamo un pregiudizio assoluto su "quota 100": sarebbe una agevolazione per molti lavoratori. Ma avendo il 60 per cento di lavoratrici donne, siamo consapevoli che hanno problemi a mettere insieme i 38 anni di contributi che sarebbero necessari per accedere alla pensione col nuovo meccanismo. Anche nel pubblico, hanno carriere più frammentate e spesso per la maternità sono entrate in servizio più tardi.
Come ovviare, dunque?
Servirebbero agevolazioni specifiche. Penso ad esempio a un meccanismo di legge che preveda un anno di contributi figurativi per le donne che hanno avuto una maternità, anche durante il periodo in cui non erano in servizio.
E come farsene carico con i noti problemi di bilancio?
Ne siamo consapevoli, ma le questioni di spesa non possono esser messe sul piatto della bilancia con le questioni di equità. Nel primo caso, quello del pagamento ritardato del Tfs, si tratta di uguaglianza tra lavoratori del pubblico e del privato. In quest'ultimo caso, di parità tra uomini e donne.
Vede altri risvolti problematici nell'applicare la quota 100 al pubblico?
Oltre 150mila persone che escono dall'area pubblica significa indebolire un organico che da un decennio e passa non prevvede nemmeno il rinnovo del turnover. Sfatiamo un mito: i dipendenti pubblici in Italia, rapportati alla popolazione, sono meno di quel che si vede in Germania o Francia. Ci saranno problemi di redistribuzione o di organizzazione, ma continuare a far uscire lavoratori senza i corretti rimpiazzi rischia di mettere in ginocchio servizi fondamentali per i cittadini e le imprese. Non parlo solo degli aspetti burocratici, ma delle corsie degli ospedali e delle scuole.
Servono assunzioni, insomma.
Le dichiarazioni della ministra Bongiorno programmano nel triennio che parte nel 2019 assunzioni di 350-400mila persone, in praticolare di ragazzi e ragazze che hanno profili in linea con le nuove tecnologie e professionalità necessarie a far progredire la Pa. Bene, na per fare questo bisogna finanziarlo. Allo stato attuale non abbiamo notizie di questi fondi: servono nella legge di Bilancio, ma nei macro-numeri della Nota di aggiornamento del Def ancora non li scorgiamo.
Pare che ci possano essere invece soldi per confermare l'aumento da 20 euro al mese, ma nulla sui rinnovi contrattuali.
Insieme a Cgil e Uil della funzione pubblica siamo stati chiari: nella legge di Bilancio ci devono essere le risorse per garantire l’elemento perequativo (l'aumento in busta paga da circa 20 euro siglato col governo Gentiloni a febbraio scorso, ndr) e contemporaneamente ci devono esser almeno le risorse relative al primo anno per il rinnovo contrattuale del triennio 2019-2021. Serve almeno uno stanziamento iniziale, quello per il 2019 per aprire il tavolo negoziale. Diversamente significherebbe ragionare su una cambiale scoperta: come potremmo partire nel dialogo?