Privatizzazioni, un "azzardo" da 10 miliardi
Marco Patucchi , di Marco PatucchiNella Nadaf previste dismissioni pari a 0,3 punti di Pil all'anno nel 2019 e 2020. Ma il governo sta seguendo la strada opposta, con le aziende di Stato utilizzate per sostenere occupazione, investimenti e salvataggi industriali. Così si fa largo l'ipotesi di coprire quelle previsioni di incasso con il riordino delle concessioni autostradali e portuali
Roma - Le privatizzazioni? Non sono la ricetta giusta per abbattere il debito pubblico. Lo dimostrano gli scarsi risultati degli ultimi anni. Laura Castelli, viceministro dell’Economia grillino, lo ha rinfacciato senza troppi giri di parole in un confronto televisivo a Pier Carlo Padoan, ministro del Tesoro dei governi Renzi e Gentiloni. Più o meno nello stesso momento, il premier Giuseppe Conte incontrava a Palazzo Chigi i vertici delle aziende pubbliche per invitarli a sostenere con migliaia di assunzioni e con gli investimenti (si pensa ad almeno 20 miliardi di euro) il rilancio dell’economia italiana. Un ritorno in grande stile dello “Stato padrone” come driver della ripresa, rappresentato plasticamente dal ruolo delle Fs nel salvataggio di Alitalia e, insieme all’altro gruppo pubblico Leonardo, di Industria italiana autobus.
Ma c’è un però che pesa come un macigno. Anzi, per essere precisi pesa circa 10 miliardi di e…
Ma c’è un però che pesa come un macigno. Anzi, per essere precisi pesa circa 10 miliardi di e…
Roma - Le privatizzazioni? Non sono la ricetta giusta per abbattere il debito pubblico. Lo dimostrano gli scarsi risultati degli ultimi anni. Laura Castelli, viceministro dell’Economia grillino, lo ha rinfacciato senza troppi giri di parole in un confronto televisivo a Pier Carlo Padoan, ministro del Tesoro dei governi Renzi e Gentiloni. Più o meno nello stesso momento, il premier Giuseppe Conte incontrava a Palazzo Chigi i vertici delle aziende pubbliche per invitarli a sostenere con migliaia di assunzioni e con gli investimenti (si pensa ad almeno 20 miliardi di euro) il rilancio dell’economia italiana. Un ritorno in grande stile dello “Stato padrone” come driver della ripresa, rappresentato plasticamente dal ruolo delle Fs nel salvataggio di Alitalia e, insieme all’altro gruppo pubblico Leonardo, di Industria italiana autobus.
Ma c’è un però che pesa come un macigno. Anzi, per essere precisi pesa circa 10 miliardi di euro nei prossimi due anni. Emerge dalle pagine della Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Nadef) dove a proposito del rapporto debito/Pil si legge che «nello scenario programmatico si ipotizzano proventi da dismissioni ed altre entrate afferenti al Fondo di ammortamento del debito pubblico pari a 0,3 punti di Pil all’anno per il periodo 2018-2020. Tenuto conto di tali introiti, la discesa del rapporto debito/Pil è attesa pari a 0,3 punti quest’anno, e quindi 0,9 punti nel 2019, 1,9 nel 2020 e 1,3 nel 2021». Né più né meno la ricetta che ogni recente esecutivo ha indicato nei propri programmi, senza quasi mai centrare gli obiettivi. Una specie di copia-incolla con implicazioni politiche non di poco conto, visto il clima di sfiducia sulla praticabilità delle strategie economico-finanziarie del governo, che si respira negli organismi nazionali e internazionali.
Una fetta di questi introiti da dismissioni è attesa dalla valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico (nell’ultima Nadef si stimano circa 600 milioni di euro ogni anno dal 2018 al 2020), altro cavallo di battaglia di sempre nel nostro Paese raramente giunto al traguardo anche per i vincoli della Corte dei conti che complicano l’adeguamento alle quotazioni del mercato immobiliare. Tutto il resto rimane nascosto nella nebbia dell’approssimazione.
Si sono perse le tracce di progetti di vendite di Stato abbozzate negli ultimi anni, a cominciare dalla privatizzazione parziale delle Ferrovie già naufragata con i governi di centrosinistra. Stesso discorso per le ipotizzate nuove tranche di collocamenti di Poste e Enav, o magari di Eni e Enel. Mentre la annunciata retromarcia dell’incorporazione di Anas nelle Fs, sembra seguire il percorso di riappropriazione da parte dello Stato del suo ruolo di padrone, evidente oltretutto nel ricorrente utilizzo (effettivo o progettuale) di strumenti come la Cdp o Invitalia.
Le privatizzazioni e le relative cifre, dunque, nella Nadef gialloverde somigliano ad un azzardo. A meno che tra le righe di quel libro dei sogni non si nasconda una sorta di piano B. In effetti, anche se in subordine rispetto alle classiche dismissioni mobiliari e immobiliari, il governo pensa al riordino delle concessioni che, si legge sempre nel documento di programmazione, «potrebbero essere direttamente o indirettamente rilevanti dal punto di vista della finanza pubblica e della riduzione del rapporto debito/Pil».
Seguendo questa traccia si arriva a riflessioni in corso nell’esecutivo e, in particolare, nei ministeri competenti: non si tratta più del “furore vessatorio” dei giorni immediatamente successivi alla tragedia del ponte Morandi, quanto piuttosto di un ragionamento complessivo sulla possibilità di rivedere e attualizzare le concessioni rispetto ai percorsi, ad esempio, dell’inflazione. O, magari, prevedendo una cadenza molto più stringente sugli adeguamenti dei canoni. Nel mirino del governo non solo le concessioni autostradali, ma anche quelle dei porti che negli ultimi decenni hanno portato introiti insignificanti alle casse dello Stato. Un percorso tutto da definire, però, perché ad oggi non è dato sapere come gli incassi delle concessioni potranno essere trasferiti al fondo di ammortamento del debito pubblico. «Ci stiamo lavorando», assicurano fonti governative.
Ma c’è un però che pesa come un macigno. Anzi, per essere precisi pesa circa 10 miliardi di euro nei prossimi due anni. Emerge dalle pagine della Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Nadef) dove a proposito del rapporto debito/Pil si legge che «nello scenario programmatico si ipotizzano proventi da dismissioni ed altre entrate afferenti al Fondo di ammortamento del debito pubblico pari a 0,3 punti di Pil all’anno per il periodo 2018-2020. Tenuto conto di tali introiti, la discesa del rapporto debito/Pil è attesa pari a 0,3 punti quest’anno, e quindi 0,9 punti nel 2019, 1,9 nel 2020 e 1,3 nel 2021». Né più né meno la ricetta che ogni recente esecutivo ha indicato nei propri programmi, senza quasi mai centrare gli obiettivi. Una specie di copia-incolla con implicazioni politiche non di poco conto, visto il clima di sfiducia sulla praticabilità delle strategie economico-finanziarie del governo, che si respira negli organismi nazionali e internazionali.
Una fetta di questi introiti da dismissioni è attesa dalla valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico (nell’ultima Nadef si stimano circa 600 milioni di euro ogni anno dal 2018 al 2020), altro cavallo di battaglia di sempre nel nostro Paese raramente giunto al traguardo anche per i vincoli della Corte dei conti che complicano l’adeguamento alle quotazioni del mercato immobiliare. Tutto il resto rimane nascosto nella nebbia dell’approssimazione.
Si sono perse le tracce di progetti di vendite di Stato abbozzate negli ultimi anni, a cominciare dalla privatizzazione parziale delle Ferrovie già naufragata con i governi di centrosinistra. Stesso discorso per le ipotizzate nuove tranche di collocamenti di Poste e Enav, o magari di Eni e Enel. Mentre la annunciata retromarcia dell’incorporazione di Anas nelle Fs, sembra seguire il percorso di riappropriazione da parte dello Stato del suo ruolo di padrone, evidente oltretutto nel ricorrente utilizzo (effettivo o progettuale) di strumenti come la Cdp o Invitalia.
Le privatizzazioni e le relative cifre, dunque, nella Nadef gialloverde somigliano ad un azzardo. A meno che tra le righe di quel libro dei sogni non si nasconda una sorta di piano B. In effetti, anche se in subordine rispetto alle classiche dismissioni mobiliari e immobiliari, il governo pensa al riordino delle concessioni che, si legge sempre nel documento di programmazione, «potrebbero essere direttamente o indirettamente rilevanti dal punto di vista della finanza pubblica e della riduzione del rapporto debito/Pil».
Seguendo questa traccia si arriva a riflessioni in corso nell’esecutivo e, in particolare, nei ministeri competenti: non si tratta più del “furore vessatorio” dei giorni immediatamente successivi alla tragedia del ponte Morandi, quanto piuttosto di un ragionamento complessivo sulla possibilità di rivedere e attualizzare le concessioni rispetto ai percorsi, ad esempio, dell’inflazione. O, magari, prevedendo una cadenza molto più stringente sugli adeguamenti dei canoni. Nel mirino del governo non solo le concessioni autostradali, ma anche quelle dei porti che negli ultimi decenni hanno portato introiti insignificanti alle casse dello Stato. Un percorso tutto da definire, però, perché ad oggi non è dato sapere come gli incassi delle concessioni potranno essere trasferiti al fondo di ammortamento del debito pubblico. «Ci stiamo lavorando», assicurano fonti governative.