Economia

Farabollini: "Ricostruzione, cambiamo modello. Più spazio a sindaci e tecnici"

Il geologo, nuovo commissario per il centro Italia nominato lo scorso 4 ottobre, stabilisce le priorità: velocizzare, snellire le procedure, anche attraverso modifiche alla normativa. "Un errore mandare gli sfollati sulla costa, potrebbero non tornare mai più"

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Fino a pochi giorni fa Piero Farabollini non si sarebbe mai aspettato di diventare il nuovo commissario per la ricostruzione nel centro Italia. Nessuna "entratura" in politica, niente auto-candidature. Sfumata l'opzione Sergio Pirozzi, quando il governo ha dovuto individuare il successore di Paola De Micheli (Pd) ha tracciato l'identikit di un tecnico. E il geologo Farabollini, docente all'università di Camerino e presidente dell'ordine delle Marche, l'ha spuntata soprattutto grazie al pressing dei 5 Stelle. Una vita passata a studiare faglie e geomorfologia, dal 24 agosto del 2016 ha consumato le gomme della propria auto sulle strade (spesso semi-distrutte) di tutto il cratere sismico per scopi scientifici. Ha parlato con tecnici e amministratori locali. E oggi quel bagaglio di esperienza gli è valso la nomina a commissario. Dopo oltre due anni non solo la ricostruzione procede lenta e nel frattempo quest'area dell'Appennino, a cavallo tra tre regioni, ha continuato a spopolarsi.
 
Dopo due emiliani, ora il commissario per la ricostruzione è un marchigiano di Treia. Nelle Marche  si è concentrato il 62% del danno, di cui quasi la metà (il 42% in provincia di Macerata). Di questo, spiega Farabollini, "non è possibile non tener conto. In questo momento le Marche hanno un'esigenza molto importante cui dobbiamo rispondere".
 
Commissario, non solo la ricostruzione ma anche la gestione del post-sisma vanno a rilento. Qual è la priorità?
Velocizzare. Ridurre al minimo i colli di bottiglia, anche normativi, per dare risposte agli abitanti di questi territori. Molti problemi li conosco e li avevo già segnalati nei mesi scorsi.
 
Velocizzare, ma in che modo?
Senza andare troppo nello specifico, penso che sia necessario modificare la normativa attuale per rispondere alle criticità segnalate da chi lavora quotidianamente sui territori. Non a caso tra i miei compiti c'è quello di lavorare a stretto contatto con i tecnici e con i sindaci.
 
Quale sarà la sua impostazione?
Coerente con quella del governo che vuole passare il più in fretta possibile dalle parole ai fatti riducendo al minimo la distanza tra fase di ascolto e attuazione dei progetti. I sindaci vogliono essere più coinvolti e penso sia una richiesta giusta: nessuno meglio di loro conosce le esigenze e i problemi che variano da zona a zona. Proprio come la geologia di questi luoghi. Tra commissario e istituzioni regionali e locali deve esserci maggiore sinergia.
 
Quello che ha tracciato sembra l'identikit del cosiddetto "modello Marche-Umbria" adottato dopo il terremoto del 1997.
Nel "modello Marche-Umbria" i presidenti di regione erano i commissari e i sindaci i vice. E' stato applicato ad un cratere molto più ridotto e fin dall'avvio dell'emergenza. Oltre a questo, io sono stato nominato ora, dopo due anni in cui si è seguita un'impostazione diversa.
 
La sua sembra una bocciatura del modello Emilia Romagna adottato finora...
Non si tratta di dire sì o no ad un modello, è che per il sisma 2016 sono stati applicati strumenti inadatti e ci sono voluti due anni per capire che ogni terremoto è diverso. Bisogna riconoscere che il cratere attuale ha un'estensione senza precedenti nella storia recente italiana, quindi anche la ricostruzione deve essere senza precedenti.
 
A parte la vastità del cratere, perché quel modello è così difficile da applicare al centro Italia?
Faccio due esempi. Gli edifici da ricostruire in Emilia Romagna erano soprattutto in calcestruzzo. Nel centro Italia abbiamo decine di frazioni in cui si è costruito con una miriade di tecniche diverse: laddove è stata utilizzata la pietra, persino il tipo di pietra varia molto. Altro esempio le stalle: nel sisma 2012 si aveva a che fare con grandi allevamenti, oggi con stalle di dimensioni ridottissime, da 3-4 animali. Piccole strutture, ma fondamentali per continuare a vivere in questi luoghi. Sembrano dettagli ma le normative si costruiscono anche sulla base di questi aspetti.
 
In quelle terre di montagna, già poco abitate, il rischio di spopolamento è altissimo. Cosa si può fare per arginare l'emorragia di abitanti?
Il mio compito è velocizzare la ricostruzione, quello del legislatore è trovare strumenti che possano incentivare la permanenza e, prima possibile, favorire nuovi insediamenti.
 
Ora però nei pressi dei paesini distrutti ci sono le casette, le cosiddette aree Sae.
Sì, ma questo è da poco. Non possiamo negare che sradicare i cittadini dal loro luogo di residenza per oltre un anno non può essere senza conseguenze. In alcuni casi gli abitanti di intere frazioni sono stati portati al mare, in attesa che il paese venga ricostruito. In questo modo si rischiano di perdere tre generazioni. Quelle persone potrebbero non tornare più. I figli degli sfollati si abitueranno allo stile di vita delle aree costiere, dove c'è più lavoro, spostarsi è più semplice e le relazioni sociali profondamente diverse. Per quale motivo dovrebbero tornare in montagna dopo 20 anni, per ricominciare da zero?
 
Com'è cambiata la sua vita?
Mi divido tra Roma e Rieti (dove si trova il quartier generale della struttura commissariale ndr) e continuo a fare quello che ho sempre fatto, solo con compiti diversi: andare sui territori e parlare con le persone che vivono ogni giorno il disagio del post-terremoto. Solo così ci si rende conto di cosa funziona e cosa no.
 
Ha l'impressione che negli ultimi mesi il centro Italia non sia più illuminato dai riflettori dei media?
Sì. A questo ha contribuito anche il disastro di Genova ma è comprensibile che la stampa si concentri su un evento più recente. Oltretutto il crollo del ponte Morandi ha di nuovo evidenziato due gravi carenze del nostro Paese: la manutenzione delle infrastrutture e la prevenzione. È bene che il tema resti in cima all'agenda della politica. Vorrei però chiarire una cosa riguardo al tema della visibilità: noi non vogliamo stare al centro dell'attenzione. Vorrei che i media parlassero del centro Italia per quello che si fa, per come avanza la ricostruzione. Che la notizia non fosse più solo il disagio, ma quello che stiamo facendo per rialzarci.