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(ap)

Quattro miliardi di incassi futuri, ultima carta di Tria

Il ministro chiederà la “retroazione” per ridurre il deficit/Pil a 2,1-2,2%
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Roma. Una corsa contro il tempo e una disperata ricerca di un compromesso. Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, giocherà nei prossimi giorni le sue ultime carte, stretto tra le richieste ultimative dell’Europa e le pressioni dei gialloverdi per non tradire il “contratto”. Il test parlamentare comincia oggi, con l’avvio dell’iter dei 108 articoli della manovra in Commissione Bilancio della Camera, poi le audizioni, da Bankitalia alla Corte dei Conti all’Upb, ed entro martedì della prossima settimana la “riscrittura” della manovra.

In verità, nel mezzo delle polemiche dei leader gialloverdi, Tria ha già tentato dei piccoli passi in avanti. Ad esempio sulla scalettatura del deficit-Pil: a fine settembre era stato annunciato al 2,4 per cento per tre anni, con conseguente festeggiamenti dal balcone di Palazzo Chigi, poi il 3 ottobre, la nota di aggiornamento al Def ridimensionò il 2020 al 2,…
Roma. Una corsa contro il tempo e una disperata ricerca di un compromesso. Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, giocherà nei prossimi giorni le sue ultime carte, stretto tra le richieste ultimative dell’Europa e le pressioni dei gialloverdi per non tradire il “contratto”. Il test parlamentare comincia oggi, con l’avvio dell’iter dei 108 articoli della manovra in Commissione Bilancio della Camera, poi le audizioni, da Bankitalia alla Corte dei Conti all’Upb, ed entro martedì della prossima settimana la “riscrittura” della manovra.

In verità, nel mezzo delle polemiche dei leader gialloverdi, Tria ha già tentato dei piccoli passi in avanti. Ad esempio sulla scalettatura del deficit-Pil: a fine settembre era stato annunciato al 2,4 per cento per tre anni, con conseguente festeggiamenti dal balcone di Palazzo Chigi, poi il 3 ottobre, la nota di aggiornamento al Def ridimensionò il 2020 al 2,1 e il 2021 all’1,8 per cento. Un ritocco che Bruxelles non prese neanche in considerazione e rinviò al mittente. Ma comunque un tentativo di moderazione.

Ora la partita che il ministro sta giocando si chiama “retroazione”. La formula è pressoché sconosciuta ma figura già nella lettera che il Tesoro ha inviato a Bruxelles il 22 ottobre scorso. Tria avverte, in buona sostanza, che, come ha detto alla Giornata del risparmio nei giorni scorsi, il tetto del deficit al 2,4 per cento, fissato nei documenti italiani, corrisponde ad una crescita del solo 0,9 per cento del Pil. Di conseguenza, nella prospettiva del Tesoro, visto che l’obiettivo fissato di crescita del Pil è ben maggiore, cioè dell’1,5 per cento, il deficit potrebbe diminuire e finire l’anno al 2,1-2,2 per cento.

Perché questo effetto non si vede dai conti? Perché la “retroazione”, cioè le maggiori entrate dovute ad un Pil più elevato, circa 4 miliardi, di solito vengono rilevate a consuntivo, dunque nel marzo del 2020 mentre il Tesoro invita a considerarle “incassate” fin da oggi. Naturalmente questo ragionamento non scavalca le obiezioni di una crescita minore rispetto alle tendenze internazionali (che stanno intorno all’1 per cento) e continua a contare su una manovra che avrà un effetto espansivo sul Pil. Ma la cifra della “retroazione” potrebbe tornare utile se messa nero su bianco.

L’altra mossa che l’Italia sta tentando di porre sul tavolo per raffreddare le tensioni di Bruxelles e dei mercati è quella dello scorporo dalla manovra delle due misure chiave, pensioni e reddito di cittadinanza: il testo della legge di Bilancio, come è ormai noto, contiene le risorse, circa 16 miliardi in una specie di “fondo globale” con titolo, ma le “congela” perché non ci sono le norme. Tant’è che Di Maio, per rassicurare l’elettorato, ha parlato di un decreto a Natale e Giorgetti dell’arrivo di provvedimenti, presumibilmente “collegati” alla Finanziaria, dopo l’approvazione della stessa legge di Bilancio. Di fatto si guadagna tempo, favorendo lo slittamento dell’entrata in vigore nei primi mesi dell’anno, si ha più spazio per definire con precisione platee e criteri e si lascia comunque la porta aperta a qualsiasi altra evenienza perché la manovra non esclude che le risorse non utilizzate possano essere destinate a riduzione del disavanzo, la cosiddetta clausola salva-deficit.