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(ansa)

Il "baco" che allarga il reddito di cittadinanza

Fissare un Isee a 9.360 euro significa dare il sussidio anche a chi non è povero e ha un reddito familiare di 21 mila euro 
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ROMA - Siamo davvero sicuri che il reddito di cittadinanza sia uno strumento di lotta alla povertà assoluta? A giudicare dalle scarne informazioni sin qui a disposizione, non del tutto. Ad un mese o poco più dall’arrivo in Consiglio dei ministri del decreto legge che lo istituirà, come confermava ieri il vicepremier Luigi Di Maio — subito dopo l’approvazione della manovra — per partire a marzo con le domande (o con le prime erogazioni, non è chiaro), sappiamo solo che l’assegno spetterà alle famiglie con Isee fino a 9.360 euro.
Ebbene tra queste ricade anche quella di tre persone — genitori e figlio minore — con reddito di 21 mila euro, 5 mila euro in banca, un affitto da 7 mila euro all’anno o una casa in proprietà e mutuo residuo da pagare da 50 mila euro o superiore. Non proprio una famiglia di nababbi. Ma di certo sopra il livell…
ROMA - Siamo davvero sicuri che il reddito di cittadinanza sia uno strumento di lotta alla povertà assoluta? A giudicare dalle scarne informazioni sin qui a disposizione, non del tutto. Ad un mese o poco più dall’arrivo in Consiglio dei ministri del decreto legge che lo istituirà, come confermava ieri il vicepremier Luigi Di Maio — subito dopo l’approvazione della manovra — per partire a marzo con le domande (o con le prime erogazioni, non è chiaro), sappiamo solo che l’assegno spetterà alle famiglie con Isee fino a 9.360 euro.
Ebbene tra queste ricade anche quella di tre persone — genitori e figlio minore — con reddito di 21 mila euro, 5 mila euro in banca, un affitto da 7 mila euro all’anno o una casa in proprietà e mutuo residuo da pagare da 50 mila euro o superiore. Non proprio una famiglia di nababbi. Ma di certo sopra il livello di povertà a cui fa riferimento da sempre il Movimento Cinque Stelle, identificata in 16 mila e 848 euro di entrate per un nucleo di questo tipo, in base alla scala di equivalenza dell’Ocse. Scala che, per inciso, M5S punterebbe a smussare perché troppo generosa.
Cosa succede, quindi? Il sospetto è di un cortocircuito matematico che ha portato via via a confondere la soglia di povertà — dedotta dall’indicatore ufficiale dell’Unione europea: 780 euro al mese, 9.360 euro all’anno — con la soglia Isee dello stesso importo. Avere un reddito di 9.360 euro non significa però avere un uguale Isee. Anzi, come visto, un Isee attorno ai 9 mila euro può corrispondere anche a un reddito da 21 mila.
E questo perché nell’Indicatore della situazione economica equivalente pesa non solo la busta paga, ma anche i risparmi in banca, gli investimenti finanziari. E soprattutto, secondo un complesso meccanismo di franchigie e ponderazioni, la prima casa (oltre alle eventuali seconde). Se si abita in un immobile di proprietà, ad esempio ereditato, l’Isee può salire anche sopra i 9 mila, nel nostro esempio, e far perdere il sussidio. Se però esiste un mutuo residuo si scende a 8.800. Addirittura 5.400, se in affitto.

Motivo per cui il governo Gentiloni decise di accostare — per il Rei, il reddito di inclusione vigente — all’Isee da 6 mila euro un altro requisito reddituale (Isr da 3 mila).

La casa fa dunque la differenza, tra ricevere o no il reddito. E qui il secondo granello di sabbia nell’ingranaggio pentastellato. Il presidente dell’Istat Maurizio Franzini ha rivelato, tre giorni fa in audizione parlamentare sulla manovra, che quattro famiglie su dieci sotto la soglia di povertà vivono in case di proprietà.

E una su dieci paga un mutuo medio di 525 euro. Mentre chi è in affitto (44%) sostiene una spesa media di 310 euro. Ebbene nello schema grillino del reddito di cittadinanza solo questi ultimi riceverebbero 280 euro (dei 780 promessi) come contributo alle spese di affitto. Mentre il 10% di famiglie povere con un mutuo — in media superiore all’affitto — si dovrebbero accontentare al massimo di 500 euro. Una discriminazione.

I conti dunque continuano a non tornare. Se ne è accorta anche la Svimez che in una simulazione per Repubblica ha provato a quantificare gli aventi diritto del reddito di cittadinanza. Parliamo di 2 milioni e mezzo di famiglie con Isee fino a 9 mila euro, per metà collocate al Sud e l’altra metà al Centro-Nord. Per raggiungerle tutte non basterebbero gli 8 miliardi stanziati dal governo. Ne servirebbero 17. E il 65% prenderebbe la via del Mezzogiorno (dieci punti in meno però del Rei ora in vigore): 11 miliardi su 17.

Il sussidio medio oscillerebbe tra i 300 euro del single ai 1.200 euro al mese della famiglia sopra 5 componenti, nell’ipotesi — spiega Luca Bianchi, vicedirettore Svimez — che il 50% dei beneficiari viva in affitto e l’altro 50% in casa di proprietà, senza “bonus mattone”. Se si guarda alle fasce Isee, gli assegni più alti sarebbero incassati da chi dichiara Isee zero. Si tratta di mezzo milione di famiglie italiane, non poche. Avrebbero un reddito tra 535 e 1.900 euro. Interessante anche l’ultima fascia Isee, tra 6 e 9 mila euro. Svimez individua 178 mila famiglie che perderebbero, per poco, il reddito solo perché proprietarie di casa. Alle rimanenti spetterebbe un assegno tra 63 e 1.200 euro al mese. 

Con gli 8 miliardi del governo, calcola Svimez, gli importi però si sgonfierebbero: tra 178 e 490 euro. Un mini-reddito di cittadinanza, da distribuire a 2,3 milioni di famiglie. «I dati ci dicono che siamo lontani dall’obiettivo del governo di garantire la soglia dei 780 euro», osserva Bianchi. «Sebbene la platea del Rei sarebbe decisamente allargata». A chi, bisogna ancora capire. Ma la beffa di dare soldi a chi non ne ha immediato bisogno è dietro l’angolo.