Case e Spa di Stato, il grande bluff delle privatizzazioni: in cassa mancano 10 miliardi
Eugenio Occorsio , di EUGENIO OCCORSIOLa somma di 18 miliardi annunciata dal governo per il solo 2019 è irreale secondo uno studio dell’Osservatorio Cpi. E anche la Commissione Ue conferma che ci si fermerà a non più di metà di tale cifra
Che fosse una colossale boutade è apparso chiaro subito. Quando il 13 novembre, in una delle tante lettere del concitato carteggio fra Roma e Bruxelles, il ministro Tria ha annunciato che "il governo ha alzato all'1% del Pil nel 2019 l'obiettivo di privatizzazione del patrimonio pubblico" nessuno ci ha creduto. L'1% del Pil significa poco meno di 18 miliardi, somma inusitata se paragonata con i deprimenti precedenti culminati col quasi zero del 2018
Per di più, il governo ha puntualizzato che per i tre anni di riferimento della legge di Bilancio (2019-21) l'asticella è stata alzata a 30 miliardi, quanto si è fatto negli ultimi vent'anni. Bene, ora in questa discussione surreale si è inserito il primo calcolo scientifico: la somma racimolabile nel 2019 si ferma a 8 miliardi o poco più. Dieci di meno. "E siamo stati ottimisti, la maggior parte degli economisti è convinta che si rimarrà su una cif…
Per di più, il governo ha puntualizzato che per i tre anni di riferimento della legge di Bilancio (2019-21) l'asticella è stata alzata a 30 miliardi, quanto si è fatto negli ultimi vent'anni. Bene, ora in questa discussione surreale si è inserito il primo calcolo scientifico: la somma racimolabile nel 2019 si ferma a 8 miliardi o poco più. Dieci di meno. "E siamo stati ottimisti, la maggior parte degli economisti è convinta che si rimarrà su una cif…
Che fosse una colossale boutade è apparso chiaro subito. Quando il 13 novembre, in una delle tante lettere del concitato carteggio fra Roma e Bruxelles, il ministro Tria ha annunciato che "il governo ha alzato all'1% del Pil nel 2019 l'obiettivo di privatizzazione del patrimonio pubblico" nessuno ci ha creduto. L'1% del Pil significa poco meno di 18 miliardi, somma inusitata se paragonata con i deprimenti precedenti culminati col quasi zero del 2018
Per di più, il governo ha puntualizzato che per i tre anni di riferimento della legge di Bilancio (2019-21) l'asticella è stata alzata a 30 miliardi, quanto si è fatto negli ultimi vent'anni. Bene, ora in questa discussione surreale si è inserito il primo calcolo scientifico: la somma racimolabile nel 2019 si ferma a 8 miliardi o poco più. Dieci di meno. "E siamo stati ottimisti, la maggior parte degli economisti è convinta che si rimarrà su una cifra molto inferiore", confessa Giampaolo Galli, vicedirettore dell'Osservatorio Cpi coordinato da Carlo Cottarelli, antico collega di tanti anni in Banca d'Italia.
A ingarbugliare la situazione ci si sono messi ancora una volta gli stessi politici: a Luigi Di Maio che ha precisato che "non ci saranno dismissioni di gioielli di famiglia ma solo immobili di secondaria importanza", si è contrapposta Laura Castelli (stesso partito), viceministro dell'Economia, che ha auspicato che si "metta ordine fra gli asset strategici del Paese". Infine, la commissione Ue si è unita al coro di quanti hanno chiamato il bluff: in una righetta delle 23 cartelle con cui ha motivato la bocciatura della settimana scorsa, ridimensiona la partita anch'essa a non più di 9 miliardi.
Alle privatizzazioni mancate del passato e sperate del futuro, l'Osservatorio ha dedicato un rapporto che smonta analiticamente le residue illusioni. Il documento prende per buona la proclamata volontà di concentrarsi sul patrimonio immobiliare, strategico o secondario che sia, senza ricorrere quindi alla vendita di quote di società ancora in possesso dello Stato. Questo patrimonio vale oggi (vedere tabella) 283 miliardi, di cui 217 in uso alla PA per fini istituzionali, residenziali (come gli alloggi degli ufficiali) o commerciali. Dei restanti, 44 miliardi sono in uso a privati a titolo gratuito o oneroso, oppure in ristrutturazione, e 12 sono inutilizzati. Per rispettare le previsioni si dovrebbe provvedere a un piano di dismissioni aggredendo questi ultimi 66 miliardi. "In teoria - si legge nel rapporto realizzato dai ricercatori Stefano Olivari e Edoardo Frattola - si potrebbe anche suggerire una razionalizzazione degli spazi attualmente utilizzati dalla PA per aumentare la quota vendibile, ma è tale azione non può avere effetti nel breve termine".
Ma anche sui 66 miliardi disponibili è difficile fare affidamento. Tanto che lo stesso governo si ferma a meno di 18. L'Osservatorio Cpi è però andato a cercare tutte le previsioni inserite da molti anni nelle Finanziarie e ha scoperto che il tasso di realizzazione è stato in media di meno del 46%. Proiettando anche per l'anno prossimo questo ratio si arriva appunto a 8 miliardi, al massimo 9. Va considerato che nel documento programmatico di bilancio di ottobre erano inseriti non più di 5,5 miliardi (lo 0,3% del Pil) moltiplicati come d'incanto in extremis. E che il Def dell'anno scorso, l'ultimo del precedente governo, aveva previsto per il 2018 dismissioni per 800 milioni (e 640 per il 2019): ne sono state realizzate per 20 milioni.
Ma come dovrebbero avvenire questi maxi-saldi di immobili pubblici? Bisogna rassegnarsi ad architettare una partita di giro, e cioè a far comprare gli stabili sia una società a sua volta statale. Che poi con il tempo penserà a vendere sul serio una buona volta case, palazzi e terreni, ma che per il momento assolverebbe alla funzione di versare un certo ammontare che va a vdiretto beneficio del debito pubblico. Il primo strumento ipotizzabile in questo artificio contabile è una società di scopo, pubblica o almeno a maggioranza pubblica. C'è un precedente del 2001, quando il ministro Tremonti ideò la Scip (Società cartolarizzazione immobili pubblici) che si finanziò con emissioni obbligazionarie sul mercato e poi "comprò" pacchetti di immobili: 27.250 residenziali e 262 commerciali di proprietà di sette enti previdenziali, per un valore di mercato di 5,1 miliardi di euro.
Per calcolare il valore di vendita di tali beni però si dovette considerare che per gli immobili residenziali la legge prevedeva uno sconto del 30% agli inquilini (più un ulteriore 15% in caso di acquisto dell'intero edificio): l'incasso effettivo fu di 3,2 miliardi. Malissimo è invece finita l'operazione Scip 2 lanciata nel 2002: oltre 60mila ulteriori immobili vi furono conferiti, pagati 6,6 miliardi su 7,8 di valore. Solo sulla carta però: a differenza di Scip 1 non era stata svolta alcuna attività propedeutica alla vendita (ristrutturazioni, cambi destinazione d'uso, ecc.) e quindi le vendite effettive si incepparono. La Scip 2 dovette essere ricapitalizzata con una nuova emissione da 4,4 miliardi, il debito fu ristrutturato ma le difficoltà a generare flussi di cassa continuarono tanto che nel 2009 fu liquidata, gli immibili resituiti al propietario originario cioè lo Stato, e il versamento a copertura delle passività costò 1,7 miliardi.
Un'altra via possibile, ventilata dalla viceministra, è la cessione a Cdp, che ha una unità immobiliare che funziona con il meccanmismo della Sgr, cioè opera con fondi immobiliari. Lo fa con un discreto successo, compresa la ristrutturazione di stabili da mettere a reddito. Ma il problema è di fondo: se Eurostat considera gli acquisti comenon coerenti con la mission di un operatore di mercato, in pratica una sorta di monetizzazione del debito pubblico, Cdp dovrebbe rientrare nel perimetro statale. E il debito s'impennerebbe oltre misura, altro che ridursi.
Per di più, il governo ha puntualizzato che per i tre anni di riferimento della legge di Bilancio (2019-21) l'asticella è stata alzata a 30 miliardi, quanto si è fatto negli ultimi vent'anni. Bene, ora in questa discussione surreale si è inserito il primo calcolo scientifico: la somma racimolabile nel 2019 si ferma a 8 miliardi o poco più. Dieci di meno. "E siamo stati ottimisti, la maggior parte degli economisti è convinta che si rimarrà su una cifra molto inferiore", confessa Giampaolo Galli, vicedirettore dell'Osservatorio Cpi coordinato da Carlo Cottarelli, antico collega di tanti anni in Banca d'Italia.
A ingarbugliare la situazione ci si sono messi ancora una volta gli stessi politici: a Luigi Di Maio che ha precisato che "non ci saranno dismissioni di gioielli di famiglia ma solo immobili di secondaria importanza", si è contrapposta Laura Castelli (stesso partito), viceministro dell'Economia, che ha auspicato che si "metta ordine fra gli asset strategici del Paese". Infine, la commissione Ue si è unita al coro di quanti hanno chiamato il bluff: in una righetta delle 23 cartelle con cui ha motivato la bocciatura della settimana scorsa, ridimensiona la partita anch'essa a non più di 9 miliardi.
Alle privatizzazioni mancate del passato e sperate del futuro, l'Osservatorio ha dedicato un rapporto che smonta analiticamente le residue illusioni. Il documento prende per buona la proclamata volontà di concentrarsi sul patrimonio immobiliare, strategico o secondario che sia, senza ricorrere quindi alla vendita di quote di società ancora in possesso dello Stato. Questo patrimonio vale oggi (vedere tabella) 283 miliardi, di cui 217 in uso alla PA per fini istituzionali, residenziali (come gli alloggi degli ufficiali) o commerciali. Dei restanti, 44 miliardi sono in uso a privati a titolo gratuito o oneroso, oppure in ristrutturazione, e 12 sono inutilizzati. Per rispettare le previsioni si dovrebbe provvedere a un piano di dismissioni aggredendo questi ultimi 66 miliardi. "In teoria - si legge nel rapporto realizzato dai ricercatori Stefano Olivari e Edoardo Frattola - si potrebbe anche suggerire una razionalizzazione degli spazi attualmente utilizzati dalla PA per aumentare la quota vendibile, ma è tale azione non può avere effetti nel breve termine".
Ma anche sui 66 miliardi disponibili è difficile fare affidamento. Tanto che lo stesso governo si ferma a meno di 18. L'Osservatorio Cpi è però andato a cercare tutte le previsioni inserite da molti anni nelle Finanziarie e ha scoperto che il tasso di realizzazione è stato in media di meno del 46%. Proiettando anche per l'anno prossimo questo ratio si arriva appunto a 8 miliardi, al massimo 9. Va considerato che nel documento programmatico di bilancio di ottobre erano inseriti non più di 5,5 miliardi (lo 0,3% del Pil) moltiplicati come d'incanto in extremis. E che il Def dell'anno scorso, l'ultimo del precedente governo, aveva previsto per il 2018 dismissioni per 800 milioni (e 640 per il 2019): ne sono state realizzate per 20 milioni.
Ma come dovrebbero avvenire questi maxi-saldi di immobili pubblici? Bisogna rassegnarsi ad architettare una partita di giro, e cioè a far comprare gli stabili sia una società a sua volta statale. Che poi con il tempo penserà a vendere sul serio una buona volta case, palazzi e terreni, ma che per il momento assolverebbe alla funzione di versare un certo ammontare che va a vdiretto beneficio del debito pubblico. Il primo strumento ipotizzabile in questo artificio contabile è una società di scopo, pubblica o almeno a maggioranza pubblica. C'è un precedente del 2001, quando il ministro Tremonti ideò la Scip (Società cartolarizzazione immobili pubblici) che si finanziò con emissioni obbligazionarie sul mercato e poi "comprò" pacchetti di immobili: 27.250 residenziali e 262 commerciali di proprietà di sette enti previdenziali, per un valore di mercato di 5,1 miliardi di euro.
Per calcolare il valore di vendita di tali beni però si dovette considerare che per gli immobili residenziali la legge prevedeva uno sconto del 30% agli inquilini (più un ulteriore 15% in caso di acquisto dell'intero edificio): l'incasso effettivo fu di 3,2 miliardi. Malissimo è invece finita l'operazione Scip 2 lanciata nel 2002: oltre 60mila ulteriori immobili vi furono conferiti, pagati 6,6 miliardi su 7,8 di valore. Solo sulla carta però: a differenza di Scip 1 non era stata svolta alcuna attività propedeutica alla vendita (ristrutturazioni, cambi destinazione d'uso, ecc.) e quindi le vendite effettive si incepparono. La Scip 2 dovette essere ricapitalizzata con una nuova emissione da 4,4 miliardi, il debito fu ristrutturato ma le difficoltà a generare flussi di cassa continuarono tanto che nel 2009 fu liquidata, gli immibili resituiti al propietario originario cioè lo Stato, e il versamento a copertura delle passività costò 1,7 miliardi.
Un'altra via possibile, ventilata dalla viceministra, è la cessione a Cdp, che ha una unità immobiliare che funziona con il meccanmismo della Sgr, cioè opera con fondi immobiliari. Lo fa con un discreto successo, compresa la ristrutturazione di stabili da mettere a reddito. Ma il problema è di fondo: se Eurostat considera gli acquisti comenon coerenti con la mission di un operatore di mercato, in pratica una sorta di monetizzazione del debito pubblico, Cdp dovrebbe rientrare nel perimetro statale. E il debito s'impennerebbe oltre misura, altro che ridursi.