A questo punto, la variazione acquisita per il 2018 - ovvero quella che si registrerebbe se non intervenissero ulteriori variazioni nell'ultimo periodo dell'anno - è del +0,9% (in calo dal +1% nei dati provvisori). Il governo, nella Nota di aggiornamento al Def, prevedeva di chiudere l'anno con una crescita dell'1,2%. Se alla fine di dicembre la spinta economica fosse ben inferiore, ci sarebbero ovviamente ripercussioni anche sull'abbrivio per il 2019, che il governo punta a chiudere in crescita dell'1,5%, indicazione già ritenuta ottimistica da molti osservatori internazionali e domestici. Lo stesso Istituto di statistica, in audizione sulla Manovra e dopo aver diffuso il dato provvisorio sul Pil del terzo trimestre, diceva che per centrare l'obiettivo di crescita all'1,2% nel 2018 sarebbe stato necessario un balzo nel trimestre finale dell'anno di 0,4 punti.
Nel commento ai dati, l'Istat ha sottolineato che la flessione del terzo trimestre "che segue una fase di progressivo rallentamento della crescita, è dovuta essenzialmente alla contrazione della domanda interna, causata dal sovrapporsi di un lieve calo dei consumi e di un netto calo degli investimenti, mentre l’incremento delle esportazioni, pur contenuto, ha favorito la tenuta della componente estera".
Infatti, si dettaglia, dalla domanda nazionale (al netto delle scorte) è arrivato un effetto capace di sottrarre 0,3 punti percentuali alla crescita del Pil, con un contributo nullo per i consumi delle famiglie e delle Istituzioni Sociali Private e per la spesa delle Amministrazioni Pubbliche e negativo per 0,2 punti percentuali per gli investimenti fissi lordi. La variazione delle scorte ha fornito un contribuito nullo alla variazione del Pil, mentre l’apporto della domanda estera netta è risultato positivo per 0,1 punti percentuali: non tanto da risollevare il corso complessivo.
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