Pensioni d’oro, Lega spiazzata da M5S
Valentina Conte , di VALENTINA CONTEIl taglio del 40% agli assegni più alti non è concordato. Brambilla: “Impossibile, è contro tutte le sentenze”
ROMA - Lega e Cinque Stelle tornano a litigare sulle pensioni d'oro. Il taglio del 40% annunciato giovedì dal vicepremier Luigi Di Maio lascia interdetti gli alleati leghisti. Bocche cucite, per ora. Ma lunedì - con la manovra in transito al Senato - si annuncia la resa dei conti.
Anche perché l'emendamento - frutto di un lungo compromesso - è pronto da tempo, con tanto di relazione tecnica: contributo di solidarietà biennale sugli assegni da 90 mila euro lordi in su, prelievo a scaglioni secondo 5 aliquote (8-14-16-18-20%), gettito da 130 milioni annui. Impostazione sin qui digerita dai pentastellati, dopo il flop del disegno di legge D'Uva-Molinari, spiaggiato in Parlamento dalla scorsa estate e ormai su un binario morto. Lì si prevedeva un finto ricalcolo contributivo e retroattivo, a forte rischio bocciatura della Corte Costituzionale. I leghisti hanno fatto muro. E si è arrivati al taglio temporaneo, "in solidarie…
Anche perché l'emendamento - frutto di un lungo compromesso - è pronto da tempo, con tanto di relazione tecnica: contributo di solidarietà biennale sugli assegni da 90 mila euro lordi in su, prelievo a scaglioni secondo 5 aliquote (8-14-16-18-20%), gettito da 130 milioni annui. Impostazione sin qui digerita dai pentastellati, dopo il flop del disegno di legge D'Uva-Molinari, spiaggiato in Parlamento dalla scorsa estate e ormai su un binario morto. Lì si prevedeva un finto ricalcolo contributivo e retroattivo, a forte rischio bocciatura della Corte Costituzionale. I leghisti hanno fatto muro. E si è arrivati al taglio temporaneo, "in solidarie…
ROMA - Lega e Cinque Stelle tornano a litigare sulle pensioni d'oro. Il taglio del 40% annunciato giovedì dal vicepremier Luigi Di Maio lascia interdetti gli alleati leghisti. Bocche cucite, per ora. Ma lunedì - con la manovra in transito al Senato - si annuncia la resa dei conti.
Anche perché l'emendamento - frutto di un lungo compromesso - è pronto da tempo, con tanto di relazione tecnica: contributo di solidarietà biennale sugli assegni da 90 mila euro lordi in su, prelievo a scaglioni secondo 5 aliquote (8-14-16-18-20%), gettito da 130 milioni annui. Impostazione sin qui digerita dai pentastellati, dopo il flop del disegno di legge D'Uva-Molinari, spiaggiato in Parlamento dalla scorsa estate e ormai su un binario morto. Lì si prevedeva un finto ricalcolo contributivo e retroattivo, a forte rischio bocciatura della Corte Costituzionale. I leghisti hanno fatto muro. E si è arrivati al taglio temporaneo, "in solidarietà" con le pensioni più basse.
L'annuncio di Di Maio fa saltare tutto. E si ricomincia a trattare. "Il taglio delle pensioni d'oro entrerà nella legge di Bilancio al Senato, la settimana prossima", insiste il ministro del Lavoro. "Passiamo dal 25% al 40%". Come questo si traduca in pratica non lo sa nessuno. Potrebbe raddoppiare l'ultima delle 5 aliquote ipotizzate: anziché il 20% si applicherebbe il 40% alla porzione degli assegni superiori al mezzo milione di euro. Per fare un esempio estremo, il taglio su una pensione da 550 mila euro passerebbe da 74 mila a 84 mila euro.
In realtà, i pensionati sopra i 90 mila euro lordi annui sono appena 45 mila. E pochissimi arrivano a quelle cifre stratosferiche. Poiché il taglio si applica solo sulla parte eccedente gli scaglioni (come avviene per l'Irpef e ferma restando la clausola di salvaguardia in base alla quale nessuno può scendere sotto i 90 mila euro), il sacrificio per chi prende 100 mila euro si traduce in 800 euro all'anno, 66 euro al mese. Si sale a 6 mila euro all'anno per una pensione di 150 mila euro. E a 21 mila euro su un assegno da 250 mila.
"Impossibile arrivare a tagliare il 40%, è contro tutte le sentenze della Consulta", ragiona Alberto Brambilla, esperto previdenziale e consigliere del vicepremier leghista Salvini. "Bisogna usare moderazione su questo tema, anche perché il gettito massimo che si può ricavare in un biennio non supera i 250 milioni". L'ostacolo costituzionale è dietro l'angolo. Molti pensionati "d'oro" sono pronti a impugnare la norma. Il presidente di Cida (dirigenti) Giorgio Ambrogioni si augura che "sia una fake news, altrimenti equivarrebbe a un invito a espatriare".
Ma è legittimo tagliare fino al 40%? "Le regole della Consulta su questo tema sono tre", spiega il giuslavorista Amos Andreoni. "La temporaneità del prelievo, la sua destinazione a una esclusiva funzione previdenziale, la non eccessiva onerosità". Insomma il taglio non deve essere permanente, non può tradursi in un salasso e il ricavato finalizzato alle pensioni basse. "Se il 40% rappresenta solo l'aliquota marginale massima, la Corte potrebbe giudicarla legittima. Ma certo bisogna vedere a quanto ammonta il prelievo complessivo sul totale della pensione".
Nell'esempio dei 550 mila euro si arriverebbe al 15% di prelievo complessivo. Un caso però davvero limite.
Anche perché l'emendamento - frutto di un lungo compromesso - è pronto da tempo, con tanto di relazione tecnica: contributo di solidarietà biennale sugli assegni da 90 mila euro lordi in su, prelievo a scaglioni secondo 5 aliquote (8-14-16-18-20%), gettito da 130 milioni annui. Impostazione sin qui digerita dai pentastellati, dopo il flop del disegno di legge D'Uva-Molinari, spiaggiato in Parlamento dalla scorsa estate e ormai su un binario morto. Lì si prevedeva un finto ricalcolo contributivo e retroattivo, a forte rischio bocciatura della Corte Costituzionale. I leghisti hanno fatto muro. E si è arrivati al taglio temporaneo, "in solidarietà" con le pensioni più basse.
L'annuncio di Di Maio fa saltare tutto. E si ricomincia a trattare. "Il taglio delle pensioni d'oro entrerà nella legge di Bilancio al Senato, la settimana prossima", insiste il ministro del Lavoro. "Passiamo dal 25% al 40%". Come questo si traduca in pratica non lo sa nessuno. Potrebbe raddoppiare l'ultima delle 5 aliquote ipotizzate: anziché il 20% si applicherebbe il 40% alla porzione degli assegni superiori al mezzo milione di euro. Per fare un esempio estremo, il taglio su una pensione da 550 mila euro passerebbe da 74 mila a 84 mila euro.
In realtà, i pensionati sopra i 90 mila euro lordi annui sono appena 45 mila. E pochissimi arrivano a quelle cifre stratosferiche. Poiché il taglio si applica solo sulla parte eccedente gli scaglioni (come avviene per l'Irpef e ferma restando la clausola di salvaguardia in base alla quale nessuno può scendere sotto i 90 mila euro), il sacrificio per chi prende 100 mila euro si traduce in 800 euro all'anno, 66 euro al mese. Si sale a 6 mila euro all'anno per una pensione di 150 mila euro. E a 21 mila euro su un assegno da 250 mila.
"Impossibile arrivare a tagliare il 40%, è contro tutte le sentenze della Consulta", ragiona Alberto Brambilla, esperto previdenziale e consigliere del vicepremier leghista Salvini. "Bisogna usare moderazione su questo tema, anche perché il gettito massimo che si può ricavare in un biennio non supera i 250 milioni". L'ostacolo costituzionale è dietro l'angolo. Molti pensionati "d'oro" sono pronti a impugnare la norma. Il presidente di Cida (dirigenti) Giorgio Ambrogioni si augura che "sia una fake news, altrimenti equivarrebbe a un invito a espatriare".
Ma è legittimo tagliare fino al 40%? "Le regole della Consulta su questo tema sono tre", spiega il giuslavorista Amos Andreoni. "La temporaneità del prelievo, la sua destinazione a una esclusiva funzione previdenziale, la non eccessiva onerosità". Insomma il taglio non deve essere permanente, non può tradursi in un salasso e il ricavato finalizzato alle pensioni basse. "Se il 40% rappresenta solo l'aliquota marginale massima, la Corte potrebbe giudicarla legittima. Ma certo bisogna vedere a quanto ammonta il prelievo complessivo sul totale della pensione".
Nell'esempio dei 550 mila euro si arriverebbe al 15% di prelievo complessivo. Un caso però davvero limite.