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(ansa)

Manovra, l'ultimo appello a Bruxelles

Roma avverte Juncker: il Sud è una polveriera e una procedura di infrazione potrebbe rafforzare i falchi dell'Europa e mettere in gioco il futuro stesso della Commissione. Di Maio: trattateci come la Francia
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ROMA - Alla vigilia del vertice decisivo tra Conte e Juncker che potrà bloccare o innescare definitivamente la procedura d'infrazione, Roma lancia un ultimo appello alla Commissione europea. Gli uomini di Bruxelles non si irrigidiscano, non ci condannino per uno zerovirgola, perché il Sud del paese è una polveriera e il fenomeno francese dei gilet gialli qui potrebbe produrre effetti ben più devastanti.

In Parlamento il premier Conte, relazionando sul Consiglio europeo di giovedì e venerdì, ha usato espressioni che richiamano le difficoltà del nostro Paese, ha fatto appello a superare il "rigorismo miope".

Di qui la necessità di non fermarsi ai "meri dati contabili", perché se il deficit è stato aumentato non è stato fatto "a cuor leggero", ma per "arrestare impoverimento e emarginazione causati dal lungo ciclo avverso". Frustrare l'azione riformatrice del gov…
ROMA - Alla vigilia del vertice decisivo tra Conte e Juncker che potrà bloccare o innescare definitivamente la procedura d'infrazione, Roma lancia un ultimo appello alla Commissione europea. Gli uomini di Bruxelles non si irrigidiscano, non ci condannino per uno zerovirgola, perché il Sud del paese è una polveriera e il fenomeno francese dei gilet gialli qui potrebbe produrre effetti ben più devastanti.

In Parlamento il premier Conte, relazionando sul Consiglio europeo di giovedì e venerdì, ha usato espressioni che richiamano le difficoltà del nostro Paese, ha fatto appello a superare il "rigorismo miope".

Di qui la necessità di non fermarsi ai "meri dati contabili", perché se il deficit è stato aumentato non è stato fatto "a cuor leggero", ma per "arrestare impoverimento e emarginazione causati dal lungo ciclo avverso". Frustrare l'azione riformatrice del governo - è questo l'ultimo appello - sarebbe visto dalla gente come "un tentativo velleitario di reprimere istanze che resterebbero vive nella nostra società e si presenterebbero nel prossimo futuro in altri modi che difficilmente potremo prevedere e quindi contrastare".

Con toni più sbrigativi è intervenuto Di Maio: "Dalla Francia sta venendo un bagno di umiltà per l'Europa, è la rappresentazione di un'Europa che non ascolta e di un governo francese che non ascolta e che poi è costretto a fare passi indietro". Il leader grillino si intesta i gilet gialli che portano avanti "le nostre istanze", ha detto e auspicato che la Commissione "faccia valere anche per Parigi le regole". Si rivendica: se la Francia sfora e non viene punita, possiamo farlo anche noi. Se non volete la rivolta.

Ma l'appello che dalla parte più "responsabile" del governo viene indirizzato nelle ultime ore a Bruxelles non ha i toni sprezzanti delle "letterine" e dei "numeretti" adottati dai due leader gialloverdi negli ultimi tragici mesi che ci sono costati in termini di spread e spesa per interessi. La situazione è cambiata: i toni bellicosi sono stati abbandonati da giorni, il 2,4 festeggiato sul balcone non è più un tabù e anche sulle due celebri misure Salvini e Di Maio hanno abdicato sostanzialmente la bandiera, miliardo più miliardo meno.

Ora la palla sta alla Commissione Juncker che in quanto organo tecnico può in parte resistere alle pressioni dei 28 governi che l'hanno nominata e che al momento ci sono ostili per vari motivi. L'analisi geopolitica che fa la diplomazia italiana, e che si muove su uno scenario parallelo e più ampio del cruciale negoziato sui numeri, si trasforma in un pressing più sofisticato della semplice rivendicazione di un pari trattamento con la Francia.

Ecco il ragionamento. Nei 28 sono le spinte nazionaliste e sovraniste a creare una convergenza anti-italiana. I partner possono dividersi in tre gruppi per tre ragioni ostili. Il primo è quello dei numerosi governi che in qualche modo possono essere ricondotti ad ideologie di centrodestra: costoro non possono permettere all'Italia ciò che negano alle proprie opposizioni interne.

L'altro gruppo è quello dei paesi che hanno già subito l'austerità, dalla Spagna, alla Grecia al Portogallo: non possono certo dire ai propri elettorati che consentiranno a Roma di evitare le ricette subite dai propri cittadini. Il terzo gruppo, con paesi come Francia e Germania - e questo lo si dice sottovoce - non si straccerebbe le vesti più di tanto di fronte ad un Italia sotto procedura costretta a vendere gioielli di famiglia come l'Eni o l'Enel.

Di conseguenza l'appello è rivolto direttamente alla Commissione e a Jean Claude Juncker, vecchio e moderato europeista, che all'inizio del suo mandato rivendicò il ruolo politico di Bruxelles ed è stato padre della politica della flessibilità legata a corda doppia al processo di riforme.

La Commissione, in quanto ruolo ed istituzione, è ad un bivio: può arroccarsi all'1,9 per cento, non concedere il 2,1 all'Italia e far scattare la procedura. Ma subito dopo che farà? Sarà costretta a comminare la stessa sanzione, nuovamente, alla Francia che arriverà al 3,5 il prossimo anno? E poi, a chi toccherà?

Le regole, scritte e applicate dalla stessa tecnostruttura di Bruxelles si rivelerebbero in fin dei conti inefficaci e lo stesso ruolo della Commissione comincerebbe ad essere messo in dubbio da chi in Nord Europa, preferirebbe che la gestione delle crisi e le politiche europee passassero in mano ad un organo tecnico come l'Esm, il fondo salva-Stati, che automaticamente imporrebbe la troika ai paesi in difficoltà senza la mediazione della politica.