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Autonomia, Maroni: “M5S vuole bloccare il nostro sogno. Salvini lo realizzi o lasci il governo”

L’ex governatore della Lombardia sollecita il rispetto del referendum: “Conte non ha niente da negoziare. Con Gentiloni firmato un contratto che va rispettato alla lettera. Alle Regioni deve restare una quota più ampia del gettito fiscale o si tradisce la volontà dei cittadini”
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Roberto Maroni, 14 mesi fa, quand'era governatore della Lombardia, insieme al suo collega veneto Luca Zaia chiamò alle urne i cittadini per votare la richiesta di maggiore autonomia. Dopo oltre un anno, la Lega è al governo, c'è un ministro leghista per le Autonomie eppure tutto ciò che è stato fatto è una prima, generica informativa al Consiglio dei ministri. È preoccupato?
"Sì, lo sono. Non la vedo benissimo. Leggo le dichiarazioni di un'esponente grillina, Paola Nugnes, secondo la quale se passa l'autonomia cade l'Italia. Hanno il pregio di rendere esplicita la posizione di una parte rilevante del M5S, che non vuole dar seguito ai risultati del referendum".

Il presidente Giuseppe Conte ha detto ieri che la maggioranza si prende un altro mese e mezzo di riflessione e poi, dal 15 febbraio, negozierà con i presidenti delle Regioni, prima del necessario passaggio in Parlamento.
"Non c'…
Roberto Maroni, 14 mesi fa, quand'era governatore della Lombardia, insieme al suo collega veneto Luca Zaia chiamò alle urne i cittadini per votare la richiesta di maggiore autonomia. Dopo oltre un anno, la Lega è al governo, c'è un ministro leghista per le Autonomie eppure tutto ciò che è stato fatto è una prima, generica informativa al Consiglio dei ministri. È preoccupato?
"Sì, lo sono. Non la vedo benissimo. Leggo le dichiarazioni di un'esponente grillina, Paola Nugnes, secondo la quale se passa l'autonomia cade l'Italia. Hanno il pregio di rendere esplicita la posizione di una parte rilevante del M5S, che non vuole dar seguito ai risultati del referendum".

Il presidente Giuseppe Conte ha detto ieri che la maggioranza si prende un altro mese e mezzo di riflessione e poi, dal 15 febbraio, negozierà con i presidenti delle Regioni, prima del necessario passaggio in Parlamento.
"Non c'è niente da negoziare, è già tutto scritto nell'accordo che il 28 febbraio scorso Lombardia, Veneto ed Emilia hanno firmato con il governo Gentiloni. Non è un pezzo di carta, ma un contratto vero e proprio. Va rispettato alla lettera. In Parlamento deve passare, certo, ma solo per la ratifica, come per gli accordi internazionali. Prendere o lasciare".

Ma dal 28 febbraio a oggi è cambiato tutto. Il nuovo governo non può rivendicare il diritto di riprendere in mano la materia per salvaguardare gli equilibri nella sua maggioranza?
"No guardi, come sanno gli studenti di Giurisprudenza, un accordo bilaterale si cambia solo se c'è l'accordo di tutti i firmatari. E non credo che Fontana o Zaia siano disposti ad annacquarne i contenuti. Si possono discutere le competenze da trasferire, ma ciò che conta è il criterio economico, e quello è nero su bianco nel contratto del 28 febbraio".

Questo è il punto. La ministra Erika Stefani e il premier hanno fatto capire che i soldi alle Regioni saranno tutt'al più equivalenti alla spesa storica che lo Stato sostiene per le competenze in via di trasferimento.
"Il contratto dice che il costo storico è la modalità transitoria, per un breve periodo, che deve al più presto essere sostituita con i criteri dei costi standard e della compartecipazione del gettito fiscale. Se non saranno rispettati questi principi, l'accordo firmato tra Stato e Regioni sarà violato".

Difficile immaginare che il M5S, che ha nel Mezzogiorno il suo baricentro elettorale, accetti un accordo che trasferisce più risorse alle Regioni del Nord.
"Mi auguro che la Lega faccia valere le sue ragioni. Tra l'altro la questione fa capo anche al ministro dell'Interno, che è il segretario della Lega, Matteo Salvini. Senza una riduzione significativa del residuo fiscale, cioè della differenza tra le tasse pagate dai cittadini delle singole Regioni e le risorse effettivamente spese in quelle Regioni, non può esserci una vera autonomia. E il senso del referendum sarebbe stravolto".

È partita una campagna, cui partecipano anche diversi intellettuali del Sud, che definisce questo modello come "la secessione dei ricchi".
"Ma no. La compartecipazione, per cui una quota del gettito di un'imposta resta nella Regione in cui viene versata, è un meccanismo virtuoso per tutti: se una Regione ha nel suo bilancio una quota del gettito avrà tutto l'interesse ad aumentarlo. E per aumentarlo dovrà puntare sulla crescita, riducendo la spesa corrente e spingendo sugli investimenti produttivi. Ne beneficerà l'economia di tutto il Paese".

E perché i costi standard in luogo dei costi storici che salvaguarderebbero meglio l'equilibrio tra le aree ricche e povere dell'Italia?
"Vogliamo rifare, per la milionesima volta, il discorso della siringa che in Lombardia costa 1 euro e in altre Regioni 2 o 3? È giusto, è utile per il Paese?"

Trasferendo le competenze con la relativa spesa storica, le Regioni virtuose avranno modo di dimostrare che sanno gestire quelle materie in modo più efficiente rispetto allo Stato. Non è autonomia anche questa?
"Il vantaggio sarebbe minimo. Ripeto: noi abbiamo fatto una lunga campagna sul residuo fiscale, sulla necessità di mantenere nelle Regioni una quota più ampia delle tasse pagate dai cittadini. Se non porta a casa questo risultato, il governo tradirà la volontà dei cittadini lombardi e veneti".

Alla Lega interessano ancora le Regioni del Nord?
"Il Nord ha fatto sentire forte e chiara la sua voce sui temi economici. La Lega ha tutto l'interesse ad ascoltarla e a farsene carico. E poi Salvini ha davanti a sé un'occasione storica: realizzare il sogno della Lega, cullato per decenni, da Miglio in poi. Non credo che la perderà. Senza autonomia non avrebbe senso andare avanti con questo governo".

Sempre convinto che i 50 milioni spesi dalla Lombardia per il referendum fossero ben spesi?
"Convintissimo".