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Christiana Figueres, “lady clima” all’Onu: salvare il pianeta è la sua missione possibile

È la donna del climate change, la diplomatica dietro gli accordi di Parigi, la nemica di Trump sull’ambiente. A noi dice: “Sono un’ottimista, salveremo il pianeta”
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"Bello il suo taccuino: è carta riciclata?". Christiana Figueres proprio non ce la fa a smettere i panni dell'ecologista. Collier di perle bianche su dolcevita nero, occhi puntati sull'interlocutore e mani forti che prima del nostro bloc-notes hanno stretto quelle dei potenti di tutto il mondo, "Lady Climate" sfoglia gli appunti messi giù per preparare quest'intervista e dice: "La sfida è quotidiana, amico mio. Ed è nelle piccole cose. Dobbiamo essere duri e decisi, non mollare neanche un giorno. La responsabilità è di tutti. Nessuno è salvo, nessuno è al sicuro".

Poco prima del nostro incontro, accolta con un'ovazione al WebSummit di Lisbona ("Vi presento la  rockstar delle lotte ambientali", l'aveva introdotta la collega Fiona Harvey del Guardian presentando il suo talk), Figueres si era lanciata nell'ultima delle provocazioni: "La produzione di carne in…
"Bello il suo taccuino: è carta riciclata?". Christiana Figueres proprio non ce la fa a smettere i panni dell'ecologista. Collier di perle bianche su dolcevita nero, occhi puntati sull'interlocutore e mani forti che prima del nostro bloc-notes hanno stretto quelle dei potenti di tutto il mondo, "Lady Climate" sfoglia gli appunti messi giù per preparare quest'intervista e dice: "La sfida è quotidiana, amico mio. Ed è nelle piccole cose. Dobbiamo essere duri e decisi, non mollare neanche un giorno. La responsabilità è di tutti. Nessuno è salvo, nessuno è al sicuro".

Poco prima del nostro incontro, accolta con un'ovazione al WebSummit di Lisbona ("Vi presento la  rockstar delle lotte ambientali", l'aveva introdotta la collega Fiona Harvey del Guardian presentando il suo talk), Figueres si era lanciata nell'ultima delle provocazioni: "La produzione di carne inquina il mondo quasi quanto le automobili. E più del fumo. Se davvero non è giusto vietarne il consumo, dovremmo almeno fare come per le sigarette: entro 10 anni chi vuole mangiare carne si accomodi fuori dai ristoranti, insieme ai tabagisti. È il messaggio che conta: con quella bistecca stai inquinando il pianeta e incidendo sulle vite altrui. E devi saperlo!".

Sia chiaro: la donna che ci siede davanti è tutt'altro che una pasionaria da sit-in, una militante estremista. È quanto di più istituzionale e mainstream ci possa essere nel campo delle lotte ambientali. Costaricana, 62 anni, figlia di un tre volte presidente della Repubblica del suo paese e di un'ambasciatrice, moglie di un funzionario german-born della Banca Mondiale impegnato nello sviluppo sostenibile, Figueres è stata il Segretario esecutivo delle Nazioni Unite per il climate change capace di far firmare a 155 capi di Stato e di Governo gli storici accordi di Parigi 2015.

E oggi guida Mission 2020, campagna globale che si prefigge di raggiungere un punto di svolta sulle emissioni di gas serra entro la fine del prossimo anno (oltre a rappresentare il Patto mondiale dei sindaci per il clima e l'energia). "Penso che da Parigi in poi il tema sia entrato nelle nostre vite, ma soprattutto nell'agenda di nazioni e grandi aziende. Non ci sono più finti tonti che possono chiamarsi fuori dagli effetti devastanti di un ulteriore surriscaldamento del pianeta. In quelle notti parigine la domanda era: "Lo decarbonizziamo il mondo o no? La raffreddiamo la polveriera su cui siamo seduti? È dentro o fuori", dicevo. "Non c'è un piano B, signori"".

Il punto fondamentale del "lodo Figueres" fu di fissare in 2 gradi centigradi l'aumento massimo della temperatura globale entro la fine del secolo, rispetto ai livelli pre-industriali. Lasciando poi all'Ipcc (l'Intergovernmental panel of climate change) il compito di presentare un rapporto dettagliato sugli impatti del "mondo bollente": ghiacciai che si sciolgono e mari che si alzano, cicloni e alluvioni, siccità e ondate di caldo e gelo, foreste che muoiono e deserti che avanzano. Così oggi Figueres sventola davanti a noi quel rapporto che abbassa a 1,5 gradi il limite di riscaldamento oltre il quale gli scienziati sconsigliano di andare. "E non è una concessione politica, ma un appello severo e pieno di dati. Purtroppo i cambiamenti climatici si verificano più rapidamente del previsto. Le riduzioni delle emissioni oggi sono più importanti di quelle di domani. Prima pieghiamo la curva dei gas serra, più opzioni avremo per raggiungere la decarbonizzazione prevista entro il 2050".

E qui snocciola altri dati: il 2018 è stato un anno da record per il surriscaldamento, nella top-4 dei più caldi di sempre; 9 persone su 10 oggi respirano aria pericolosa e si stima che 7 milioni di morti premature all'anno siano causate da malattie legate all'inquinamento; biossido di azoto e PM2,5 minacciano la salute dei bambini causando ritardi nello sviluppo, riduzione di QI e autismo; l'inquinamento è responsabile in Africa di più morti che non l'acqua non potabile o la malnutrizione; la quantità di cibo che sprechiamo (circa un terzo di quella prodotta) va di pari passo con la deforestazione che provochiamo per coltivare più aree, la siccità che subiamo a causa dell'effetto serra e il fatto che ancora 821 milioni di persone soffrono di fame.

Dopo questa sfilza di dati dobbiamo avere l'aspetto di un pugile suonato perché si affretta ad aggiungere che non è una Cassandra, sacerdotessa di cattivi presagi: "Mi piace definirmi un'attivista-ottimista, perché so guardarmi indietro e vedere il buono che abbiamo realizzato. Quando presi l'incarico Onu nel 2010 mi dissero che era troppo tardi. Ovvio: se 10 anni fa avessimo avuto la struttura e la sensibilità globale di oggi sarebbe stato meglio. E 20 anni fa? Ancora meglio. E 25? Meglio, meglio ancora. Ma il punto è avere a che fare con la realtà. E la realtà è che abbiamo fatto passi avanti".

In autunno, in una lettera-editoriale scritta per il Washington Post, Figueres aveva descritto il bicchiere mezzo pieno: 50 paesi del mondo hanno raggiunto il limite dello loro emissioni e iniziato a decarbonizzare; la riduzione del particolato promessa dalla Cina porterà a 20mila morti in meno entro il 2030, così come salverà ambiente e vite la decisione dell'India di raggiungere il 15% di auto elettriche entro 5 anni; la chiusura di otto centrali in California ha azzerato in un anno il tasso di nascite premature nella zona; le energie rinnovabili sono una realtà anche in paesei sorprendenti come Messico, Marocco o Egitto dove esiste una "generazione solare", mentre il Regno Unito è un modello per l'eolico offshore. "Le tecnologie possono aiutare  la nostra lotta e offrire soluzioni nuove. Se alle nonne delle nostre nonne avessero detto che un giorno immettendo un liquido scuro in un veicolo saremmo andati in giro così, ci avrebbero presi per matti. Così oggi possiamo inventare un mondo nuovo: più pulito, verde, sostenibile".


Ovviamente i "nemici" non mancano. Il rapporto Ipcc non a caso è stato contestato da paesi come Arabia Saudita, Russia, Kuwait e soprattutto Stati Uniti. Proprio il presidente americano Donald Trump è lo spauracchio di Christiana Figueres (e forse anche viceversa): 19 delle economie più forti al mondo - quelle del G20 - hanno confermato i loro impegni in tema di climate change, tranne gli Usa che hanno annunciato il ritiro dagli accordi di Parigi. A suo parere è triste che un paese che sta patendo più di altri gli effetti del clima e che inquina più di tutti al mondo (insieme alla Cina), continui a rifiutare la voce della scienza. "È una posizione incomprensibile", dice senza giri di parole. "In che modo pensano di rafforzare l'economia mentre il resto del mondo si sta decarbonizzando? Mentre gli investimenti vanno in quella direzione, la Casa Bianca pensa davvero di mettersi di traverso?". Su questo punto Figueres è molto attenta nella sua comunicazione: le energie rinnovabili e le tecnologie non inquinanti sono un'enorme business, calcolato in 26mila miliardi di dollari di giro d'affari da qui al 2030. Anche per questo ogni volta che uno come Trump fa un passo indietro, gli altri - i leader europei in particolare - dovrebbero farne uno avanti per compensare. E sfruttare quel "pensiero corto".  

Poi parliamo di città che cambiano ("Il 75% vivrà nelle grandi aree urbane, mentre il cibo continuerà a essere prodotto nelle aree rurali causando problemi di trasporto, stoccaggio, distribuzione. Dobbiamo puntare al cibo di continuità e alle farm verticali"), di fake news ("Una contraddizione in termini, non dovremmo mischiarli più: o fatti o bufale. Nessuno può dire credo o non credo al climate change, è un'idiozia. Come dire credo o non credo alla forza di gravità"), di amore ("Le mie due figlie sono state il più grande successo e la scelta migliore"). Infine di donne e di giovani. Solo nell'ultimo mese Figueres ha preso parte a una spedizione di 35 scienziate in Argentina e accompagnato a Davos l'attivista 15enne svedese Greta Thunberg, diventata famosa con i suoi scioperi per il clima.

"Le energie rinnovabili e le leadership femminili sono due delle mie passioni e hanno un punto in comune", sorride. "Finora abbiamo usato un 50% del potenziale pulito del mondo (acqua, sole, vento) e un 50% di quello umano: i maschi. L'energia delle donne ci aiuterà". Sui giovani, invece, Figueres gioca la sua scommessa: "Hanno un mentalità diversa, più "eco-logica" di quella della mia generazione. Quando si avvicinano per chiedermi: "Cosa posso fare per un mondo migliore?", dico che già essere interessati al tema è un primo passo. Il secondo è capire che la responsabilità è collettiva, ma anche personale. L'ultimo è non credere mai a quelli che davanti alle sfide ti dicono che è impossibile". Qui si ferma e scandisce bene: "No, I'm sorry. Impossible is an attitude, it's not a fact. Che sia impossibile è una opinione, non è un fatto. Quindi preparatevi a cambiare opinione, perché stiamo per farlo diventare possibile".