Economia

La globalizzazione cambia pelle: addio delocalizzazioni a caccia di bassi salari

L'esplosione del mercato dei servizi cambia uno dei paradigmi del mercato globale: ora le catene di valore si accorciano e molte imprese possono tornare nei loro Paesi di origine, senza la necessità di andare a produrre dove il costo del lavoro è più basso. Complici software e robot però, il ritorno a casa non si traduce in maggiore occupazione

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Per anni, Davos e il suo Forum sono stati il santuario della globalizzazione, il luogo in cui si celebrava l’integrazione globale e si tracciava la mappa del suo futuro. L’umore generale alI’ultimo Forum, tuttavia, è apparso molto meno effervescente che nelle ultime edizioni e anche il suo titolo - “Globalizzazione 4.0” – suona assai più come un vago auspicio, piuttosto che una predizione. Gli studiosi più pignoli, come Richard Baldwin, peraltro, di fasi della globalizzazione ne individuano solo tre, con la terza ancora – precariamente – in fasce. La prima, ormai secolare, è quella del commercio. La seconda è quella della dislocazione spinta di intere fasi della produzione, che ha dato origine alle “catene globali del valore”,  con il 70 per cento degli scambi globali fatto di prodotti intermedi che saltano da una frontiera all’altra sulla strada verso la veste finale: high-tech a caccia di bassi salari. La terza, secondo Baldwin, è quella del digitech, in cui, in buona sostanza, beni e servizi verranno sempre più realizzati in un posto, piuttosto che in un altro, senza lo spostamento fisico dei lavoratori.

Il recente rapporto di una grande società di consulenza, come McKinsey, sostiene che questo sta, in qualche misura, già avvenendo, con il mutamento di pelle della globalizzazione, sempre meno legata a beni fisici e sempre più ai servizi, almeno quelli che è possibile realizzare via Internet. Nelle catene globali di valore, i beni che attraversano effettivamente una frontiera sono passati, nell’arco degli ultimi dieci anni, dal 28,1 al 22,5 per cento della produzione relativa. E se, nei dati del commercio globale, includiamo anche i servizi gratis su Internet, quelli incorporati nei beni fisici (la ricerca, il marketing, la logistica ecc.) e quelli (brevetti, progetti, design) che le sedi centrali inviano alle filiali estere – dice McKinsey – non un quarto del commercio mondiale sarebbe fatto di servizi, anziché di beni, come risulterebbe dalle statistiche, ma più di metà.

Il punto chiave, che McKinsey sottolinea, è che la leva fondamentale della globalizzazione 2.0 – tecnologia a caccia di bassi salari – ha esaurito la sua spinta. Meno del 20 per cento delle catene globali di valore, secondo il rapporto, trova ancora la sua ragione d’essere nello sforzo di ridurre il costo del lavoro. Ma il risultato finale, nonostante gli auspici di Davos, non pare essere (almeno ancora) un grande mercato intangibile dei servizi che si sovrappone a quello dei beni fisici. Rispetto al mercato globale delle merci, la rete connettiva fondamentale dei servizi, ovvero Internet, appare assai più irrimediabilmente frammentata di quanto determini, ad esempio, nel mondo delle merci, l’offensiva delle tariffe di Trump: due dei tre grandi bacini – Usa ed Europa – sono divisi da una diversa interpretazione della privacy e della gestione dei dati e il terzo – la Cina – vive dentro un recinto di censura e protezione nazionalista. Più in generale, gli investimenti oltre frontiera delle multinazionali sono diminuiti, l’anno scorso, del 20 per cento. Non è una novità. Fra il 2007 e il 2018 sono passati – secondo i dati Onu – dal 3,5 per cento all’1,3 per cento del Pil mondiale.

Quello che, invece, è evidente, anche nel rapporto McKinsey, è il reshoring: le catene di valore si accorciano e la produzione rifluisce verso il centro, concentrandosi su aree regionali, più vicine alla domanda. Ma non è la rivincita della classe operaia d’Occidente e neanche delle sue classi medie. Il motivo per cui i bassi salari oggi interessano poco e le fabbriche possono tornare in America e in Europa si chiama robot e software. Le fabbriche tornano in patria, i posti di lavoro no. L’ultimo rapporto di un think tank americano, Brookings, calcola nell’80 per cento la quota dei posti di lavoro nelle fabbriche americane esposti all’automazione. Concentrati, per inciso, negli Stati che hanno votato per Trump.