Termini Imerese: “Chiediamo futuro non dateci assistenza”
Marco Patucchi , dal nostro inviato MARCO PATUCCHIDi Maio domani nella fabbrica ferma dal 2009 “Il reddito di cittadinanza lo abbiamo già da troppo”
TERMINI IMERESE - «Di Maio non ci venga a parlare di reddito di cittadinanza, perché quello non è lavoro e noi vogliamo riavere il nostro posto nella fabbrica…». Nunzio Cislone era capo officina alla Bn Sud, un’azienda che a Termini Imerese produceva i parafanghi per la Fiat, quando lo stabilimento all’ombra del monte San Calogero (“San Caluòru” come lo chiamano qui), occupava 4000 operai sfornando giorno e notte la Cinquecento, la 126, la Panda.
La Fiat se ne è andata da quasi 10 anni perché costruire auto a Termini costava troppo, la Bn Sud è fallita come altre imprese dell’indotto e questo angolo di Sicilia cerca di sopravvivere nel vuoto della crisi economico-sociale. La scommessa di reindustrializzazione della Blutec, l’azienda della famiglia piemontese Ginatta che nel 2014 ha raccolto l’eredità della Fiat promettendo un polo dell’auto elettrica, somiglia sempre di…
La Fiat se ne è andata da quasi 10 anni perché costruire auto a Termini costava troppo, la Bn Sud è fallita come altre imprese dell’indotto e questo angolo di Sicilia cerca di sopravvivere nel vuoto della crisi economico-sociale. La scommessa di reindustrializzazione della Blutec, l’azienda della famiglia piemontese Ginatta che nel 2014 ha raccolto l’eredità della Fiat promettendo un polo dell’auto elettrica, somiglia sempre di…
TERMINI IMERESE - «Di Maio non ci venga a parlare di reddito di cittadinanza, perché quello non è lavoro e noi vogliamo riavere il nostro posto nella fabbrica…». Nunzio Cislone era capo officina alla Bn Sud, un’azienda che a Termini Imerese produceva i parafanghi per la Fiat, quando lo stabilimento all’ombra del monte San Calogero (“San Caluòru” come lo chiamano qui), occupava 4000 operai sfornando giorno e notte la Cinquecento, la 126, la Panda.
La Fiat se ne è andata da quasi 10 anni perché costruire auto a Termini costava troppo, la Bn Sud è fallita come altre imprese dell’indotto e questo angolo di Sicilia cerca di sopravvivere nel vuoto della crisi economico-sociale. La scommessa di reindustrializzazione della Blutec, l’azienda della famiglia piemontese Ginatta che nel 2014 ha raccolto l’eredità della Fiat promettendo un polo dell’auto elettrica, somiglia sempre di più alla sfida di un equilibrista. E in equilibrio precario è anche il vicepremier Di Maio che sarà qui domani. Lo aspettano al Comune.
Nella piazza del duomo ci saranno migliaia di persone, stanno organizzando i pullman per portare la gente dai paesi delle Madonie. Forse volerà qualche fischio. Bene che vada. «Dovrà portare risposte concrete», avverte il sindaco di Termini, Francesco Giunta (centrodestra). E le risposte più urgenti sono la proroga della cassa integrazione per i 570 lavoratori diretti ancora fuori dalla fabbrica (ne sono rientrati solo 130) e una soluzione per i 300 operai dell’indotto che gli ammortizzatori sociali non li hanno quasi mai visti.
Insomma, un migliaio di famiglie che tira avanti senza risorse, in un lembo d’Italia dove non esistono alternative alla fabbrica e dove il tasso di disoccupazione è al 50%. Più o meno la stessa percentuale del consenso elettorale del M5S al voto delle ultime politiche.
Di Maio era già stato ai cancelli della Blutec nell’ottobre scorso: «I lavoratori sono stati presi in giro dai governi e poi i governi non si sono fatti rispettare dagli imprenditori – arringò garantendo la proroga della cassa in scadenza a fine anno –. Blutec deve rispettare gli impegni perché ha preso soldi pubblici e lo stesso vale per Fca che deve dare le commesse». Applausi. Sono passati quattro mesi, ma la proroga della cassa è ancora impantanata negli uffici del ministeriali e il rilancio promesso da Blutec non si vede.
L’unico dato inconfutabile nelle parole di Di Maio è quello dei soldi pubblici, perché lo stabilimento di Termini fu costruito nel 1970 con i contributi della Regione e Invitalia (la società di promozione industriale del Tesoro) nel 2014 ha anticipato a Blutec circa 20 milioni di euro per un piano industriale da 350 milioni complessivi, che inizialmente si basava sull’assemblaggio dei motori elettrici di 7000 Fiat Doblò in tre anni e sulla produzione di un “triciclo” elettrico per le Poste, più componentistica varia. Ma il piano non è mai andato oltre i test dei prototipi Doblò, tanto che Invitalia ha ottenuto la restituzione dei 20 milioni e la procura di Termini ha aperto un’inchiesta sul reale utilizzo di quel finanziamento pubblico.
E’ l’ennesima storia di una “cattedrale nel deserto”, tra baratri infrastrutturali (al porto di Termini praticamente non attracca quasi nessuna nave), assistenzialismo, sperperi, ammortizzatori sociali, caccia ai consensi politici, incroci Stato-imprenditoria privata, globalizzazione, delocalizzazioni. E che precipita anche questa volta in una guerra tra poveri: operai, disoccupati, esodati. Famiglie.
L’Italia è disseminata di bandierine rosse che segnano la geografia del declino industriale del Paese, mentre i governi in successione promettono rilanci spesso al limite del visionario (negli ultimi giorni, per dire, all’orizzonte di Termini è spuntata l’immancabile opzione cinese, mentre Confindustria e sindacato chiedono al governo di ingaggiare Honda e Nissan che hanno chiuso i rispettivi stabilimenti in Inghilterra per la Brexit). «Quella fa fabbrica da sola non basta per dare lavoro a 700 operai.
Servono altri investitori nel sito», dice un tecnico che lavora ai tavoli di crisi al ministero dello Sviluppo economico. L’impressione è di uno scarica barile senza soluzione di continuità: il governo punta il dito contro Blutec che a sua volta guarda a Torino perché non si capisce bene che fine abbia fatto la commessa di Fca, e il cerchio si chiude con il pressing disperato degli operai sul governo per avere risposte sul futuro.
In una parola, l’endemica assenza di una vera politica industriale del Paese. «Il reddito di cittadinanza? – si chiede Roberto Mastrosimone, segretario della Fiom siciliana – a Termini è come se esistesse da cinque anni, perché invece di entrare in fabbrica gli operai hanno tirato avanti solo con gli ammortizzatori sociali. Così, però, finisce la nostra dignità. Non vogliamo assistenzialismo, ma lavoro».
A sera sul vialone che separa la fabbrica dal mare (era intitolato al senatore Giovanni Agnelli, oggi si chiama “viale Primo Maggio Festa dei Lavoratori) passano poche auto e trotterella qualche cane. «Se domani ci fossero le elezioni – dice Nunzio – voteremmo tutti per Salvini…». Sembra una minaccia. O forse no
La Fiat se ne è andata da quasi 10 anni perché costruire auto a Termini costava troppo, la Bn Sud è fallita come altre imprese dell’indotto e questo angolo di Sicilia cerca di sopravvivere nel vuoto della crisi economico-sociale. La scommessa di reindustrializzazione della Blutec, l’azienda della famiglia piemontese Ginatta che nel 2014 ha raccolto l’eredità della Fiat promettendo un polo dell’auto elettrica, somiglia sempre di più alla sfida di un equilibrista. E in equilibrio precario è anche il vicepremier Di Maio che sarà qui domani. Lo aspettano al Comune.
Nella piazza del duomo ci saranno migliaia di persone, stanno organizzando i pullman per portare la gente dai paesi delle Madonie. Forse volerà qualche fischio. Bene che vada. «Dovrà portare risposte concrete», avverte il sindaco di Termini, Francesco Giunta (centrodestra). E le risposte più urgenti sono la proroga della cassa integrazione per i 570 lavoratori diretti ancora fuori dalla fabbrica (ne sono rientrati solo 130) e una soluzione per i 300 operai dell’indotto che gli ammortizzatori sociali non li hanno quasi mai visti.
Insomma, un migliaio di famiglie che tira avanti senza risorse, in un lembo d’Italia dove non esistono alternative alla fabbrica e dove il tasso di disoccupazione è al 50%. Più o meno la stessa percentuale del consenso elettorale del M5S al voto delle ultime politiche.
Di Maio era già stato ai cancelli della Blutec nell’ottobre scorso: «I lavoratori sono stati presi in giro dai governi e poi i governi non si sono fatti rispettare dagli imprenditori – arringò garantendo la proroga della cassa in scadenza a fine anno –. Blutec deve rispettare gli impegni perché ha preso soldi pubblici e lo stesso vale per Fca che deve dare le commesse». Applausi. Sono passati quattro mesi, ma la proroga della cassa è ancora impantanata negli uffici del ministeriali e il rilancio promesso da Blutec non si vede.
L’unico dato inconfutabile nelle parole di Di Maio è quello dei soldi pubblici, perché lo stabilimento di Termini fu costruito nel 1970 con i contributi della Regione e Invitalia (la società di promozione industriale del Tesoro) nel 2014 ha anticipato a Blutec circa 20 milioni di euro per un piano industriale da 350 milioni complessivi, che inizialmente si basava sull’assemblaggio dei motori elettrici di 7000 Fiat Doblò in tre anni e sulla produzione di un “triciclo” elettrico per le Poste, più componentistica varia. Ma il piano non è mai andato oltre i test dei prototipi Doblò, tanto che Invitalia ha ottenuto la restituzione dei 20 milioni e la procura di Termini ha aperto un’inchiesta sul reale utilizzo di quel finanziamento pubblico.
E’ l’ennesima storia di una “cattedrale nel deserto”, tra baratri infrastrutturali (al porto di Termini praticamente non attracca quasi nessuna nave), assistenzialismo, sperperi, ammortizzatori sociali, caccia ai consensi politici, incroci Stato-imprenditoria privata, globalizzazione, delocalizzazioni. E che precipita anche questa volta in una guerra tra poveri: operai, disoccupati, esodati. Famiglie.
L’Italia è disseminata di bandierine rosse che segnano la geografia del declino industriale del Paese, mentre i governi in successione promettono rilanci spesso al limite del visionario (negli ultimi giorni, per dire, all’orizzonte di Termini è spuntata l’immancabile opzione cinese, mentre Confindustria e sindacato chiedono al governo di ingaggiare Honda e Nissan che hanno chiuso i rispettivi stabilimenti in Inghilterra per la Brexit). «Quella fa fabbrica da sola non basta per dare lavoro a 700 operai.
Servono altri investitori nel sito», dice un tecnico che lavora ai tavoli di crisi al ministero dello Sviluppo economico. L’impressione è di uno scarica barile senza soluzione di continuità: il governo punta il dito contro Blutec che a sua volta guarda a Torino perché non si capisce bene che fine abbia fatto la commessa di Fca, e il cerchio si chiude con il pressing disperato degli operai sul governo per avere risposte sul futuro.
In una parola, l’endemica assenza di una vera politica industriale del Paese. «Il reddito di cittadinanza? – si chiede Roberto Mastrosimone, segretario della Fiom siciliana – a Termini è come se esistesse da cinque anni, perché invece di entrare in fabbrica gli operai hanno tirato avanti solo con gli ammortizzatori sociali. Così, però, finisce la nostra dignità. Non vogliamo assistenzialismo, ma lavoro».
A sera sul vialone che separa la fabbrica dal mare (era intitolato al senatore Giovanni Agnelli, oggi si chiama “viale Primo Maggio Festa dei Lavoratori) passano poche auto e trotterella qualche cane. «Se domani ci fossero le elezioni – dice Nunzio – voteremmo tutti per Salvini…». Sembra una minaccia. O forse no