Edilizia, in dieci anni chiuse 120 mila imprese
Roberto Rho , di ROBERTO RHONel settore persi 600mila posti. La filiera delle costruzioni è decisiva per la ripresa dell’intero sistema
MILANO - "Rilanciamo l'edilizia per rilanciare l'Italia", diceva uno degli striscioni esibiti dai 15mila lavoratori del settore che ieri hanno manifestato in piazza del Popolo, a Roma. La sineddoche non forza le proporzioni della questione, perché il grido d'allarme - l'ennesimo di una crisi lunga oltre un decennio - risuona ben al di là del perimetro delle legittime rivendicazioni dei lavoratori e degli imprenditori del settore (questi ultimi, non per caso, avevano già espresso la loro sostanziale condivisione del merito della protesta).
Le costruzioni valgono nominalmente l'8% del Pil, in realtà parecchio di più. Perché non esiste in nessun sistema economico evoluto una filiera più lunga e complessa di quella messa in moto da un investimento nella costruzione di un'opera, un edificio, una infrastruttura. Movimento terra, cemento, metalli, vetro, legno, macchine semplici e macchine sofisticate. E macc…
Le costruzioni valgono nominalmente l'8% del Pil, in realtà parecchio di più. Perché non esiste in nessun sistema economico evoluto una filiera più lunga e complessa di quella messa in moto da un investimento nella costruzione di un'opera, un edificio, una infrastruttura. Movimento terra, cemento, metalli, vetro, legno, macchine semplici e macchine sofisticate. E macc…
MILANO - "Rilanciamo l'edilizia per rilanciare l'Italia", diceva uno degli striscioni esibiti dai 15mila lavoratori del settore che ieri hanno manifestato in piazza del Popolo, a Roma. La sineddoche non forza le proporzioni della questione, perché il grido d'allarme - l'ennesimo di una crisi lunga oltre un decennio - risuona ben al di là del perimetro delle legittime rivendicazioni dei lavoratori e degli imprenditori del settore (questi ultimi, non per caso, avevano già espresso la loro sostanziale condivisione del merito della protesta).
Le costruzioni valgono nominalmente l'8% del Pil, in realtà parecchio di più. Perché non esiste in nessun sistema economico evoluto una filiera più lunga e complessa di quella messa in moto da un investimento nella costruzione di un'opera, un edificio, una infrastruttura. Movimento terra, cemento, metalli, vetro, legno, macchine semplici e macchine sofisticate. E macchine che producono le macchine che producono i materiali per le costruzioni. E geometri, architetti, ingegneri, informatici, amministrativi, dirigenti, manager.
Il problema è che le costruzioni non si muovono da più di dieci anni. Anzi peggio, perché il bilancio del periodo 2007-2018 calcolato dall'Ance, l'associazione imprenditoriale di categoria, ha i toni e i colori plumbei dell'ecatombe. Livelli produttivi crollati di un terzo, oltre centoventimila imprese dissolte nel nulla (erano 630mila, oggi sono poco più di mezzo milione), 600mila posti di lavoro perduti, una infinita catena di fallimenti. Nel decennio, un'azienda su quattro tra quelle ammesse alla procedura fallimentare era un'azienda del settore edile. Quelle tra uno e nove addetti, oggi, sono il 30% in meno rispetto al 2007; quelle tra 10 e 49 addetti oltre il 40% in meno. Tra i grandi gruppi, quelli che si sono salvati arrancano. Una strage di aziende, lavoratori, competenze mai vista prima d'ora.
Se il governo non si decide a metter mano alla situazione, rischia di non essere finita qui. Dopo gli spiragli di ripresa dello scorso anno (più 0,9%), gli occupati del settore sono tornati a scendere (meno 1,5% nei primi nove mesi del 2018). Gli investimenti complessivi, lo scorso anno, sono aumentati di un modestissimo 1,5%, somma algebrica tra i progressi del comparto residenziale e non residenziale privato e la stagnazione delle opere pubbliche. Per l'anno in corso l'Ance prevede una crescita ancora contenuta, di circa il 2%, del tutto insufficiente per tamponare l'emorragia del decennio precedente e recuperare un minimo di stabilità. La congiuntura, internazionale e soprattutto interna, non aiuta.
La legge di Bilancio approvata dal governo gialloverde neppure: dopo le promettenti enunciazioni delle prime bozze, la versione finale della manovra finanziaria taglia drasticamente (o rinvia ai prossimi anni, come nel caso dell'Anas e delle Fs) gli investimenti pubblici, a favore della spesa corrente necessaria per finanziare reddito di cittadinanza e pensioni a quota 100. La Tav Torino-Lione, la Brescia-Padova e parecchie altre grandi opere sono ferme per scelta politica. Ma il punto - evidenziato dalla campagna "sbloccacantieri" - è che in Italia non si riescono a fare neppure le opere già approvate, progettate e finanziate. C'è un dato che parla, anzi urla: lo scorso anno la domanda di lavori pubblici è aumentata, e non di poco. Più 19,6% il numero dei bandi, più 14,2% il valore. La benzina è nel serbatoio, ma la macchina non viaggia. C'è sabbia, tanta sabbia negli ingranaggi, si chiama burocrazia.
Le costruzioni valgono nominalmente l'8% del Pil, in realtà parecchio di più. Perché non esiste in nessun sistema economico evoluto una filiera più lunga e complessa di quella messa in moto da un investimento nella costruzione di un'opera, un edificio, una infrastruttura. Movimento terra, cemento, metalli, vetro, legno, macchine semplici e macchine sofisticate. E macchine che producono le macchine che producono i materiali per le costruzioni. E geometri, architetti, ingegneri, informatici, amministrativi, dirigenti, manager.
Il problema è che le costruzioni non si muovono da più di dieci anni. Anzi peggio, perché il bilancio del periodo 2007-2018 calcolato dall'Ance, l'associazione imprenditoriale di categoria, ha i toni e i colori plumbei dell'ecatombe. Livelli produttivi crollati di un terzo, oltre centoventimila imprese dissolte nel nulla (erano 630mila, oggi sono poco più di mezzo milione), 600mila posti di lavoro perduti, una infinita catena di fallimenti. Nel decennio, un'azienda su quattro tra quelle ammesse alla procedura fallimentare era un'azienda del settore edile. Quelle tra uno e nove addetti, oggi, sono il 30% in meno rispetto al 2007; quelle tra 10 e 49 addetti oltre il 40% in meno. Tra i grandi gruppi, quelli che si sono salvati arrancano. Una strage di aziende, lavoratori, competenze mai vista prima d'ora.
Se il governo non si decide a metter mano alla situazione, rischia di non essere finita qui. Dopo gli spiragli di ripresa dello scorso anno (più 0,9%), gli occupati del settore sono tornati a scendere (meno 1,5% nei primi nove mesi del 2018). Gli investimenti complessivi, lo scorso anno, sono aumentati di un modestissimo 1,5%, somma algebrica tra i progressi del comparto residenziale e non residenziale privato e la stagnazione delle opere pubbliche. Per l'anno in corso l'Ance prevede una crescita ancora contenuta, di circa il 2%, del tutto insufficiente per tamponare l'emorragia del decennio precedente e recuperare un minimo di stabilità. La congiuntura, internazionale e soprattutto interna, non aiuta.
La legge di Bilancio approvata dal governo gialloverde neppure: dopo le promettenti enunciazioni delle prime bozze, la versione finale della manovra finanziaria taglia drasticamente (o rinvia ai prossimi anni, come nel caso dell'Anas e delle Fs) gli investimenti pubblici, a favore della spesa corrente necessaria per finanziare reddito di cittadinanza e pensioni a quota 100. La Tav Torino-Lione, la Brescia-Padova e parecchie altre grandi opere sono ferme per scelta politica. Ma il punto - evidenziato dalla campagna "sbloccacantieri" - è che in Italia non si riescono a fare neppure le opere già approvate, progettate e finanziate. C'è un dato che parla, anzi urla: lo scorso anno la domanda di lavori pubblici è aumentata, e non di poco. Più 19,6% il numero dei bandi, più 14,2% il valore. La benzina è nel serbatoio, ma la macchina non viaggia. C'è sabbia, tanta sabbia negli ingranaggi, si chiama burocrazia.