ROMA - E' un "macigno nero" quello che il Def-verità di Tria getta sulle ambizioni dei gialloverdi per la prossima "Finanziaria". La crescita non c'è, il deficit e il debito aumentano e già ci impegnamo nelle pagine del Documento di economia e finanza ad "attuare" la clausola di salvaguardia da due miliardi prevista dagli accordi con Bruxelles del dicembre scorso che prevedeva il congelamento prudenziale delle spese dei ministeri fino al test di metà anno: in pratica una manovrina che nelle prossime settimane diventerà definitiva imponendo tagli ai trasporti, alle imprese e alla sanità. A conti fatti, in base alla bozza del Def, per il prossimo anno, già si prevede una manovra, tra Iva e correzione, di 26,4 miliardi; in tre anni bisognerà trovare tutto compreso 43 miliardi.
Morale: spazi per nuove spese non ce ne sono, soprattutto non ci sono margini per la mini flat tax leghista, che costa …
Morale: spazi per nuove spese non ce ne sono, soprattutto non ci sono margini per la mini flat tax leghista, che costa …
ROMA - E' un "macigno nero" quello che il Def-verità di Tria getta sulle ambizioni dei gialloverdi per la prossima "Finanziaria". La crescita non c'è, il deficit e il debito aumentano e già ci impegnamo nelle pagine del Documento di economia e finanza ad "attuare" la clausola di salvaguardia da due miliardi prevista dagli accordi con Bruxelles del dicembre scorso che prevedeva il congelamento prudenziale delle spese dei ministeri fino al test di metà anno: in pratica una manovrina che nelle prossime settimane diventerà definitiva imponendo tagli ai trasporti, alle imprese e alla sanità. A conti fatti, in base alla bozza del Def, per il prossimo anno, già si prevede una manovra, tra Iva e correzione, di 26,4 miliardi; in tre anni bisognerà trovare tutto compreso 43 miliardi.
Morale: spazi per nuove spese non ce ne sono, soprattutto non ci sono margini per la mini flat tax leghista, che costa 12-15 miliardi e che prevede, a partire dal 2020, una Irpef del 15 per cento fino a 50 mila euro favorendo sostanzialmente i ceti medio alti. "Non è tempo di timidezze, la flat tax deve essere inserita", avverte tuttavia il leghista Armando Siri e la Lega fa sapere che uno stop "non sarebbe positivo".
La soluzione ci sarebbe, ma è assai pericolosa: aumentare l'Iva di oltre 3 punti dal 1° gennaio del 2020 dall'attuale 22 al 25,2 per cento. Un passo delicato che aumenterebbe la pressione fiscale, farebbe alzare l'inflazione e graverebbe sulle fasce più povere . Inoltre la mossa non libererebbe 23 miliardi da spendere alternativamente, perché la somma andrebbe trovata da qualche altra parte per garantire i saldi di bilancio sui quali ci siamo già impegnati, anche se certamente allargherebbe i margini di azione del governo. La bozza del Def non crede alla prospettiva dell'aumento dell'Iva e dà un'indicazione precisa: si conferma l'aumento ma "in attesa di definire nel corso dei prossimi mesi, in preparazione della "nota" di aggiornamento al Def, in settembre, misure alternative e un programma di revisione della spesa pubblica".
A favore del no-Iva nelle pagine del Def si trovano invece argomenti precisi.Il primo è che un aumento della pressione fiscale, sebbene tramite il solo canale Iva, non è opportuno. Il Def ricorda infatti che la pressione fiscale è "attesa ridursi" di 0,1 punti percentuali nel 2019 collocandosi al 42,1 per cento ma per poi risalire repentinamente, proprio per effetto dell'aumento dell'Iva, ad oggi incorporato nei conti, al 42,8 per cento nel 2020 e rimanere nel 2022 al 42,6 per cento. Dunque, se si aumenta l'Iva si va incontro ad un incremento delle tasse sui consumi.
Il secondo argomento riguarda quello che si è già fatto nel 2019. Il Def annota che sul fronte delle tasse sono state adottate una serie di misure: dalla flat tax per le sole partite Iva, alla detassazione degli utili, all'Imu sui capannoni, alle detrazioni per le ristrutturazioni energetiche.
C'è da dire tuttavia che la strada della sterilizzazione propugnata da Tria non è per niente agevole perché le spese sono in aumento. Il Def rileva che solo quest'anno, per effetto del reddito di cittadinanza,i trasferimenti sociali aumenteranno del 3,9 per cento e le prestazioni sociali, per effetto di "quota 100", del 4,4 per cento. I grillini, con la viceministra al Tesoro Laura Castelli tengono il profilo basso ("Nessun malumore"): anche perché al loro "reddito" il Def riconosce di aver sostenuto il Pil di quest'anno di 0,2 punti percentuali, sebbene ormai mangiati dalla recessione.
Per contenere l'aumento delle spese, dovuto anche al Pil prossimo allo "zero", la cura prevista è lacrime e sangue: oltre allo 0,2 di Pil per il 2020, "per gli anni 2021-2022 l'aggiustamento previsto è pari allo 0,3 per ciascun anno": sono circa 14 miliardi. A questi vanno aggiunte le risorse per evitare l'aumento dell'Iva, che pesa come una cambiale sui conti del prossimo biennio: 23 miliardi nel 2020 e altri 5 nel 2021, in tutto 28,7 miliardi. Si arriva ad una manovra di circa 43 miliardi in tre anni che a colpi di spending review, già fallita negli ultimi tentativi, sembra assai difficile da attuare. Ma senza aumentare le spese neanche di un centesimo.
Morale: spazi per nuove spese non ce ne sono, soprattutto non ci sono margini per la mini flat tax leghista, che costa 12-15 miliardi e che prevede, a partire dal 2020, una Irpef del 15 per cento fino a 50 mila euro favorendo sostanzialmente i ceti medio alti. "Non è tempo di timidezze, la flat tax deve essere inserita", avverte tuttavia il leghista Armando Siri e la Lega fa sapere che uno stop "non sarebbe positivo".
La soluzione ci sarebbe, ma è assai pericolosa: aumentare l'Iva di oltre 3 punti dal 1° gennaio del 2020 dall'attuale 22 al 25,2 per cento. Un passo delicato che aumenterebbe la pressione fiscale, farebbe alzare l'inflazione e graverebbe sulle fasce più povere . Inoltre la mossa non libererebbe 23 miliardi da spendere alternativamente, perché la somma andrebbe trovata da qualche altra parte per garantire i saldi di bilancio sui quali ci siamo già impegnati, anche se certamente allargherebbe i margini di azione del governo. La bozza del Def non crede alla prospettiva dell'aumento dell'Iva e dà un'indicazione precisa: si conferma l'aumento ma "in attesa di definire nel corso dei prossimi mesi, in preparazione della "nota" di aggiornamento al Def, in settembre, misure alternative e un programma di revisione della spesa pubblica".
A favore del no-Iva nelle pagine del Def si trovano invece argomenti precisi.Il primo è che un aumento della pressione fiscale, sebbene tramite il solo canale Iva, non è opportuno. Il Def ricorda infatti che la pressione fiscale è "attesa ridursi" di 0,1 punti percentuali nel 2019 collocandosi al 42,1 per cento ma per poi risalire repentinamente, proprio per effetto dell'aumento dell'Iva, ad oggi incorporato nei conti, al 42,8 per cento nel 2020 e rimanere nel 2022 al 42,6 per cento. Dunque, se si aumenta l'Iva si va incontro ad un incremento delle tasse sui consumi.
Il secondo argomento riguarda quello che si è già fatto nel 2019. Il Def annota che sul fronte delle tasse sono state adottate una serie di misure: dalla flat tax per le sole partite Iva, alla detassazione degli utili, all'Imu sui capannoni, alle detrazioni per le ristrutturazioni energetiche.
C'è da dire tuttavia che la strada della sterilizzazione propugnata da Tria non è per niente agevole perché le spese sono in aumento. Il Def rileva che solo quest'anno, per effetto del reddito di cittadinanza,i trasferimenti sociali aumenteranno del 3,9 per cento e le prestazioni sociali, per effetto di "quota 100", del 4,4 per cento. I grillini, con la viceministra al Tesoro Laura Castelli tengono il profilo basso ("Nessun malumore"): anche perché al loro "reddito" il Def riconosce di aver sostenuto il Pil di quest'anno di 0,2 punti percentuali, sebbene ormai mangiati dalla recessione.
Per contenere l'aumento delle spese, dovuto anche al Pil prossimo allo "zero", la cura prevista è lacrime e sangue: oltre allo 0,2 di Pil per il 2020, "per gli anni 2021-2022 l'aggiustamento previsto è pari allo 0,3 per ciascun anno": sono circa 14 miliardi. A questi vanno aggiunte le risorse per evitare l'aumento dell'Iva, che pesa come una cambiale sui conti del prossimo biennio: 23 miliardi nel 2020 e altri 5 nel 2021, in tutto 28,7 miliardi. Si arriva ad una manovra di circa 43 miliardi in tre anni che a colpi di spending review, già fallita negli ultimi tentativi, sembra assai difficile da attuare. Ma senza aumentare le spese neanche di un centesimo.