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(ansa)

Uber corre verso Wall Street e punta quota 100 (miliardi) ma l'utile è lontano

Il 2019 è un anno significativo per le quotazioni di molti gruppi tech
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Quando la campanella di Wall Street suonerà per Uber, potremo considerare chiuso un capitolo della travolgente rincorsa delle società tecnologiche alla conquista dell’economia mondiale. Non sarà la fine di una storia, ma un momento chiave: uno dei campioni dei nuovi modelli economici, basati su una piattaforma centrale e la condivisione di case, tempo, denaro. La sharing economy matura, esce dall’oscurità dei finanziamenti privati, e porta i suoi numeri in borsa.

Il 2019 è un anno significativo per le quotazioni di molti gruppi tech, società eterogenee che operano in settori diversi, ma in comune hanno hanno software sviluppati grazie ad anni di investimenti che sfruttano l’effetto rete e la capacità di diventare intermediario. Non possiedono i beni: non hanno una flotta di auto o migliaia di camere di albergo, bensì organizzano domanda e offerta di servizi, dal trasporto all’ospitalità.
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Quando la campanella di Wall Street suonerà per Uber, potremo considerare chiuso un capitolo della travolgente rincorsa delle società tecnologiche alla conquista dell’economia mondiale. Non sarà la fine di una storia, ma un momento chiave: uno dei campioni dei nuovi modelli economici, basati su una piattaforma centrale e la condivisione di case, tempo, denaro. La sharing economy matura, esce dall’oscurità dei finanziamenti privati, e porta i suoi numeri in borsa.

Il 2019 è un anno significativo per le quotazioni di molti gruppi tech, società eterogenee che operano in settori diversi, ma in comune hanno hanno software sviluppati grazie ad anni di investimenti che sfruttano l’effetto rete e la capacità di diventare intermediario. Non possiedono i beni: non hanno una flotta di auto o migliaia di camere di albergo, bensì organizzano domanda e offerta di servizi, dal trasporto all’ospitalità.
Uber è il più importante per dimensioni, ambizione e potenziale. La società fondata dieci anni fa per colpa di un taxi che non arrivava a Parigi, la società che ha fatto infuriare i tassisti ed è stata bandita in molti paesi tra cui l’Italia (con motivazioni dubbie), ha dovuto mettere da parte il fondatore Travis Kalanick per crescere in modo più ordinato e arrivare alla quotazione.

Airbnb, invece, non ha fretta: è tra le poche che ha già chiuso due anni consecutivi con un utile di bilancio e potrebbe rinviare la quotazione al 2020, grazie a 140 milioni di notti prenotate nel 2018 che hanno garantito ricavi netti per 2,6 miliardi di dollari. Per irrobustire l’offerta che presenterà al mercato, la società fondata da Brian Chesky sta ampliando gli orizzonti: ha investito in India e ha acquisito la piattaforma di prenotazioni istantanee HotelTonight per 400 milioni di dollari, altro passo nella sfida a Booking.com. Sono invece più vicine sono le quotazioni di due app collegate al lavoro connesso: Slack, software per la messaggistica aziendale che ha cambiato il modo di condividere le informazioni in azienda e nel 2018 ha superato i 10 milioni di utenti attivi ogni giorno: a Wall Street vorrebbe una valutazione da 10 miliardi, ma ha scelto la quotazione diretta (senza effettuare il tradizionale roadshow e la raccolta), come fatto da Spotify l’anno scorso. Zoom, il servizio di videoconferenze (senza intoppi) punta a una valutazione da 8 miliardi, forte di una crescita in tripla cifra, ed già sostenibile. Pinterest, il social media per condividere immagini e design, stima di valere 11 miliardi. L’ecommerce panafricano Jumia si quoterà al Nasdaq e dovrebbe valere 1,1 miliardi. Ancora, Postmates, attiva nelle consegne di cibo e della spesa a casa, potrebbe scegliere il Nasdaq per una valutazione da 1,8 miliardi.

I numeri spiegano però che l’interesse maggiore è rivolto a Uber. Grazie ai finanziamenti privati, la società ha raccolto 24,2 miliardi fino ad arrivare a una valutazione da 76 miliardi di dollari. Oggi circa tre milioni di autisti (800 mila negli Stati Uniti) lavorano per Uber in 750 città e 65 Paesi del mondo. Nel 2018 ha registrato ricavi lordi (le prenotazioni degli utenti) per 50 miliardi di dollari, ricavi netti per 11,3 miliardi, con un risultato in perdita per 1,8 miliardi. Dal prospetto emergono due elementi: per tre trimestri su quattro, nel 2018, il servizio di trasporto passeggeri è stato in utile. Al tempo stesso, la crescita sfrenata dei primi anni inizia a rallentare: nel 2017 i ricavi erano cresciuti del 95% sul 2016. Nel 2018 sono cresciuti del 33%.
A Wall Street la società guidata dal Ceo Dara Khosrowshahi vuole ottenere circa 10 miliardi per continuare la crescita e, soprattutto, una valutazione tra i 90 e i 100 miliardi di dollari. Se l’obiettivo fosse raggiunto, sarebbe una delle cinque più grandi quotazioni della storia al Nyse. Il numero può sorprendere se confrontato con i prezzi iniziali delle azioni di colossi di oggi come Google o Amazon: alla fine del primo giorno a Wall Street, nel 2004, il motore di ricerca valeva 27 miliardi. Ancora prima, nel 1997, quando Amazon si quotò in borsa, alla fine del primo giorno valeva 438 milioni. Ma con il tempo la comprensione del mercato della prevalenza digitale ha alzato i prezzi. Uber, Airbnb, Pinterest e le altre matricole del 2019 arrivano in un mercato che ha anche smaltito alcune sbornie (Snap e Twitter) e guarda bene i bilanci. Non è un caso che per questa volta Uber abbia accettato con favore di mandare avanti Lyft, il più piccolo rivale nel servizio di trasporto cittadino via app, che è attivo solo nel Nord America. La quotazione del concorrente (2,2 miliardi di ricavi netti e 900 milioni di perdita nel 2018), a fine marzo, è andata bene il primo giorno, quando ha chiuso con una valorizzazione di 26,5 miliardi. Poi alcuni investitori hanno deciso di incassare e oggi il valore della società è sceso vicino ai 17 miliardi. Imparata la lezione, chi punta alla borsa sta firmando accordi con gli investitori per evitare le vendite. Soprattutto, Uber non è solo il servizio di trasporto passeggeri: è il leader di mercato negli Stati Uniti per le consegne di cibo a casa (Uber Eats, 7,7 miliardi di ricavi lordi), è uno dei concorrenti (forse non in prima fila) nell’affollata corsa all’auto driverless (l’unità brucia quasi 2 milioni al giorno), ha una piattaforma di intermediazione del trasporto merci per guidatori di camion, e sta sviluppando una flotta di auto volanti. Tutto potenziale che gli investitori vorranno scoprire e pesare.

Ma prima ancora di pensare all’era dei droni, Uber dovrà affrontare le battaglie legali avviate in ogni continente. La più grande minaccia sul futuro è rappresentata dalle decisioni dei tribunali del lavoro che potrebbero considerare gli autisti come dipendenti e non come liberi professionisti.

Se il potenziale è chiaro, dunque, quand’è che Uber riuscirà a presentare conti in utile? Mesi fa la società avrebbe affidato alle banche un risultato obiettivo da 1,5 miliardi nel 2020. Ora il 2020 sembra vicino. Molto dipende dalla enorme spesa di marketing, necessaria finora per invitare (e incentivare) gli autisti a guidare e tenere le quote di mercato, molto dai costi assicurativi (circa 2 miliardi nel 2018) che la tecnologia potrà ridurre. La spesa per il personale (quasi 20mila dipendenti) non diminuirà, quella per la ricerca e sviluppo nemmeno. Un aspetto cruciale per tagliare qualche costo di marketing dipenderà dalla varietà dei mercati. La tendenza al monopolio di queste piattaforme favorisce percorsi di consolidamento: in Cina ha guerreggiato per anni con Didi Chuxing e poi ha firmato la pace con uno scambio azionario. In India è in corso una battaglia con Ola, che ha tra gli investitori anche il suo primo azionista SoftBank. Il futuro di Uber è insomma complicato ma estremamente interessante. Se guardiamo però alla società come una piattaforma di vendita, varrebbe già un quinto dei ricavi lordi di Amazon, che capitalizza 900 miliardi. I margini sono sottili, ma la torta è grande.