Una manovra da 49,2 miliardi
Roberto Petrini , di ROBERTO PETRINIFlat tax, Iva, deficit, il conto per l'Italia è sempre più alto
ROMA - Flat tax: la vogliono i leghisti, e ora anche i grillini, ma costringerà il governo a tentare in autunno l'impresa impossibile di una manovra da quasi 50 miliardi per il 2020. La "tassa piatta" infatti costa molto: l'ultima versione che si va consolidando è una flat tax "morbida", si paga il 15 per cento sotto i 50 mila euro di reddito familiare e sopra questa soglia restano le vecchie aliquote Irpef. Questa misura costa secondo i leghisti 11-12 miliardi, secondo valutazioni indipendenti 17 miliardi. I 30 miliardi cui fece riferimento Salvini a Porta a porta subito dopo le elezioni comprendono anche circa 15 miliardi per la flat tax per le imprese di cui per ora si è persa traccia.
È una operazione alla portata dei nostri conti pubblici? Sembra di no. Infatti la manovra per il prossimo anno tra sterilizzazione dell'Iva e spese indifferibili è di circa 25 miliardi (fonte Ufficio parlamentare di bilancio), cui va…
È una operazione alla portata dei nostri conti pubblici? Sembra di no. Infatti la manovra per il prossimo anno tra sterilizzazione dell'Iva e spese indifferibili è di circa 25 miliardi (fonte Ufficio parlamentare di bilancio), cui va…
ROMA - Flat tax: la vogliono i leghisti, e ora anche i grillini, ma costringerà il governo a tentare in autunno l'impresa impossibile di una manovra da quasi 50 miliardi per il 2020. La "tassa piatta" infatti costa molto: l'ultima versione che si va consolidando è una flat tax "morbida", si paga il 15 per cento sotto i 50 mila euro di reddito familiare e sopra questa soglia restano le vecchie aliquote Irpef. Questa misura costa secondo i leghisti 11-12 miliardi, secondo valutazioni indipendenti 17 miliardi. I 30 miliardi cui fece riferimento Salvini a Porta a porta subito dopo le elezioni comprendono anche circa 15 miliardi per la flat tax per le imprese di cui per ora si è persa traccia.
È una operazione alla portata dei nostri conti pubblici? Sembra di no. Infatti la manovra per il prossimo anno tra sterilizzazione dell'Iva e spese indifferibili è di circa 25 miliardi (fonte Ufficio parlamentare di bilancio), cui va aggiunta la correzione di 0,6 del Pil sul disavanzo strutturale che ci chiederà Bruxelles: siccome noi proponiamo un avvicinamento al pareggio di bilancio di 0,2 resta da fare 0,4 di Pil, cioè 7,2 miliardi.
Naturalmente tutto dipenderà anche dai rapporti di forza politici nella Commissione in autunno e forse si potrà fare di meno con un aumento dell'Iva: ma per ora le richieste sono queste. Dunque: 25 più 7,2 fa 32,2 miliardi. A questi va aggiunto il costo della flat tax, ovvero 17 miliardi, e si arriva a 49,2. Per fissare meglio nella memoria, arrotondiamo a 50.
Conviene spendere tutti questi soldi? Intanto bisogna dire che la flat tax stravolge il principio della progressività garantito dalla nostra Costituzione. Sembra un principio libresco, invece basta riflettere qualche secondo e ci si accorge che è giusto. Il principio dice che i soldi che hanno in tasca un ricco e un povero, quando si tratta di contribuire alla gestione dello Stato, non sono uguali. Il ricco, diceva un liberale come Luigi Einaudi, con 10 lire ci compra la poltrona al teatro, mentre il povero la minestra per i suoi figli. Quindi redditi diversi non possono pagare la stessa proporzione di tasse, ma chi più guadagna più deve versare all'Erario.
La flat tax invece è proporzionale, ricco e povero versano nella stessa proporzione e il sacrificio non è uguale. Questo è il principio, se invece si bada al proprio portafoglio, senza guardare alla collettività, cavalcando l'egoismo, si può anche dire che la flat tax procura il vantaggio di pagare meno tasse.
Ma come? E soprattutto, quanto costa la flat tax? Il progetto leghista, che sarebbe condiviso anche dai grillini, introduce una aliquota unica, "piatta", del 15 per cento fino a 50 mila euro di reddito familiare. Mentre dai 50 mila euro in su tutto rimarrebbe come prima e si continuerebbero a pagare le vecchie aliquote progressive dal 23 al 43 per cento.
È vero che chi ha un reddito sopra i 50 mila euro resta con la vecchia progressività e dunque, rispetto ai precedenti progetti leghisti e al contratto di governo, la flat tax è molto mitigata. Ma è vero anche che, sotto i 50 mila, chi ha i redditi più bassi si avvantaggia di poco e chi si avvicina al tetto si avvantaggia di molto.
Secondo i calcoli di Massimo Baldini dell'Università di Modena, che ha appena pubblicato per il Mulino, un libro che si chiama "Flat tax. Parti uguali tra diseguali?", una famiglia che ha un reddito tra i 10 e i 20 mila euro avrà un beneficio dell'1,2 per cento, mentre una che ha un reddito tra i 40 e 50 mila godrà di un beneficio del 4,9 per cento. Attenzione, perché riformare la tassazione per le famiglie sotto i 50 mila euro vuol dire investire l'81,5 per cento delle famiglie italiane, dunque quasi tutta la platea dei contribuenti.
Inoltre ci sono altri problemi che attengono alla base imponibile "familiare" che non sono propriamente relativi al concetto di flat tax. Come abbiamo detto chi resta sotto i 50 mila lordi familiari ci guadagna: quindi in un nucleo dove lavorano in due ci sarà la tendenza a rimanere sotto la soglia. Gli effetti possono essere il lavoro nero, lo scoraggiamento all'impiego femminile, il disincentivo a fare straordinari o semplicemente a guadagnare di più. Inoltre, altro svantaggio, si verrebbe a creare differenza tra famiglie con un solo componente che lavora e quelle dove lavorano entrambi i coniugi.
Mettiamo due famiglie che hanno lo stesso reddito complessivo di 40 mila euro, ma in una deriva da un solo stipendio e nell'altra da due da 20 mila. È ovvio che per il monoreddito il "salto" dal sistema di aliquote progressive al 15 per cento sarebbe più vantaggioso che per i due lavoratori della famiglia bireddito da 20 mila che avrebbero un beneficio più esiguo.
C'è poi la questione dei costi. Per avere un quadro chiaro bisogna anche considerare che le proposte di flat tax leghista sono cambiate nel tempo. La flat tax "pura" con una sola aliquota al 15 per cento per tutti che era nel programma originario della Lega costava circa 60 miliardi. La flat tax del contratto di governo, definita "quasi flat tax", era più "mite": le aliquote erano due: 15 per cento sotto gli 80 mila euro di reddito imponibile per singolo contribuente e 20 per cento sopra questa soglia: il costo è di 50 miliardi. Il costo della flat-Irpef sopra 50 mila è invece di 17 miliardi.
Fra le tre formule, a parte i costi esorbitanti, la "quasi flat tax" è la più vicina al sistema in vigore. Infatti l'Irpef di oggi con i suoi cinque scaglioni non è così lontana dalle due aliquote: i primi due sono 23 e 27 per cento e le tre più alte sono del 38, 41 e 43 per cento. Il problema restano i costi e le cosiddette coperture.
È una operazione alla portata dei nostri conti pubblici? Sembra di no. Infatti la manovra per il prossimo anno tra sterilizzazione dell'Iva e spese indifferibili è di circa 25 miliardi (fonte Ufficio parlamentare di bilancio), cui va aggiunta la correzione di 0,6 del Pil sul disavanzo strutturale che ci chiederà Bruxelles: siccome noi proponiamo un avvicinamento al pareggio di bilancio di 0,2 resta da fare 0,4 di Pil, cioè 7,2 miliardi.
Naturalmente tutto dipenderà anche dai rapporti di forza politici nella Commissione in autunno e forse si potrà fare di meno con un aumento dell'Iva: ma per ora le richieste sono queste. Dunque: 25 più 7,2 fa 32,2 miliardi. A questi va aggiunto il costo della flat tax, ovvero 17 miliardi, e si arriva a 49,2. Per fissare meglio nella memoria, arrotondiamo a 50.
Conviene spendere tutti questi soldi? Intanto bisogna dire che la flat tax stravolge il principio della progressività garantito dalla nostra Costituzione. Sembra un principio libresco, invece basta riflettere qualche secondo e ci si accorge che è giusto. Il principio dice che i soldi che hanno in tasca un ricco e un povero, quando si tratta di contribuire alla gestione dello Stato, non sono uguali. Il ricco, diceva un liberale come Luigi Einaudi, con 10 lire ci compra la poltrona al teatro, mentre il povero la minestra per i suoi figli. Quindi redditi diversi non possono pagare la stessa proporzione di tasse, ma chi più guadagna più deve versare all'Erario.
La flat tax invece è proporzionale, ricco e povero versano nella stessa proporzione e il sacrificio non è uguale. Questo è il principio, se invece si bada al proprio portafoglio, senza guardare alla collettività, cavalcando l'egoismo, si può anche dire che la flat tax procura il vantaggio di pagare meno tasse.
Ma come? E soprattutto, quanto costa la flat tax? Il progetto leghista, che sarebbe condiviso anche dai grillini, introduce una aliquota unica, "piatta", del 15 per cento fino a 50 mila euro di reddito familiare. Mentre dai 50 mila euro in su tutto rimarrebbe come prima e si continuerebbero a pagare le vecchie aliquote progressive dal 23 al 43 per cento.
È vero che chi ha un reddito sopra i 50 mila euro resta con la vecchia progressività e dunque, rispetto ai precedenti progetti leghisti e al contratto di governo, la flat tax è molto mitigata. Ma è vero anche che, sotto i 50 mila, chi ha i redditi più bassi si avvantaggia di poco e chi si avvicina al tetto si avvantaggia di molto.
Secondo i calcoli di Massimo Baldini dell'Università di Modena, che ha appena pubblicato per il Mulino, un libro che si chiama "Flat tax. Parti uguali tra diseguali?", una famiglia che ha un reddito tra i 10 e i 20 mila euro avrà un beneficio dell'1,2 per cento, mentre una che ha un reddito tra i 40 e 50 mila godrà di un beneficio del 4,9 per cento. Attenzione, perché riformare la tassazione per le famiglie sotto i 50 mila euro vuol dire investire l'81,5 per cento delle famiglie italiane, dunque quasi tutta la platea dei contribuenti.
Inoltre ci sono altri problemi che attengono alla base imponibile "familiare" che non sono propriamente relativi al concetto di flat tax. Come abbiamo detto chi resta sotto i 50 mila lordi familiari ci guadagna: quindi in un nucleo dove lavorano in due ci sarà la tendenza a rimanere sotto la soglia. Gli effetti possono essere il lavoro nero, lo scoraggiamento all'impiego femminile, il disincentivo a fare straordinari o semplicemente a guadagnare di più. Inoltre, altro svantaggio, si verrebbe a creare differenza tra famiglie con un solo componente che lavora e quelle dove lavorano entrambi i coniugi.
Mettiamo due famiglie che hanno lo stesso reddito complessivo di 40 mila euro, ma in una deriva da un solo stipendio e nell'altra da due da 20 mila. È ovvio che per il monoreddito il "salto" dal sistema di aliquote progressive al 15 per cento sarebbe più vantaggioso che per i due lavoratori della famiglia bireddito da 20 mila che avrebbero un beneficio più esiguo.
C'è poi la questione dei costi. Per avere un quadro chiaro bisogna anche considerare che le proposte di flat tax leghista sono cambiate nel tempo. La flat tax "pura" con una sola aliquota al 15 per cento per tutti che era nel programma originario della Lega costava circa 60 miliardi. La flat tax del contratto di governo, definita "quasi flat tax", era più "mite": le aliquote erano due: 15 per cento sotto gli 80 mila euro di reddito imponibile per singolo contribuente e 20 per cento sopra questa soglia: il costo è di 50 miliardi. Il costo della flat-Irpef sopra 50 mila è invece di 17 miliardi.
Fra le tre formule, a parte i costi esorbitanti, la "quasi flat tax" è la più vicina al sistema in vigore. Infatti l'Irpef di oggi con i suoi cinque scaglioni non è così lontana dalle due aliquote: i primi due sono 23 e 27 per cento e le tre più alte sono del 38, 41 e 43 per cento. Il problema restano i costi e le cosiddette coperture.