“Non volo più”: Greta fa proseliti. Svolta ecologica delle linee aeree
Ettore Livini , di ETTORE LIVINIIn aumento in Europa i viaggiatori che preferiscono i trasferimenti in treno come la giovane svedese. Troppe emissioni di Co2 provocate dai motori jet: le compagnie puntano a dimezzarle entro il 2020
La Gretanomics - ovvero l'arte di vivere una vita ambientalmente compatibile - alza il tiro (in tutti i sensi) e punta al bersaglio grosso: l'aereo. Il perché è chiaro: i motori dei jet scaricano nel cielo il 2,5% della CO2 prodotta sul pianeta, più - per dire - di Australia e Germania. Se le compagnie mondiali fossero uno Stato sovrano, sarebbero tra le dieci nazioni più inquinanti al mondo. Si possono ridurre queste emissioni? "Sì", dicono i teorici del "flight-shame" (letteralmente la "vergogna del volo").
E il modo è uno solo: evitare di prendere l'aereo. "Io non lo faccio più dal 2015", ha confessato su twitter Greta Thunberg, che ad aprile si è sciroppata 10 giorni di tour tra Stoccolma, Amburgo, Roma, Basilea, Parigi, Londra e Bruxelles usando solo il treno. La sua non è più una scelta isolata. Anzi: migliaia di persone - dalla Scandinavia alla Francia, dag…
E il modo è uno solo: evitare di prendere l'aereo. "Io non lo faccio più dal 2015", ha confessato su twitter Greta Thunberg, che ad aprile si è sciroppata 10 giorni di tour tra Stoccolma, Amburgo, Roma, Basilea, Parigi, Londra e Bruxelles usando solo il treno. La sua non è più una scelta isolata. Anzi: migliaia di persone - dalla Scandinavia alla Francia, dag…
La Gretanomics - ovvero l'arte di vivere una vita ambientalmente compatibile - alza il tiro (in tutti i sensi) e punta al bersaglio grosso: l'aereo. Il perché è chiaro: i motori dei jet scaricano nel cielo il 2,5% della CO2 prodotta sul pianeta, più - per dire - di Australia e Germania. Se le compagnie mondiali fossero uno Stato sovrano, sarebbero tra le dieci nazioni più inquinanti al mondo. Si possono ridurre queste emissioni? "Sì", dicono i teorici del "flight-shame" (letteralmente la "vergogna del volo").
E il modo è uno solo: evitare di prendere l'aereo. "Io non lo faccio più dal 2015", ha confessato su twitter Greta Thunberg, che ad aprile si è sciroppata 10 giorni di tour tra Stoccolma, Amburgo, Roma, Basilea, Parigi, Londra e Bruxelles usando solo il treno. La sua non è più una scelta isolata. Anzi: migliaia di persone - dalla Scandinavia alla Francia, dagli Stati Uniti all'Estremo Oriente - hanno deciso di smettere di volare per motivi etici.
I numeri del fenomeno iniziano a essere importanti. Flyggfritt, il movimento svedese del "no all'aereo" ha già arruolato 14.500 persone che si sono impegnate a non mettere piede su un jet nel 2019. Facili promesse scritte solo sui social? No fatti: Sj, le ferrovie di Stoccolma, hanno registrato nei primi tre mesi del 2019 un anomalo balzo del 12% dei biglietti venduti. Un ribaltone a favore della rotaia - lo dicono i numeri - che ha un impatto "ecologico" importante: il viaggio Milano-Roma in aereo, per dare un'idea, produce 89 kg. di anidride carbonica a passeggero, contro i 63 dell'auto e i 18 del treno.
La politica - con l'ascesa dei verdi europei nelle ultime elezioni - ha già iniziato a cavalcare la protesta. Quindici parlamentari francesi hanno presentato un disegno di legge per proibire l'uso dell'aereo sulle tratte come la Parigi-Marsiglia (collegate oggi da 35 voli al giorno) dove la differenza del tempo di viaggio tra aereo e alta velocità ferroviaria è sotto le due ore e mezza. Greenpeace chiede una sovrattassa per i frequent-flyer - il 15% dei grandi viaggiatori copre oggi il 70% dei voli totali - e anche nella società civile qualcosa sta iniziando a muoversi: il giornale danese Politiken proibisce ai suoi dipendenti di prendere voli interni nel Paese. Molte università Usa stanno rivedendo la policy dei viaggi aziendali riducendo al minimo l'uso dell'aereo. E una piccola startup di Berino, la Weiberwirtschaft, regala tre giorni di ferie in più ai dipendenti che in vacanza ci vanno con il treno.
Può darsi che l'onda del "no all'aereo" si riveli una moda passeggera. Le compagnie aeree però hanno deciso di prendere le cose sul serio. I precedenti pesano: la guerra alla plastica ha terremotato la chimica industriale, vegani e flexitariani stanno costringendo i big della carne a ripensare il loro futuro. "Se noi non prendiamo provvedimenti rapidi, le prime proteste rischiano di diventare una valanga", ha detto Alexandre de Juniac, direttore dell'International Air Transport Association, ai 150 vettori riuniti nelle scorse settimane a Seul. La linea di difesa delle aerolinee è chiara: "Oggi gli aerei inquinano la metà degli anni '90" - è il mantra collettivo - "e dal 2010 le emissioni di un singolo jet sono calate a un tasso medio del 2,8% l'anno". Unico problema: il traffico cresce più in fretta dei progressi "ecologici". Tra 2010 e 2018 il numero dei passeggeri annui è salito da 2,6 a 4,3 miliardi (e raddoppierà di nuovo nei prossimi vent'anni) e le tonnellate di biossido di carbonio prodotte sono balzate da 610 a 927 milioni di tonnellate l'anno.
Che fare? Le compagnie hanno provato a lavarsi la coscienza acquistando crediti "ecologici" - investendo cioè in progetti di riforestazione o simili - proporzionali all'inquinamento che producono. E si sono date l'ambizioso obiettivo di dimezzare le emissioni nel 2050. Troppo poco, dicono i critici. La soluzione potrebbe essere l'uso di biocarburanti: ma la disponibilità è scarsa (oggi pesano meno dell'1% sul totale del pieno degli aerei) e i costi sono molto superiori. I motori elettrici per jet restano invece per ora un miraggio.
Che però - con l'inatteso boom del popolo degli anti-aereo - potrebbe diventare realtà molto prima del previsto.
E il modo è uno solo: evitare di prendere l'aereo. "Io non lo faccio più dal 2015", ha confessato su twitter Greta Thunberg, che ad aprile si è sciroppata 10 giorni di tour tra Stoccolma, Amburgo, Roma, Basilea, Parigi, Londra e Bruxelles usando solo il treno. La sua non è più una scelta isolata. Anzi: migliaia di persone - dalla Scandinavia alla Francia, dagli Stati Uniti all'Estremo Oriente - hanno deciso di smettere di volare per motivi etici.
I numeri del fenomeno iniziano a essere importanti. Flyggfritt, il movimento svedese del "no all'aereo" ha già arruolato 14.500 persone che si sono impegnate a non mettere piede su un jet nel 2019. Facili promesse scritte solo sui social? No fatti: Sj, le ferrovie di Stoccolma, hanno registrato nei primi tre mesi del 2019 un anomalo balzo del 12% dei biglietti venduti. Un ribaltone a favore della rotaia - lo dicono i numeri - che ha un impatto "ecologico" importante: il viaggio Milano-Roma in aereo, per dare un'idea, produce 89 kg. di anidride carbonica a passeggero, contro i 63 dell'auto e i 18 del treno.
La politica - con l'ascesa dei verdi europei nelle ultime elezioni - ha già iniziato a cavalcare la protesta. Quindici parlamentari francesi hanno presentato un disegno di legge per proibire l'uso dell'aereo sulle tratte come la Parigi-Marsiglia (collegate oggi da 35 voli al giorno) dove la differenza del tempo di viaggio tra aereo e alta velocità ferroviaria è sotto le due ore e mezza. Greenpeace chiede una sovrattassa per i frequent-flyer - il 15% dei grandi viaggiatori copre oggi il 70% dei voli totali - e anche nella società civile qualcosa sta iniziando a muoversi: il giornale danese Politiken proibisce ai suoi dipendenti di prendere voli interni nel Paese. Molte università Usa stanno rivedendo la policy dei viaggi aziendali riducendo al minimo l'uso dell'aereo. E una piccola startup di Berino, la Weiberwirtschaft, regala tre giorni di ferie in più ai dipendenti che in vacanza ci vanno con il treno.
Può darsi che l'onda del "no all'aereo" si riveli una moda passeggera. Le compagnie aeree però hanno deciso di prendere le cose sul serio. I precedenti pesano: la guerra alla plastica ha terremotato la chimica industriale, vegani e flexitariani stanno costringendo i big della carne a ripensare il loro futuro. "Se noi non prendiamo provvedimenti rapidi, le prime proteste rischiano di diventare una valanga", ha detto Alexandre de Juniac, direttore dell'International Air Transport Association, ai 150 vettori riuniti nelle scorse settimane a Seul. La linea di difesa delle aerolinee è chiara: "Oggi gli aerei inquinano la metà degli anni '90" - è il mantra collettivo - "e dal 2010 le emissioni di un singolo jet sono calate a un tasso medio del 2,8% l'anno". Unico problema: il traffico cresce più in fretta dei progressi "ecologici". Tra 2010 e 2018 il numero dei passeggeri annui è salito da 2,6 a 4,3 miliardi (e raddoppierà di nuovo nei prossimi vent'anni) e le tonnellate di biossido di carbonio prodotte sono balzate da 610 a 927 milioni di tonnellate l'anno.
Che fare? Le compagnie hanno provato a lavarsi la coscienza acquistando crediti "ecologici" - investendo cioè in progetti di riforestazione o simili - proporzionali all'inquinamento che producono. E si sono date l'ambizioso obiettivo di dimezzare le emissioni nel 2050. Troppo poco, dicono i critici. La soluzione potrebbe essere l'uso di biocarburanti: ma la disponibilità è scarsa (oggi pesano meno dell'1% sul totale del pieno degli aerei) e i costi sono molto superiori. I motori elettrici per jet restano invece per ora un miraggio.
Che però - con l'inatteso boom del popolo degli anti-aereo - potrebbe diventare realtà molto prima del previsto.